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Sunday
Sep 21,2008

DI JOHN MADERO

In un capoluogo di provincia del Meridione avere un MacBook che funzioni con delle prestazioni accettabili può essere davvero un’impresa. L’unico rivenditore autorizzato Apple della città, infatti, installa sui computer dei suoi clienti software proprietari per fare qualsiasi cosa, dal comune Microsoft Office fino a software per professionisti come Adobe Macromedia Flash e Dreamweaver, Adobe Photoshop e Illustrator e, incredibile, addirittura Final Cut Pro, il costosissimo programma di editing video di Apple utilizzato, ad esempio, per il montaggio finale della nuova trilogia di Star Wars.

Tutto questo senza nemmeno consultare il cliente, che nella stragrande maggioranza dei casi neanche conosce i programmi in questione e si ritrova quindi con un portatile della Mela consumer (bianco o nero che sia) completamente saturo. Incredibile pensare che tutto questo succeda in un rivenditore autorizzato che, in teoria, questi software li dovrebbe vendere.

Sicuramente fatti analoghi sono all’ordine del giorno in molte altre città, e non certo solo al Sud, ma l’abitudine di vendere un computer da 1000 euro e di regalarci illegalmente applicativi per il valore di 10000 euro ha forti radici nella cultura informatica e del copyright sia dei negozianti, sia soprattutto della clientela.

“Già ho comprato il computer, che vuoi, che paghi anche i programmi? Ma siamo pazzi?” mi racconta l’amico S. che ha acquistato là il suo MacBook e che, sotto l’ombrellone in spiaggia, mi chiede che cosa sia questo Final Cut Pro che si è trovato sul gioiellino nuovo.

Certo, i programmi in questione sono decisamente troppo cari. I prezzi andrebbero abbassati. A chiunque, incluso chi scrive, è capitato di eseguire sul proprio computer software di cui non si possiede la regolare licenza. Eppure ci sono dei limiti a tutto.

“Se ci pensi bene il rivenditore autorizzato fa gli interessi della sua azienda, della Apple” – continua l’amico che preferisce rimanere anonimo. “Se, ritirato il Mac, non avessi trovato questo ben di Dio, probabilmente la volta seguente mi sarei comprato un PC, che viene venduto qui in città con qualsiasi software potrebbe servirti. È una questione di concorrenza, per non perdere clienti”.

“E poi stiamo parlando di un rivenditore Apple: cosa gliene frega di craccare Photoshop? A perderci è solo Adobe, non certo Apple” conclude S.

Ed ecco che, in determinati contesti, regalare programmi craccati invece che venderli diventa l’unica via percorribile per non essere da meno rispetto alla concorrenza.

Questa è la tragedia, il passaggio dalla dimensione personale a quella comunitaria dell’atto “illegale” del craccare. Una sorta di giustificazione ultima che vale per tutti, anche per il negoziante.

Un esplosivo mix di mancanza della cultura del Diritto, di ignoranza da parte dei negozianti (che non conoscono OpenOffice e Gimp) e di idiozia da parte delle multinazionali, che si ostinano ad esempio a vendere Macromedia Flash Pro a 849 euro.

Confidando nel futuro, consiglio a S. di formattare e reinstallare il sistema operativo del suo MacBook. È l’unico modo per spurgarlo da quei gigabyte di software chiuso indesiderato. Altro che spam.

L’articolo non vuole in nessun modo ledere l’immagine di Apple, vittima in primis di queste incorrettezze dei rivenditori. Lo stesso problema è peraltro diffusissimo anche su PC ed altre piattaforme.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Nome di dominio: registrazione, posizionamento sui motori e tutela.



Thursday
Sep 11,2008

Se passate le vostre giornate su Facebook e vi occupate di web application, potreste essere interessati a sapere come funziona l’infrastruttura di quello che ormai è il primo social network per volumi di traffico.

Facebook ha tre datacenter, due sulla west coast (San Francisco, Santa Clara) e uno sulla east (Northern Virginia). I server utilizzati sono x86, e il software utilizzato è opensource.

Il datacenter principale è quello di Santa Clara, dove ha sede la società. Il livello più alto, quello web, è costituito da applicazioni scritte in Php.
Il cuore del sistema invece è scritto in C++, Java, Python e Ruby.

Come viene spiegato qui, la società ha creato adhoc Thrift, un framework che permette ad applicazioni scritte in linguaggi diversi di interagire a vantaggio dell’intero sistema.

Per quanto riguarda i database, Facebook utilizza server Mysql (8-core, come quelli web su cui viene eseguito Apache). Il popolare database opensource riesce tranquillamente a lavorare con 40 TB di dati. Tenete conto comunque che stiamo parlando di 800 macchine…

Dato che però le richieste ricevute sono 15 milioni al secondo, 800 database server non sono sufficienti. Per questo Facebook si avvale di un consistente sistema di caching (memcache, molto diffuso anche in Italia) che permette di rispondere in tempi rapidissmi al 95% delle richieste. “Solo” le rimanenti 500000 vengono inoltrate ai database server (Mysql) veri e propri.

Sempre in California, come abbiamo accennato sopra, c’è un datacenter a San Francisco, che si limita a replicare i servizi web e di caching, ma utilizza gli stessi database di Santa Clara (le località sono vicine, e quindi questo è possibile).

Non è possibile fare la stessa cosa per i server in Virginia, troppo lontani per potere inviare query Mysql quando necessario. La soluzione? Replicare completamente anche i database server.

Per foto, video e contenuti analoghi, esistono appositi server dedicati, sempre nelle tre locazioni che abbiamo elencato.

Disegnare su carta l’infrastruttura server di Facebook è l’incubo di chiunque si occupi di web application. Basti pensare con quale aumento di volumi i sistemisti devono confrontarsi.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Giovanni Anceschi. Oggetto di design e godimento.



Tuesday
Sep 9,2008

DI NELLO COPPETO (NeCoSi)

Riassunto delle puntate precedenti

Durante la giornata in cui è stato rilasciato il browser Google Chrome
, sul sito GeekPlace.org ho pubblicato un articolo molto strano intitolato Google Chrome Download che parlava circa una storia di dubbio gusto e che nulla centrava con il vero Google Chrome. Moltissime persone erano in attesa di poter provare il nuovo browser e per questo ricercavano agitati in tutto il web manco fosse una caccia al tesoro. La pagina in questione ha registrato in brevissimo tempo più di 1000 visite e alcuni commenti di spiccata perspicacia. Nel post successivo ho provato a spiegare cosa stava succedendo, ma ovviamente le persone interessate ad approfondire si sono dimostrate essere solo 1/10 di quelle iniziali.

Seo

Il problema è nato quando ho cercato di trovare un metodo per poter ingannare Google. Ingannare Google per i meno perspicaci significa reindirizzare grandi quantità di utenti sui propri siti, su cui magari è presente tanta pubblicità con cui poter guadagnare molti soldi, per poi spenderli come ci rende più felici. :)

La mia intenzione era quella di creare pagine ad hoc per i motori di ricerca, disinteressandomi completamente dei contenuti. In una prima fase di sviluppo ho pensato subito ad un tool che creasse documenti di testo usando parole prese a caso da una lista di parole generica. Poi ad ogni tot parole casuali avrei potuto inserire le parole chiavi che mi interessava far indicizzare. E fin qui tutto era molto semplice e banale. Poi ho pensato al risultato che sarebbe stato qualcosa di simile: “cerca contro necosi un corrente sempre andare è sbattere realtà pazzo muso il poter di la il per”

Sulla base di questo risultato ho capito che una soluzione di questo genere non avrebbe avuto lunga vita, gli utenti avrebbero messo psicologicamente questi siti senza senso nella loro blacklist celebrale. I motori di ricerca avrebbero potuto sviluppare (se ancora non lo hanno fatto) un tool dedicato all’analisi grammaticale del testo per poter escludere i testi senza senso o comunque avrebbero potuto declassare i testi con dubbia accessibilità (scritti in dialetto, etc.).

Ho iniziato a percorrere nuove strade, e mi sono imbattuto in una soluzione più articolata e molto più performante. Questa soluzione si chiama Polygen.

Polygen

Il Polygen è un programma che genera frasi casuali secondo una definizione grammaticale, ovvero seguendo un corpus programmabile di regole sintattiche e lessicali.
Formalmente è un interprete di un metalinguaggio che permette di definire linguaggi.
Interpretare, in generale, significa eseguire un programma ed infine riportarne il risultato; nel caso del Polygen il programma è una grammatica sorgente, l’esecuzione consiste nell’esplorazione di tale grammatica lungo un percorso casuale ed il risultato consiste in una frase. “
[da polygen.org]

Per coloro che in università hanno preparato l’esame di linguaggi di programmazione, programmare in Polygen sarà una passeggiata.

Dopo una lettura rapida del Manuale ho iniziato a scrivere una grammatica per un mio cliente, ed oggi siamo quasi pronti a poter generare a basso costo ed in tempi brevissimi contenuti di senso compiuto e ti notevole interesse. A dire il vero alcuni risultati sono anche molto divertenti e quindi molto letti e linkati!!!

Per gli sviluppatori c’è da sottolineare che i sorgenti di Polygen sono disponibili e che il copyright è di Alvise Spanò, che gentilmente ha deciso di rilasciare il codice con la licenza libera per eccellenza: la Gnu/GPL.

Polygen + Seo = Uno scenario inquietante

Quindi sfruttando grammatiche ad hoc riesco a scrivere contenuti originali, di lunghezza variabile, ma soprattutto testi di senso compiuto che approfondiscono sempre di più lo stesso argomento. Google vede che ogni giorno sul mio sito pubblico contenuti originali, ad esempio riguardo Google Chrome, ed indicizza tutto ciò che una macchina casuale è in grado di produrre, cioè una mole impressionante di dati. Polygen produce e Google ingoia senza scoppiare, fino al punto che gli utenti prima o poi si ritroveranno a documentarsi su FAQ finte, leggeranno news false, discuterenno in forum popolati da programmi “intelligenti” e poi sorridendo affideranno i loro figli alla sempre sorridente tata-robot :)

NB: questo testo è stato scritto con PolyGen

Buona giornata, ci vediamo nel futuro.

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Per approfondire, vi consigliamo la lettura di:

http://zapping87.spaces.live.com/blog/cns!6F1E699B5548381F!275.entry

http://thetechnocratishere.blogspot.com/2008/07/generare-frasi-e-farle-pronunciare-al.html

http://i-men.blogspot.com/2008/02/polygen-favola-ovvero-la-storia.html

http://soulplace.wordpress.com/2007/11/26/i-love-polygen/___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Guida PHP: Condizioni e Operatori logici.



Sunday
Sep 7,2008

Come è regola per il primo numero dell’Economist dei mesi di marzo, giugno, settembre e dicembre, questa settimana trovate in edicola, insieme al prestigioso settimanale britannico, Technology Quarterly.

Si tratta di un fascicoletto di trenta pagina dedicato alla tecnologia. Se non riuscite a comprare la versione cartacea, potete consultare la pubblicazione anche online.

Questi gli articoli che la redazione di Shannon ha trovato più interessanti:

- The meek shall inherit the web

Un interessante punto della situazione sulla penetrazione di Internet e dei suoi servizi a livello mondiale. Protagonisti i dispositivi mobile e i paesi in via di sviluppo. Da leggere.

- Liquid logic

Frontiere del raffreddamento liquido.

- The computer says no

Cosa succede quando vengono applicati sistemi di intelligenza artificiale per analizzare immagini e tecniche di pittura. Gli esperimenti su alcune opere di Van Gogh.

- The car of the perpetual future

Ci stanno sbandierando le auto ad idrogeno da più di dieci anni. In questo articolo si fa il punto della situazione e si cerca di capire quali sono gli ostacoli che impediscono la diffusione capillare di questa tecnologia.

- Touching the future

Il futuro è touch-screen. Una panoramica delle possibilità attuali e delle soluzioni hardware e software che, tra pochi mesi, avremo sotto gli occhi.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Georiferire foto digitali con Google Earth.



Friday
Sep 5,2008

DI MARIO GOVONI

Preceduto da un album a fumetti, da innumerevoli articoli di annuncio, da rulli di tamburi e da tappeti rossi, l’altra sera, verso le nove ora locale, è arrivato Google Chrome, il browser di Mountain View, la nuova frontiera della navigazione sul web.

In quel momento, solennizzato da un filmato di presentazione, milioni di cittadini della Rete si scagliavano, come voraci locuste, sul pulsante che permetteva il download dell’ultimo nato di casa Google e aveva origine un sabba mediatico che, a circa 36 ore di distanza, aveva generato sul Web centinaia di migliaia di pagine di recensioni, commenti e critiche.

Con ritardo dovuto al mio essere aristocratico nell’intimo e al non volermi mescolare alla massa, ho provveduto anch’io all’operazione e ho installato Google Chrome su una macchina virtuale XP e su Windows Vista (l’azienda di Page e Brin, infatti, ha per il momento rilasciato solo la versione per Windows e io uso, di preferenza, Linux) e mi accingo a scrivere le mie prime, personalissime opinioni.

Innanzitutto non mi si racconti che Google Chrome è solo un browser: è, soprattutto un fenomeno mediatico, un oggetto di culto che, se fosse stato distribuito nei negozi, avrebbe dato origine a file di utenti in trepida attesa, esattamente come successo, poco tempo fa, in occasione del lancio dell’ultima versione dell’IPhone.

E con il telefonino della Apple Google Chrome ha anche altre cose in comune, a partire dal look minimalista e tanto, ma tanto trendy, per finire con il non essere poi chissà che oggetto tecnologicamente all’avanguardia: penso, ad esempio, ad alcune lacune nella gestione dei feed RSS (allo stato attuale non se ne possono aggiungere altri), alla mancanza di quelle estensioni che hanno fatto la fortuna di Firefox, trasformandolo in strumento aperto a ogni esigenza, a una gestione non proprio parsimoniosa della RAM, alla pratica impossibilità di navigazione anonima. A quest’ultimo proposito lancio un’idea per un esperimento: chi vuole provare a nascondere Google Chrome dietro un anonimizzatore come, ad esempio, Tor, e a discutere qui le risultanze di questa esperienza?

Interessante la gestione delle schede, ma non è una novità: la possibilità di staccare una scheda e di portarla a spasso per il desktop è presente in molti programmi di grafica nati per l’ambiente Mac, come ad esempio Freehand o Photoshop … non è proprio la stessa cosa, perché qui si tratta di tab del browser che assumono identità autonoma e là di schede di pannelli che possono essere trasportate e accorpate in modo diverso da quello predefinito … ma, insomma, diciamo che l’idea non è proprio originalissima. La possibilità di riordinare le schede nella finestra ce l’ha anche Firefox (non parlo di altri browser perché non li conosco), così come quella di chiudere una finestra bloccata, quindi anche qui nihil sub sole novi.

E torniamo alla gestione della RAM: aprire un processo autonomo per ogni tab può essere una buona idea… ne ho verificato la funzionalità. Ho aperto le stesse cinque pagine sia in Google Chrome che in Mozilla Firefox e ho notato un paio di fatti curiosi: il task manager di Vista mi segnala un unico processo per Firefox, con un impegno di RAM di circa 55 MB, e ben sette per Chrome, con una novantina di megabyte di carico sulla RAM. A risolvere il mistero dei processi in più ci pensa il task manager del quale è dotato il browser di Google: un task è per il browser, cinque per i tab aperti e uno per il plug-in di Shockwave Flash. Forse non è il massimo dell’ergonomicità…

Altra grande novità: la casella multifunzione per digitare indirizzi e termini di ricerca. A questo proposito facciamo un semplice esperimento: apriamo Firefox e, nella casella nella quale di solito scriviamo i nostri www.xxx.zz, inseriamo un paio di parole … meraviglia delle meraviglie … si apre una pagina nella quale le due paroline appaiono nella casella del motore di ricerca e sotto, in fila come tanti soldatini, troviamo elencate le ricorrenze che soddisfano alla nostra richiesta. E questa sarebbe una delle innovazioni di Chrome? Totò avrebbe detto “Ma mi faccia il piacere!”.

Finisco la demolizione di Chrome: non è proprio di uso intuitivo. Certe cose sono nascoste, e sto pensando al task manager per aprire il quale bisogna cliccare col tasto destro sulla barra del titolo.

Passiamo oltre: molte polemiche sono nate a proposito della licenza con la quale è stato rilasciato il browser. Nell’EULA (End User License Agreement) in lingua inglese è esplicitamente dichiarato che il software è rilasciato sotto licenza BSD, citazione questa che scompare nella versione italiana della stessa licenza d’uso. Noto, in maniera incidentale, che la licenza BSD è una licenza che garantisce le quattro libertà del software postulate da Richard Stallman:

* Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo (libertà 0).

* Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

* Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo (libertà 2).

* Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

È meno restrittiva della licenza GPL perché non ha fra i propri obiettivi quello di proteggere la libertà del software ma quello di renderlo completamente libero, accessibile e modificabile: un programma protetto da licenza BSD, può essere ridistribuito con qualunque altra licenza, aperta o chiusa, libera o proprietaria, senza l’obbligo di pubblicare le modifiche apportate al codice sorgente.

Sempre nell’EULA era contenuta una sezione relativa alla cessione dei diritti sui contenuti inviati, pubblicati o visualizzati tramite i Servizi: le parole “… l’utente concede a Google una licenza perenne, irrevocabile, internazionale, non soggetta a diritti d’autore e non esclusiva per riprodurre, adattare, modificare, tradurre, pubblicare, eseguire in pubblico, visualizzare pubblicamente e distribuire qualsiasi Contenuto inviato, pubblicato o visualizzato su o tramite i Servizi …” hanno scatenato l’inferno. La clausola, presa con tecniche di copia e incolla, dalle licenze di altri Servizi di Google dove poteva avere un senso (Youtube e Blogger), è stata prontamente modificata:

“11. Content license from you

11.1 You retain copyright and any other rights you already hold in Content which you submit, post or display on or through, the Services”.

Google, fedele al suo motto “Don’t be evil”, ha accontentato i suoi fedelissimi utenti, sancendo in modo inequivocabile che non saranno espropriati dei diritti sul contenuto dei tab di Chrome..

Ma la licenza d’uso contiene altri buchi neri che non soddisfano l’utenza.

Il punto 12.1, ad esempio, consente a Google Installer di operare in maniera autonoma, senza che l’utente possa scegliere se installare o meno una patch o un aggiornamento. Curioso a questo proposito quanto mi capita sulla macchina virtuale Windows XP: Zone Alarm segnala i continui tentativi di Google Installer di entrare in contatto con un IP di classe C. Immemore del proverbio inglese che recita “Curiosity kill the cat”, ho fatto alcuni esperimenti su questo IP. e i risultati ottenuti mi hanno lasciato un po’ perplesso. L’IP è raggiungibile senza problemi con un ping, ma il browser (Firefox e Chrome) restituisce un errore “Invalid URL”; ipotizzando potesse trattarsi di un problema di DNS, ho provato su un PC diverso, appoggiato su un diverso server dei nomi e il risultato è stato lo stesso. Il whois mi ha dato qualche informazione in più: l’indirizzo in questione sarebbe compreso nel range di IP in disponibilità di un’azienda che fornisce una piattaforma per la distribuzione di contenuti via internet … e ci può stare.

Altro punto controverso è l’articolo 17 dell’EULA, dove si dice:

“… 17.1 Alcuni Servizi sono finanziati dalle entrate derivanti dalla pubblicità e possono visualizzare annunci pubblicitari e promozioni. Tali annunci pubblicitari possono essere mirati al contenuto delle informazioni memorizzate nei Servizi, a ricerche effettuate tramite i Servizi o ad altre informazioni.

17.2 Lo stile, le modalità e l’ambito degli annunci di Google sui Servizi sono soggetti a modifica senza specifico preavviso all’utente.

17.3 In considerazione della concessione da parte di Google all’utente dell’accesso e dell’uso dei Servizi, l’utente accetta che Google possa inserire tali annunci pubblicitari sui Servizi”.

Per questo motivo c’è chi vede in Chrome, ogni copia del quale è identificata da un numero univoco che la rende identificabile, uno strumento che viola la nostra privacy, permettendo a Google di tener traccia delle nostre ricerche tanto che è stata ventilata la presenza di funzioni nascoste di keylogging. Con un minimo di buonsenso mi permetto di fare due osservazioni banali: non è Chrome che tiene traccia delle nostre ricerche, ma è Google, e lo fa anche se noi usiamo Firefox, Opera, Safari o Internet Explorer. Google ci campa (e piuttosto bene) sulle nostre ricerche e poi, in fondo, a noi piace la stregonesca abilità che il motore di ricerca ha nel presentarci sempre in prima pagina proprio quello che stavamo cercando. Delle due una: o noi vogliamo un motore di ricerca che ci dia le risposte che più ci interessano, e allora ci rassegniamo all’invadenza di Google, oppure scegliamo di imprecare cercando su 127.234.500 risultati proprio quell’unica pagina che ci interessa. Quanto alla privacy, la miglior garanzia sulla sua tutela ci è data proprio da Google: le centinaia di migliaia di server che ospitano il suo smisurato database, e gli yoltabyte di dati che contengono rendono, di fatto, impossibile, o per lo meno, molto costoso spiare ogni singolo utente ricorrendo a questo mezzo. Cos’è uno yoltabyte? Che diamine … è un numero di byte pari alla ventiquattresima potenza di 10 … eccovelo: 1.000.000.000.000.000.000.000.000.

Perdiamo la nostra concezione egocentrica del mondo: a Google non gliene frega nulla che noi facciamo ricerche su Paolo Rossi (il comico) anziché su Paolo Rossi (il calciatore): in fondo siamo solo elementi di una popolazione sulla quale gli algoritmi statistici del motore di ricerca lavorano incessantemente. A noi interessa cosa fa una singola formica?

Da notare anche che Google spesso ha resistito (e con successo) in tribunale a chi cercava di ottenere elenchi di utenti sospettati di aver compiuto reati … più facile ottenere gli Ip da un qualsivoglia Internet Service Provider che non informazioni personali da Google.

Concludo con una toccata e fuga su quelli che potranno essere gli scenari futuri aperti da questo nuovo browser.

Come serio competitore di prodotti consolidati (penso a Firefox e a Opera, ma anche a Internet Explorer) Chrome ha ancora un sacco di strada da fare. Allo stato dell’arte è acerbo, incompleto, con funzioni limitate. Come concept per altri software è indubbiamente interessante e sto pensando esplicitamente a Firefox. Ci sono alcuni fatti che mi fanno ipotizzare un travaso di codice tra i due browser … in primo luogo il rinnovo (fino al 2011) dell’accordo commerciale tra Mozilla e Google stessa e per cifre notevoli. Google copre per più dell’ottanta per cento il fabbisogno finanziario di Mozilla: è impensabile che questo travaso di bigliettoni verdi sia stato fatto per beneficenza e mi sembra abbastanza evidente che Google non ha nessuna intenzione di affossare Firefox.

In secondo luogo segnalo un’interessante intervista ad Aza Raskin, Head of User Experience per i Mozilla Labs, sul futuro (non molto prossimo) di Firefox. Leggete con attenzione la descrizione dell’interfaccia Fennec, soprattutto dove parla della possibilità di manipolare i tab o di vederli nel loro insieme … vi ricorda qualcosa?

Chi mi ha letto fin qua merita veramente un premio…

COMMENTO SINCERO DI ANDREA CAMBIERI

Ho provato un po’ più approfonditamente Chrome.

Non ho trovato l’opzione per svuotare la cache…e se andate in about:cache vedrete una lista interminabile di oggetti…

Si memorizza una specie di cache dns dei siti visitati…visibili da about:dns
E ora la chicca: about:networks… vi ricordate il salvaschermo di windows con i tubi che correvano sullo schermo? bene e’ quello.

In conclusione con un mio collega abbiamo deciso che ci sono due possibili scenari:

Dietro a google c’è una loggia massonica, e in tal caso con Chrome non sapranno molto di più su di noi perchè tanto sanno gia tutto quello che a loro interessa.
Dietro a google non c’è una loggia massonica, in tal caso chissenefrega_se_carpisce_i_nostri_dati
sensibili_che_tanto_in_un_paese_di_merda_ci_viviamo_gia.

Per chi volesse approfondire, segnaliamo questo post, e quest’altro.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è La cucina incontra la fotografia sul web. La storia de Il cavoletto di Bruxelles.



Wednesday
Sep 3,2008

Su Google Maps tutte le vie italiane con “Vico” sono state sostituite dal più formale “Vicolo”.

A pagarne le spese è Giambattista Vico, il celebre filosofo e storico napoletano morto più di 250 anni fa.

E se ad esempio a Milano dovete cercare quella via (dietro Sant’Ambrogio, in zona via Olona), non la troverete. Al suo posto, il servizio di Google, segnala “Via Giambattista Vicolo”.

L’errore (non proprio “marginale”) sussiste da molti mesi. E nessuno si è ancora preso la briga di risolverlo.

___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Marketing low cost – idee e spunti pratici per piccole medie aziende e liberi professionisti.



Tuesday
Sep 2,2008

a cura di John Madero

1) A New York più del 50% dei partecipanti è di sesso femminile. Se siete fortunati, troverete giovani PR Microsoft di 23 anni.

2) Incredibile. Oltreoceano, ai barcamp, la gente ha l’abitudine di ascoltare i talk degli altri partecipanti. E non parlo solo di poche persone…è una tendenza davvero diffusa! Insomma, nessuno imboscato nell’area rinfreschi ad aspettare solamente il proprio turno.

3) Si parla inglese, non italiano.

4) A New York i barcamp e le conferenze sono frequentati da veri venture capitalist, veramente interessati ad investire veri soldi in veri progetti che reputano validi. Non sono una leggenda come in Italia, in cui al massimo se ne sente parlare: oltreoceano si possono incontrare VC che si muovono con le loro gambe. E sono anche parecchi. Potete addirittura rivolgere loro la parola e intavolare una conversazione. Se avete un buon business plan, potrebbe essere fatta.

5) Se non vi piace il caffè americano, non provate quello che servono nei servizi di catering. E non dite che non vi avevano avvisato!

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Struttura del codice, librerie e software opensource.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Ricerca distribuita: come il lavoro degli scienziati cambia con il web.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Nome di dominio: registrazione, posizionamento sui motori e tutela.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è L’ordine dorico: il Tempio di Era (Olimpia) e il Tempio di Apollo (Corinto).

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Arte greca: la ceramica protoattica.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Scuola, ricerca, giovani e Internet: videochat con Ignazio Marino.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Introduzione a Ettore Sottsass: design e comunicazione.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Cultura hacker: da wargames all’underground economy.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è L’Odusìa di Livio Andronico: riassunto e spiegazione dell’opera.



Friday
Aug 29,2008

DI MARIO GOVONI

Strano titolo per un articolo di Shannon, vero? Tra pochi minuti si chiarirà questa bizzarria.

Riassunto delle puntate precedenti … all’estero fino all’undici di agosto, al mio rientro sono ripartito per Paestum, ridente località archeologico-balneare sulle coste del Cilento. Verso Ferragosto ho pensato di scaricare una distribuzione Linux per testarla su macchina virtuale. Per risparmiare un po’ di tempo, mi sono collegato a ThePirateBay per cercare il file torrent che mi interessava e, con grande disappunto ho scoperto che la baia pirata era stata oscurata su richiesta del PM di Bergamo.

Strano oscuramento: non una pagina che avvisasse che il sito era sottoposto a sequestro, non un’indicazione … nulla … solo Firefox che, ostinatamente, mi informava che ThePirateBay era irraggiungibile.

Cerco un po’ sulla rete e, tra le varie fonti, trovo pure un articolo di Repubblica nel quale Enzo Mazza, presidente della Federazione Industria Musicale Italiana, di fronte al prevedibile scompiglio creatosi per la chiusura della baia pirata e al timore di illegittime schedature, dichiara (e il virgolettato è tratto dal citato quotidiano): “Ci sembra fuori dal mondo questa difesa dei ladri”.

Non voglio discutere su ragioni e torti di discografici e cosiddetti pirati, non è questa la sede e, sul web, c’è già stato chi lo ha fatto sicuramente meglio di me. Voglio però fare due considerazioni piccole piccole, da povero ragazzo di campagna quale, in fondo, io sono …

La prima: consiglio al signor Mazza l’attenta lettura del dizionario della lingua italiana del professor De Mauro, ex Ministro della Repubblica nonché insigne linguista. Per l’illustre studioso, infatti, ladro è “chi ruba, chi si appropria indebitamente di beni o patrimoni altrui ricorrendo all’inganno, alla frode o alla violenza”. Non voglio chiosare il lemma, e ce ne sarebbe motivo, ma semplicemente dire che tra me, che cercavo di scaricare una distribuzione Linux, garantito da una licenza che me ne dava la possibilità, e chi mi ha impedito di esercitare questo diritto beh … il ladro non sono certamente io. Forse sarebbe meglio pensare prima di usare le parole in modo inappropriato.

La seconda: il mese di agosto mi sembra un periodo decisamente “fuori dal mondo” per un’operazione di questo tipo … no, scusate, a ben riflettere, invece, è proprio il periodo migliore. Un sacco di persone con le chiappe nell’acqua, un certo torpore provocato dal caldo e dalla laboriosa digestione di un’impepata di cozze, poca voglia di imbastire polemiche. Ebbene sì, se volessi esercitare qualche forma di censura o di controllo sul web e su Internet il mese di agosto sarebbe proprio il periodo ideale. Il popolo bue parte per le ferie e quando torna, distratto dai pochi soldi, dal dover riprendere il lavoro, dalla stanchezza indotta dalle vacanze, si ritrova con la rete lucchettata e filtrata. Non vorrei che questa azione su ThePirateBay sia stata una sorta di prova generale per novità ancor più inquietanti, visto soprattutto che la classe politica (italiana ma non solo) teme il web e i suoi utenti, manco fossero tutti terroristi, pedofili, serial killer o alieni assassini.

Non mi resta che concludere riprendendo il titolo: “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (Prima lettera di San Pietro, 5, 8). Seguiamo il consiglio di San Pietro e, nell’agosto dell’anno prossimo, cerchiamo di non distrarci troppo … che chissà cosa può succedere.

RISPOSTA DI JOHN MADERO

Non credo nel complotto d’agosto ma la vicenda ha, senza dubbio, una sua rilevanza. Se non altro perchè, a livello burocratico, crea dei pericolosi precedenti.

Ascoltando le polemiche, ho capito qualcosa d’altro. Qualcosa di altrettanto preoccupante. La gente, quando si parla di temi come “la pirateria”, giustifica ogni intervento delle Autorità come “motivato” dal fatto che la pirateria stessa sia qualcosa di negativo.

Molti non si rendono conto che, quando abbiamo a che fare con una patata bollente delicata come la pirateria, a maggior ragione (nel perseguirla) dobbiamo procedere con sicurezza, seguendo la legge e, perchè no, anche il buon senso che Madre Natura (niente citazioni di lettere apostoliche, mi spiace) ci ha fornito.

Ecco quello che ho scritto sulla mailing list di Free Software Foundation Europe, rispondendo ad un altro utente che, a grandi linee, diceva “non prendiamoci in giro, era solo un covo di pirati, già a partire dal nome”:

E allora? Non facciamo confusione: siamo tutti contro la pirateria (o, almeno, non è di questo che stiamo parlando). Ma è sempre il “come” si interviene che conta.
E questa volta non solo hanno sbagliato il “come”, ma addirittura il destinatario del provvedimento.

Sono riusciti a:
1) Operare fuori dalla loro giurisdizione (a questo si sono appellati gli avvocati di ThePirateBay nel ricorso)
2) Colpire un sito che in realtà è solo un aggregatore / motore di ricerca
3) Colpirlo in maniera inadeguata (con i DNS). Basta utilizzare un dns estero e si raggiunge il sito senza problemi.
4) Fare un redirect su una pagina ospitata dalle stesse case discografiche, che possono così salvarsi gli indirizzi IP degli utenti (utenti che non hanno certo richiesto di visitare quella pagina).

Insomma, va bene perseguire la pirateria, ma bisogna farlo seguendo la legge! Ripeto, è sempre il “come” che conta, e questo intervento, come è stato detto, intacca anche i principi a base della net neutrality.

Quello che voglio dire è che, fino a prova contraria, viviamo in uno Stato di Diritto. Ripetiamolo, perchè fa sempre bene. Ha anche un bel suono. Uno Stato di Diritto.

Riferimenti

Per approfondire l’argomento, vi consigliamo di leggere il resoconto dell’amico Giacomo Rizzo, quello del blog di Alessandro Bottoni e, infine, quello di Tweakness.net.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Filippo Brunelleschi: introduzione alle opere architettoniche e scultoree.



Wednesday
Aug 27,2008

L’Ipod Video è ormai in commercio da anni, ma le richieste d’aiuto su come convertire i propri video nel formato corretto per questo dispositivo sono ancora moltissime.

Dopo qualche test, vi presentiamo il modo più comodo per farlo utilizzando il sistema operativo Windows. Nelle prossime settimane, vedremo come effettuare la stessa operazione con Linux.

Il programma che abbiamo scelto è Free iPod video converter, che permette di importare file FLV (il formato di YouTube), divx, xvid, mpg, mp4, dvd, vob, avi, wmv e asf. Insomma, tutto quello che vi potrebbe venire in mente.

Il video che proveremo a convertire è The Rocky Horror Picture Show in formato AVI.

Per prima cosa aprite la pagina http://www.koyotesoft.com/indexEn.html, selezionate sulla sinistra “Free iPod Video converter 2.6″ e poi cliccate sul pulsante Download.

La pagina in questione dovrebbe avere questo aspetto:

Dopo aver installato e lanciato l’applicazione, selezionate la lingua italiana e seguite questa procedura:

1) Cliccate sul pulsante Aggiungi File Video in alto a sinistra (il secondo del menù) e selezionate il file che volete convertire e riprodurre sul vostro iPod.

2) Se volete che il file convertito venga salvato in una posizione diversa da quella del file originale, deselezionate “Salva nella directory del File” e inserite la destinazione che preferite.

3) Deselezionate “Ipod formato Standard”, altrimenti otterrete solamente la traccia audio, senza il video. Infatti se l’opzione è selezionata, come potete vedere, la frequenza di frame al secondo (fps) è pari a zero, e questo corrisponde a non avere alcuna traccia video.

4) Cliccate sul bottone Converti e seguite lo svolgimento della conversione attraverso la barra di progesso (che indica la percentuale dell’attività già svolta).

Alla fine della conversione, il risultato sarà un file con lo stesso nome dell’originale, ma con l’estensione .mp4.

Fatto questo, non vi resta che importare il file in iTunes cliccando su File e poi su Importa, verificare che il video sia stato convertito con successo, collegare il vostro iPod al computer e sincronizzarlo con la vostra libreria multimediale che, da pochi minuti, contiene anche The Rocky Horror Picture Show in formato iPod!

Buona visione!___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Controllo e uso politico dell’innovazione: la ricetta cinese.



Wednesday
Aug 20,2008

Breve

Sembra che negli ultimi giorni stiano girando centinaia di migliaia di messaggi spam analoghi ai seguenti, scritti con un pessimo italiano e con un contenuto che sfida il buon senso.

Notate il “La saluto” iniziale.

Soggetto: “Quale studente ha carta Visa d’oro con credito di 50 mila? Il nostro studente lo ha!”

Saluto.
La invitiamo a lavoro praticante.
Vendiamo TV in diversi paesi.
Tutti i collaboratori ha lo sconto di 20% per tutte le merci del nostro negozio.
Se Lei e` interessato  scriva a me personalmente assistenteita2008@gmail.com  e presto Le immancabilmente!
Cordiali Saluti

Soggetto: “Che sia amici si rallegrano che i nemici invidiano!”

La saluto
La invitiamo a lavoro consultante.
Vendiamo TV in diversi paesi.
Ogni collega ha lo sconto di 20% per tutte le merci del nostro negozio.
Vuole sapere di piu`? scriva al mio indirizzo di casa assistenteita2008@gmail.com  e entro 1-2 giorni Le faccio la risposta!
Arrividerci!
___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Pasolini e Gadda. Vecchio e nuovo fascismo.



Aforismi ad aeternum

"Ratzinger ha invitato i giovani alla castità. Se funziona con loro proverà anche con i preti."
Daniele Luttazzi

"Ciò che ho sempre trovato di più bello, a teatro, è il lampadario."
Baudelaire

"Non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa."
Woody Allen

"Dio è un commediante che recita per un pubblico troppo spaventato per ridere."
Voltaire


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CLAUDE SHANNON




Claude Shannon è uno dei più grandi teorici del secolo scorso. Gettò le basi per la progettazione dei circuiti digitali, scrisse una teoria dell'informazione ancora oggi ampiamente considerata, fondò la teoria matematica della crittografia e creò uno dei primi programmi scacchistici per computer.
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