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Tuesday
Apr 27,2010

Siamo stati al Festival del Giornalismo di Perugia. Io ne ho parlato su Liquida Magazine riportando l’intervento di Luca De Biase, e in generale riassumendo il dibattito in corso sul futuro del giornalismo attraverso una mappa semplificata. Buona lettura!___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Amministrazione digitale e semplificazione dello Stato spiegate agli internauti.



Saturday
Mar 13,2010

Questa notte Apple ha cercato di prelevare a più riprese, dalla mia carta prepagata per fortuna vuota, alcune decine di dollari a fronte di acquisti non effettuati.

5 tentativi di prelievo, di importi sempre minori, in pochi minuti.

Quando ho visto gli sms della banca, ho provato ad autenticarmi nell’account, ma non ci sono riuscito.

Ho provato ad usare lo strumento Recupera password, ma il mio account, con cui compro musica da parecchi anni, non esiste più.

Magia!

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Paolo Giardini (CLUSIT) parla di cultura hacker e sicurezza informatica.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Lisa Vozza (AIRC). Innovazione e vaccini nell’era globale: i risultati della ricerca e i miti da sfatare.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Da disegno industriale ad Arte: la situazione del design in Italia.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Come affrontare un colloquio di lavoro e come presentarsi. I consigli di Flavia Marzano.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Giovanni Anceschi. Product design: il lavoro del designer tra funzionalità e innovazione.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Arte greca: la Kore di Nikandre e lo stile dedalico.

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Thesauròs (o Tesoro) dei Sifni: le decorazioni scultoree .



Wednesday
Mar 10,2010

di Marco De Rossi

Ieri sono stato – insieme ad altri blogger, geek e internettiani – ad un incontro a Milano con i responsabili di Rai Net. L’oggetto della discussione, in sostanza, era Rai.tv.

Beh, innanzitutto è sempre piacevole scoprire che dietro ad un prodotto che si utilizza spesso (le poche cose che guardo in televisione, le guardo su Rai.tv), c’è un gruppo di persone così aperto, vitale ed in gamba.

Pensate che l’intero budget annuale è di qualche milione di euro (all’estero si ragiona con due ordini di grandezza in più), e cioè appena il doppio di quello che la Rai ha dato a Bonolis l’ultima volta che ha condotto Sanremo. Vi risparmio – per clemenza e per non andare off topic – altri paragoni (ad esempio il budget attuale dell’Ente Pugliese di Bonifica dell’Agro Pontino, territorio bonificato 80 anni fa).

L’impressione è stata ottima, ma è evidente che questi eroi di Rai Net sono tirati come delle marionette da una parte dall’assetto miope e conservatore della dirigenza Rai (che discende ovviamente dalla miopia di un’altra dirigenza), e dall’altra parte non dico dal popolo della Rete (chissenefrega di qualche geek), ma direttamente dal buon senso e dal progresso.

Ok, arriviamo al punto.

- Dobbiamo ancora stare a discutere sul fatto che Rai.tv si affianchi, oppure sostituisca, la visione della televisione tradizionale? Ovvio: la sostituisce. Che domande! Invece che stare a casa sabato sera a guardare Antonio Albanese, vado fuori e poi me lo rivedo la domenica pomeriggio. Se ceno a casa, non ceno in pizzeria. Vogliamo discuterne ancora un po’ ? :) La vera domanda è “Quando un minuto di view online verrà premiato, a livello di richiesta e relativi introiti da advertisment, come un minuto di tv tradizionale? Come possiamo accelerare i tempi?”. Senza contare che, a livello di inserzionista, un contenuto on demand (come sono quelli di Rai.tv) dovrebbe essere molto più appetibile di uno propinato da dinamiche di palinsesto.

- A furia di parlare di diritti (alcune delle cose che non trovate su Rai.tv non ci sono per questo motivo) si rischia di impazzire. L’unica, come si è detto ieri, è obbligare l’Ufficio Acquisti a non firmare contratti in cui non sia permesso anche lo streaming online. Il problema, in questo tipo di problemi, è sempre il potere contrattuale. Ed io mi chiedo: se non ce l’ha Rai, questo potere contrattuale, chi lo deve avere? Le piccole tv universitarie cosa dovrebbero fare? Spararsi?

- Menosa remembrance del “dare-avere”. Come possiamo pretendere che gli utenti di Rai.tv tagghino i video per aumentare i metadata, e passino ore della loro vita a preparare usergenerated video da inviare a Rai per partecipare a determinati contest, se poi in cambio – alla comunità – non permettiamo nemmeno di embeddare i video in giro per la blogosfera?

- Come alla fine ha spiegato Mafe: dire che embeddare i video Rai nei siti esterni è pericoloso perché si rischia la dispersione, oltre che essere anacronistico, è quantitativamente errato. Se anche solo 1/5 delle persone che trovano i video Rai in giro per la blogosfera, cliccassero sul video e andassero sul Rai.tv, sarebbe il 20% in più del traffico. Non è certo una cosa originale: siti come WSJ o Cnet vivono di questa presunta “dispersione”.

- Non avevo mai visto misurare le statistiche di un sito in cui ogni pagina contiene un video (l’hanno spiegato loro) in pageviews invece che in minuti/ore. Misurare in minuti, e mettere in correlazione i dati ottenuti con quelli delle categorie di contenuti, permette di estrarre dati molto interessanti (tipo: il 90% di quelli che guardano tale programma, stoppa lo stream entro i 2 minuti…).

Ultima cosa.

È anni che, bazzicando nel mondo online user generated, sentiamo dire “Eh sì… il problema è che nell’ugc c’è un sacco di porcheria… quale inserzionista metterebbe il suo annuncio lì di fianco, a scatola chiusa? Nessuno”. È vero, ed è un tormentone. C’è gente nello staff commerciale e developers di YouTube che venderebbe sua madre per avere molti più contenuti professionali, invece che UGC.

In Rai, se ne rendono conto di questa forza immensa che hanno? Questo gigantesco valore? Sono la Rai. Hanno tutti super-contenuti. Si rendono conto – quando parlano dello scarso seguito delle loro funzioni social (commenti, preferiti, playlist personalizzate) – che se facessero un clone di YouTube, avrebbero dei feedback social enormi semplicemente perché sono la Rai e perché hanno super contenuti?

Per questo motivo sono rimasto perplesso quando, in merito ai motivi che disincentivano l’external embedding sul Web, mi hanno detto che “intaccherebbe l’identità dei contenuti”. L’identità? Ma diamine, sei la Rai! Tutti i contenuti hanno un’identità fortissima. Nessun timore! Falli girare ovunque. Tutti sanno e continueranno a saper che son Rai! Solo che saranno in più a vederli, e più numerosi anche gli inserzionisti.

Detto questo, in bocca al lupo allo staff.

Ecco le slide dell’evento:

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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Guida PHP: Condizioni e Operatori logici.



Wednesday
Feb 17,2010

Di Marco De Rossi (Madero)

Ho letto You Are Not A Gadget di Jaron Lanier, di cui si è parlato parecchio nelle scorse settimane. Il libro mi è piaciuto, soprattutto la seconda parte: quella costruens e meno polemica, guarda caso quella meno discussa nell’articolo del WSJ e meno citata nel dibattito internazionale che si è sviluppato online.

Potrei scrivere cosa e perché mi è piaciuto, ma non credo interesserebbe a molti. Preferisco parlare invece di alcune modalità argomentative che ho trovato pericolose; poi ovviamente ognuno può condividere o meno le idee di Lanier (e non è appunto questo che mi interessa).

Nella teoria dei giochi sono due le condizioni perché il “gioco” abbia una soluzione. Prima di tutto le scelte effettuate devono portare a un equilibrio. In secondo luogo, queste scelte devono essere credibili. Ecco, alcune argomentazioni di Jaron Lanier sono sensatissime (e convincono quindi bene il lettore) ma mancano di credibilità. Ed è in questo spazio off-limits che si manifesta un sofismo spiacevole, e di cui non vorrei che un saggista si servisse.

Insomma, nella prima parte parte del libro – quella polemica che forse Lanier è stato invitato dal suo editor a evidenziare per vendere di più – mi sono sentito preso un po’ in giro. Secondo me, però, un po’ di logica formale può aiutarci non dico a valutare la veridicità delle tesi espresse nel saggio (mai sia!), ma per lo meno a difenderci da alcuni discorsi “tricky”.

Iniziamo con qualche esempio:

Something like missionary reductionism has happened to the internet with the rise of web 2.0. The strangeness is being leached away by the mush-making process. Individual web pages as they first appeared in the early 1990s had the flavor of personhood. MySpace preserved some of that flavor, though a process of regularized formatting had begun. Facebook went further, organizing people into multiple-choice identities, while Wikipedia seeks to erase point of view entirely. (Kindle Loc. 876-80)

Sostanzialmente Lanier dice che le applicazioni web 2.0 hanno schemi molto rigidi di organizzazione e input di dati e che quindi il risultato, ad esempio i profili social, esprimono una personhood inferiore a quella espressa con i siti web 1.0. Perché? Semplicemente perché sono meno vari.

Ora, questo ragionamento è liscio come l’olio. È un equilibrio. È sensatissimo. Il problema è che se presenti la disequazione Personhood[Web 1.0] > Personhood[Web 2.0] non puoi non tenere conto di un piccolissimo dettaglio: quelli che avevano le skills e le competenze per esprimere la loro personalità con Html, coding e aprendo un hosting (Web 1.0) sono un frazione infinitesimale di quelli che lo riescono a fare con i social media. Senza contare che, nell’era del Web 2.0, chi ha le skills per aprire un sito web altamente customizzato, continua a farlo (proprio per distinguersi dalle centinaia di milioni di utenti facebook).

Il paragone introdotto da Lanier mi pare quindi infelice per una questione puramente logico-formale.

Per capirci, oltre che un equilibrio avrebbe anche credibilità il seguente ragionamento:

Personhood[Web 1.0] * PersoneCheRiuscivanoAdEsprimersiConIlWeb1.0 <  Personhood[Web 2.0] * PersoneCheRiuscivanoAdEsprimersiConIlWeb2.0.

Passiamo a un altro giochetto di Gorgia Lanier, di cui parla tra l’altro anche Luca Sofri, uno dei blogger che leggo più volentieri:

Once upon a time, not too long ago, plenty of computer scientist thought the idea of the file was not so great. [...] The first design for something like the World Wide Web, Ted Nelson’s Xanadu, conceived of one giant, global file, for instance. The first iteration of the Macintosh, which never shipped, didn’t have files. Instead, the whole of a user’s productivity accumulated in one big structure, sort of like a singular personal web page. (Kindle Loc. 222-24)

Sofri scrive “Lanier usa la storia della creazione del file come esempio di scelte che non sono necessariamente migliori, inevitabili o uniche, ma che una volta fatte determinano il corso successivo in modo così pesante da impedire ogni deviazione futura da quel corso”. Lanier ci sta insomma dicendo che poteva esistere un mondo senza file. E lo ripete per due pagine.

Tutto a posto. La posizione presentata ha effettivamente un equilibrio. È sensatissima. Ed aiuta Lanier a cullare il lettore tra le sue teorie a base di cefalopodi (chi ha letto il libro intenda).

Ma, anche qui, l’equilibrio di Lanier non è credibile. Vediamo perché. Un file è un frammento di informazioni salvate in un determinato modo. Gli elementi chiave sono quindi due: il fatto che sia un modulo, una sottoparte di qualcosa, e il fatto che abbia, in gergo, un filetype. Dire che può esistere un mondo senza file significa, da un punto di vista logico, contemplare un paesaggio in cui non valgono questi due elementi chiave.

Purtroppo non possono esistere delle informazioni immagazzinate senza filetype, semplicemente perché chi scrive queste informazioni non potrebbe essere capito da chi le legge. Claude Shannon, che dà il nome a questo blog, confermerebbe. Come si fa, ad esempio, a salvare della musica in nessun formato? Non si può, infatti.

Per quanto riguarda il fatto di avere un unico gigantesco file (the whole of a user’s productivity accumulated in one big structure) non modulare e frazionabile, beh… come facciamo a decidere con quale linguaggio (=formato) salvare questo megafile? Se lo salviamo in formati diversi, automaticamente ci ritroviamo ad avere tanti piccoli file. E inoltre, vi sembra pratico avere un unico gigantesco file? E le informazioni come le spostiamo? Come vedete questa tesi, sensata quanto volete, non è credibile. Toh che peccato!

Potrei andare avanti per ore (che noia!), perché la prima parte del libro è quasi tutta così…

Ad esempio, Lanier si prende gioco del celebre “Information wants to be free” scrivendo

Information of the kind that purportedly wants to be free is nothing but a shadow of our own minds, and wants nothing on its own. It will not suffer if it doesn’t get what it wants. (Kindle Loc. 523-24)

E poi, non contento, continua:

But if you want to make the transition from the old religion, where you hope God will give you an afterlife, to the new religion, where you hope to become immortal by getting uploaded into a computer, then you have to believe information is real and alive. So for you, it will be important to redesign human institutions like art, the economy, and the law to reinforce the perception that information is alive. (Kindle Loc. 524-28)

Lanier riesce a spiegare la sua tesi in modo chiaro e convincente, con anche esagerazioni e nomignoli degni di una copertina travagliesca di Anno Zero (“where you hope God will give you an afterlife, to the new religion”, molto simpatico…).

Il problema è che l’antitesi su cui il ragionamento si basa non è fondata, dato che chi dice “Information wants to be free” non crede certo che la Signora Informazione soffra il buio di San Vittore e chieda con dei pizzetti aiuto a Mr. Internet e Nonno Router per evadere e scappare ad Hammamet. Insomma, anche chi scrive “Information wants to be free” sa benissimo che “Information is nothing but a shadow of our own minds”.

Questo giochetto rende il discorso non credibile. Peccato!

E ancora, per gli smanettoni / nerd:

There’s a core design feature in UNIX called a “command line interface.” In this system, you type instructions, you hit “return,” and the instructions are carried out.* A unifying design principle of UNIX is that a program can’t tell if a person hit return or a program did so. Since real people are slower than simulated people at operating keyboards, the importance of precise timing is suppressed by this particular idea. As a result, UNIX is based on discrete events that don’t have to happen at a precise moment in time. The human organism, meanwhile, is based on continuous sensory, cognitive, and motor processes that have to be synchronized precisely in time. (Kindle Loc. 192-97)

Un bel discorso equilibrato e sensato, tanto per cambiare. Chi ha mai scritto un programma informatico (Lanier incluso, quindi) vedrà però subito che manca di credibilità.

Anche l’attività neuronale (“continuous sensory, cognitive, and motor processes”) avviene in modo sincrono e con timer precisi. Se abbiamo fame, sete o dobbiamo andare in bagno, ad esempio, ogni tot secondi o millisecondi il nostro sistema nervoso ricorderà al cervello questa esigenza. Il flusso dei messaggi è continuo, ma il nostro cervello ce lo ricorda a intervalli.

Tutto questo può essere simulato con l’AI usando molti timer (o demoni) che rieseguono istruzioni o frammenti di programma di controllo o routine con un’altissima frequenza.

Maggiore è la frequenza dei timer informatici, minore la differenza con i “continuous processes” umani. Non sono qui per esaltare l’intelligenza artificiale. Anzi. Dico solo che questa bell’argomentazione di Lanier, che in effetti convince bene, è da un punto di vista logico errata. Chi non ha mai programmato, ci casca.

Per non parlare di goffi periodi che stordiscono e fregano chi magari non è molto informato sull’argomento e non passa la sua vita su TechMeme:

The promotion of the latest techno-political-cultural orthodoxy, which I am criticizing, has become unceasing and pervasive. The New York Times, for instance, promotes so-called open digital politics on a daily basis even though that ideal and the movement behind it are destroying the newspaper, and all other newspapers.* It seems to be a case of journalistic Stockholm syndrome. (Kindle Loc. 403-6)

Cioé, sta dicendo che una non ben definita e sfumata “techno-political-cultural orthodoxy” che piace al NYT, è la stessa che sta uccidendo il NYT e il giornalismo. Ba. Non apriamo parentesi..

Fino ad arrivare a quelle che il ragioniere più amato d’Italia liquiderebbe come “cagate pazzesche”:

An endless series of gambits backed by gigantic investments encouraged young people entering the online world for the first time to create standardized presences on sites like Facebook. Commercial interests promoted the widespread adoption of standardized designs like the blog. (Kindle Loc. 280-82).

Investimenti giganteschi hanno incoraggiato i giovani ad usare piattaforme sociali? Facebook e Google, tanto per essere originali, sono nati in un garage. I “Commercial interests” ci sono, ma arrivano ben dopo l’apprezzamento degli utenti.

Per le due ultime cose citate non c’è nemmeno bisogno di parlare di “equilibrio” e “credibilità”, visto che non c’è né il primo, né la seconda.

Certe cose, tipo la seguente, io non sono in grado di verificarle: “Stravinsky’s Rite of Spring, composed in 1912, would have been a lot harder to play, at least at tempo and in tune, on the instruments that had existed some decades earlier” (Kindle Loc. 2214-15). Eppure conosco la Sagra della Primavera e il discorso un po’ mi puzza.

Insomma, bisogna stare attenti a tutto in questo libro. È un campo minato.

E a me, quando leggo saggistica, mi piace essere trasportato dalle tesi dell’autore, ma senza dover avere ogni due righe il dubbio che mi stia fregando. Chiedo troppo?___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Giovanni Anceschi. Design e sovversione: il ruolo del designer.



Thursday
Feb 11,2010

DI MARCO DE ROSSI

Torno a scrivere un post su Shannon dopo tanto tempo perché sento il bisogno di dire la mia (sì, mi sento un po’ tirato in ballo) su questa questione – sollevata da Marco Massarotto ma, a giudicare dai feedback, cara a molti – dei nativi digitali.

Nativi che, nella riflessione di Marco, diventano addirittura micidiali. Micidiali perché Daniel, effettivamente, l’ha fatta proprio grossa.

Dunque, io credo sia sbagliato guardare noi nativi digitali come se avessimo qualche particolare talento. I nativi digitali (forse con l’eccezione di teste con la potenza analitica di Andrea Lo Pumo) NON sono geni.

Ho un sacco di amici in età da “nativi” che non sono nativi digitali ma sono persone di grande talento. Quando entreranno nel mercato del lavoro, dove io sono entrato precocemente, manifesteranno le loro competenze e daranno un grande contributo. Credo insomma che sia socialmente insignificante e poco interessante analizzare la questione dei nativi digitali utilizzando l’etichetta e il discriminante del “talento precoce”.

Chi lo fa, e su questo sono d’accordo con Marco Massarotto, genera mostri.

Ma allora cosa c’è di speciale in questi nativi digitali? L’impegno, il non essere pigri. I nativi digitali sono un gruppo di giovani che, sfruttando alcuni processi economici innescati dall’Information Technology (mancanza di barriere d’entrata, mercato unico ad accesso libero, crowdsourcing e altre “alleanze decentrate” nello sviluppo di progetti, opensource, piattaforme UGC) si danno da fare in età precoce.

Insomma, negli anni 70 non c’erano nativi digitali non tanto perché i PC non erano ancora entrati nelle nostre case (sarebbe una motivazione ben banale!) ma piuttosto perché, non essendo ancora avvenute le innovazioni economiche di cui sopra, non potevano esserlo! Non avevano gli strumenti culturali ed economici per farlo!

Poi ovviamente esistevano altri modi per “darsi da fare in età precoce”. E penso che, da questo punto di vista, il serio impegno politico non sia secondo a nulla (serio = produttivo rispetto alla propria sotto-comunità, serio != ingente).

Il mio amico Riccardo Iaconelli, che ha 19 anni e che probabilmente non conoscete, è un nativo digitale. Non c’è niente di speciale nella sua “testa”. Certo, è un ragazzo intelligente, ma chissenefrega! È pieno il mondo di gente a cui è capitata in sorte una buona corteccia…

Riccardo è un figo pazzesco per un altro motivo. È un figo perché da piccolo, per passione, ha imparato a programmare in C e C++ e adesso, ormai da 4 anni, collabora con il team internazionale di KDE, uno dei due principali desktop manager di Linux. Fa di tutto: grafica, concept del desktop del futuro (Plasma), icone, developing puro. Quando usate KDE, in piccolissima parte, dovete dire grazie anche a Riccardo. Poteva passare i suoi pomeriggi a guardare MTV e chattare su MSN, e non lo ha fatto. Ecco perché è un figo! Ecco perché lo stimo.

E io credo che l’intento di un altro Riccardo, che ha deciso di dedicare a noi nativi digitali una copertina di Wired, fosse proprio quello di esaltare l’impegno, più che la testa di questi ragazzi. Leggete questo suo post per averne conferma.

I nativi digitali sono quindi ragazzi qualunque. Non sono dei talenti da mettere nell’acquario e studiare come “bambini speciali”. Sono solo dei ragazzi che hanno fatto determinate scelte. Scelte che bisogna rispettare.

Grazie a Internet, da adesso e per sempre, chiunque potrà fare le stessa scelte (o anche molto diverse). Chiunque potrà essere nativo digitale. Chiunque potrà dare una mano come sta facendo Riccardo.

Post scriptum. Non capisco il collegamento con la vicenda di Daniel. I nativi digitali, essendo persone normalissime, hanno tutti i difetti del mondo. In questo caso Daniel si è dimostrato disonesto. I ragazzi (nativi e non), io credo, imparano a essere onesti guardando, fin da piccoli, i propri genitori. Guardando la dignità con cui svolgono quotidianamente il loro lavoro. Percependo l’orgoglio con cui descrivono determinate vicende dei nonni. Sentendo il rispetto che hanno per le Istituzioni e per il prossimo (che sono ovviamente la stessa cosa). Insomma, è una cosa squisitamente personale. E non credo c’entri nulla con il discorso dei nativi digitali.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Il Foro Romano: Edicola, Sacello di Venere Cloacina e Doliola.



Friday
Dec 18,2009

Dopo le parole del ministro Maroni e del presidente del Senato Schifani è lecito chiedersi in che modo la maggioranza legifererà intervenendo sui contenuti in Rete e su social network come Facebook.

Oilproject affronta queste tematiche direttamente con l’on. Antonio Palmieri, responsabile nazionale della comunicazione elettorale e Internet del Popolo delle Libertà.

Ad intervistare Palmieri oggi alle 18.30 sarà Stefano Quintarelli, Internet pioneer in Italia ( http://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Quintarelli ).
Chiunque è invitato ad intervenire con domande in diretta collegandosi al sito di Oilproject all’orario stabilito.

Per maggiori informazioni: http://www.oilproject.org/EVENT253

Oilproject ringrazia Liquida.it, sponsor e ospite dell’evento.

Speriamo che a questo dibattito partecipiate numerosi!___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Il Foro Romano: la Curia Iulia.



Sunday
Dec 13,2009

All’interno del nuovo calendario di lezioni online gratuite dedicate ad attualità ed Innovazione, un particolare spazio è dedicato alla sfera politica.

Nella visione di Oilproject talkshow televisivi e domande di giornalisti concordate in precedenza non potranno più esistere in un futuro prossimo. Il confronto tra eletti ed elettori deve essere diretto, filtrato solo dal buon senso e dall’educazione.

Per questo motivo, dopo aver ascoltato nel maggio scorso il sen. Luigi Vimercati (PD), Oilproject ha invitato a confrontarsi con la moltitudine della Rete anche esponenti di altre forze politiche.

Martedì 15 dicembre alle ore 17.45 interverrà l’on. Linda Lanzillotta, deputata alla Camera dei Deputati, esponente di Alleanza per l’Italia ed ex ministro degli Affari Regionali.

Nel dibattito, intitolato Innovazione della Pubblica Amministrazione: ricette alternative alla crociata-Brunetta si parlerà anche della nuova forza politica “Alleanza per l’Italia”.

Venerdì 18 dicembre alle ore 21 interverrà invece l’on. Antonio Palmieri, deputato alla Camera dei Deputati e responsabile nazionale della comunicazione elettorale e Internet del Popolo delle Libertà.

Nell’evento – battezzato come Perché con Internet la politica non sarà più la stessa – si parlerà anche di libertà digitali e di come blogosfera e social network impattano le modalità con cui i partiti interagiscono con gli elettori.

Per partecipare è sufficiente connettersi al sito web www.oilproject.org dieci minuti prima dell’inizio delle videochat.

Nell’arena del Web, grazie alle domande dei partecipanti, a spuntarla saranno le idee migliori.

Be Free To Learn!___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Un nuovo Ulisse per il futuro dell’Italia: Marco Revelli ragiona sulla perdita del senso nel nostro Paese.



Wednesday
Oct 14,2009

Scriviamo per raccontarvi che, in questi mesi di “riposo”, molto lavoro è stato fatto. Nel mese di luglio si è sviluppata una discussione interna alla mailing list di Oilproject e, dopo un dibattito animato anche da contributi esterni, è stato deliberato un allargamento delle materie trattate negli eventi serali organizzati dalla scuola gratuita online che, per data di fondazione e numero di iscritti, è prima in Italia.

Le tematiche trattate nel nuovo palinsesto, tutte connesse dal filo dell’Innovazione e “dell’approccio alla scelta” saranno:

- Attualità e politica
- Storia delle idee
- Internet
- Economia e business

A tenere queste nuove lezioni, che avranno luogo a partire dalla seconda settimana di novembre su Oilproject.org, saranno ricercatori, professori universitari, esperti di Internet, politici e imprenditori.

Il senso del percorso è far percepire come il paradigma dell’Innovazione sia unitario, multidisciplinare e trasversale. La ricetta? Offrire ai navigatori i contributi di persone con i background più disparati.

Il calendario dettagliato verrà presentato giovedì 22 ottobre.

Cosa ne pensate? La discussione è qui

Lo staff

(in ordine sparso) Andrea Cambieri, Marco De Rossi, Nello Coppeto, Enrico Giubertoni, Giacomo Rizzo, Lorenzo Perone, Mario Govoni, Mauro Rubin, Simone Onofri, Gabriele Levy___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Breve storia di Internet.



Tuesday
Jun 30,2009

Liquida.it è un valorizzatore di contenuti generati dagli utenti (articoli di blog, immagini, video) che mira ad ordinare e presentare in modo accessibile per chiunque la blogosfera italiana. Da oggi sono disponibili nuovi widget, utilizzabili da tutti i blogger per arricchire le proprie pagine.

Avevamo parlato di Liquida già a settembre, ad un mese dalla sua nascita. Non solo: fin dall’inizio alcuni di noi (Madero, NeCoSi e Mario Govoni) hanno collaborato con il progetto in vari modi (scrivendo contributi per Liquida Magazine o aiutando a promuovere l’iniziativa).

Eccoci quindi qua, dopo quasi dieci mesi, a rendere conto di come le cose si siano evolute. La prima benedizione è arrivata da Google, che ha indicizzato le pagine di Liquida e – grazie ad un lavoro di SEO – spesso le ha posizionate in prima pagina.

Gli utenti hanno iniziato a confluire e la seconda benedizione è arrivata proprio dalla blogosfera: centinaia di blogger hanno linkato la directory di Liquida (in cui erano stati inseriti) oppure, colpiti dal format di citazioni panoramiche del Magazine, hanno segnalato sui loro diari alcuni degli articoli scritti dalla redazione di Liquida.

Il risultato è stato un boom di visite con volumi di traffico che si mantengono costanti. Per il mese di aprile, ad esempio, si parla di 2,8 milioni di visitatori unici.

Liquida si rivolge al navigatore medio, e cioè a tutte le nicchie ed a nessuna nicchia allo stesso tempo. Ed è quindi naturale che punti a volumi di traffico di un certo ordine. Quello che soprende è il riscontro prematuro: Liquida è ancora in beta e vede implementate soltanto una piccola parte delle funzionalità presenti nel progetto iniziale. Non è un mistero o un’informazione privata: basta leggere la FAQ per rendersi conto che tra altri sei mesi il sito avrà nuove aree, strumenti e servizi.

Gli aggiornamenti più recenti sono la homepage editoriale e i nuovi widget.

Con la gestione editoriale della prima pagina – novità che risale al mese scorso – Liquida diventa a tutti gli effetti un mezzo di informazione alternativo che, per l’eterogeneità e l’originalità dei contenuti dei blogger, potrebbe affiancarsi ai grandi portali italiani di informazione.

I nuovi widget, invece, sono stati presentati oggi. Ecco un estratto del comunicato che verrà diffuso nelle prossime ore:

Chi desidera mostrare un widget sul  proprio sito web deve solamente inserire nel codice html delle proprie pagine un breve javascript fornito da Liquida.
I Widget resi a disposizione sono di quattro tipi. Widget post, per importare articoli prodotti dalla blogosfera, widget per importare foto o per importare video, e widget tag, per mostrare sul proprio sito in forma di tag cloud i temi più trattati nelle ultime ventiquattro ore dai blog italiani.
La caratteristica principale dei widget è che è possibile decidere i temi da mostrare selezionando le tag inerenti all’argomento che si vuole approfondire. E’ possibile scegliere fino a tre tag (parole chiave di ricerca) per ogni widget. Liquida aggiorna poi automaticamente i contenuti da mostrare nel widget ogni quindici minuti, proponendo i contenuti più freschi, pertinenti e di qualità.

Le soddisfazioni – per lo staff di Liquida – si sono presentate anche sotto il profilo dei finanziamenti. A marzo Quantica sgr ha investito 4,3 mln di euro in Liquida ed in YouRank (un’altra startup del gruppo Banzai). Risorse che Liquida sta utilizzando – tra le altre cose – anche per lanciare una versione inglese .com, prevista per settembre ma destinata a vedere la luce con almeno un mese di ritardo.

Presto nuovi aggiornamenti. Nel frattempo, tenetevi informati sugli argomenti caldi.

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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Tito Maccio Plauto: vita e opere.



Wednesday
Jun 17,2009

In questo articolo di MARIO GOVONI si parla di libertà di espressione in Rete e dell’approccio con cui il legislatore vuole regolamentare Internet. La posizione espressa è condivisa dalla redazione di Shannon.

Caro nipote,
devi sapere che tanti anni fa, forse era l’inizio del secolo, esisteva una cosa che si chiamava Internet: era un grande mezzo di comunicazione che permetteva agli uomini di scambiarsi notizie e informazioni ovunque si trovassero, anche a migliaia di chilometri di distanza, utilizzando i computer. Cavi poderosi attraversavano gli oceani e andavano a innervare le reti telefoniche di ogni continente … cos’è una rete di telefonia fissa? È una rete di cavi attraverso i quali si trasmetteva la voce: due persone volevano parlare tra di loro? Un tizio prendeva un oggetto, il telefono, componeva un numero, che identificava un altro utente, e, quando il suo interlocutore rispondeva, si iniziava a parlare. Attraverso queste reti, però, si potevano far passare anche altre cose, come le informazioni e i dati per i computer. Allora i computer non erano come quello che hai al polso, erano più grandi e, a volte, piuttosto ingombranti.

Comunque, c’era questa Internet che permetteva a tutti di poter comunicare con tutti, di cercare e scambiarsi informazioni e notizie, di leggere i giornali e così via. Come dici? Eravamo liberi di fare quello che volevamo? Non proprio, perché alcuni Stati, sai cos’è uno Stato, vero? Dicevo, alcuni Stati autoritari mettevano in atto delle forme di controllo sull’uso che i propri cittadini facevano di Internet: così c’erano programmi che controllavano e censuravano le comunicazioni, altri che impedivano di cercare le informazioni, altri ancora che pretendevano di impedire alle persone di scrivere e di comunicare quello che pensavano. Molti Stati, sotto pressione di alcuni soggetti che si chiamavano case discografiche o major cinematografiche o cose del genere, cercavano di impedire la diffusione della cultura, bloccando chi cercava di favorirla. Allora il diritto d’autore durava ben settant’anni, non dall’uscita del disco, del film o del libro, ma a partire dalla morte dell’autore! Esaurito il ciclo di sfruttamento economico dell’opera d’arte, questa era tolta dalla circolazione e restava sepolta per decine di anni, finché, un secolo dopo, la si riscopriva e la si diffondeva liberamente. Un mondo stupido, dici? Abbastanza, ma più che stupido direi illogico, con alcuni soggetti che, per difendere delle rendite di posizione, cercavano di svuotare il mare con un cucchiaino e altri, che non capivano nulla, o forse avevano capito troppo, che cercavano di inventarsi pali e paletti per limitare questo mezzo. Molti politici e amministratori degli Stati, infatti, avevano paura della libertà e della democrazia che Internet avrebbe contribuito a diffondere tra gli elettori, ma, soprattutto, avevano paura di essere controllati e giudicati per il loro operato, quindi pretendevano di imporre regole, senza capire che Internet, la Rete, come la chiamavamo, aveva in sé gli anticorpi contro qualunque infezione e qualsiasi attacco.

Ricordo, ad esempio, che in Italia ci fu chi propose una legge, una tra le tante, che stabiliva che chiunque si fosse sentito offeso da qualcosa che qualcuno aveva scritto in Rete, chiedesse, anzi pretendesse, immediata rettifica, pena sanzioni pecuniarie gravosissime. Devo dirti, caro nipote, che non so se la legge fosse stupida perché chi l’aveva scritta non capiva nulla di Internet, oppure fosse stata redatta da un sabotatore che l’aveva resa, di proposito, inapplicabile. Chi era che poteva chiedere la rettifica? Come si poteva esser certi che era stata richiesta da chi ne aveva diritto e non da uno scherzoso buontempone? A chi andava richiesta? A che indirizzo la si doveva inoltrare? Come si poteva avere la certezza che la notifica era stata recapitata? Come si poteva, infine, esser certi che il soggetto al quale era stata inoltrata la richiesta di rettifica fosse realmente in grado di apportarla? Senza contare, poi, che una notizia, una volta apparsa su Internet, poteva esser ripresa da altre fonti e diffusa come un incendio in una macchia di sterpaglie, quindi la richiesta di rettifica avrebbe dovuto raggiungere decine, forse centinaia di soggetti. Poi c’era un’altra cosa da considerare: la rettifica, lungi dal tutelare la dignità di chi si era sentito offeso, avrebbe potuto provocare l’effetto esattamente contrario. Se io scrivevo che tu eri un ladro c’era la possibilità che a leggere la notizia fossero solo dieci persone; tu chiedevi la rettifica e questa era letta da cento persone. La tua richiesta aveva fatto sì che altre novanta persone avessero saputo che c’era chi ti riteneva un ladro. Non c’è che dire: un vero e proprio atto di tafazzismo. Ah! Sì, scusa … Tafazzi era un personaggio, creato da un trio comico, che passava le sue giornate a prendersi a bottigliate i testicoli, un vero e proprio autolesionista.

Senza contare le implicazioni internazionali che questa sciagurata legge metteva sul piatto e le disparità che creava tra i cittadini: se io volevo scrivere che tu eri un ladro e volevo mettermi al sicuro dalle tue rimostranze, bastava che lo facessi su un server posto fuori dai confini italiani, ad esempio negli Stati Uniti, dove il Primo emendamento alla Costituzione garantiva la mia libertà di espressione: Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances” (Il Congresso non può fare leggi rispetto ad un principio religioso, e non può proibire la libera professione dello stesso: o limitare la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti). Potevano o volevano tutti spostare i loro contenuti su server fuori dal territorio nazionale al fine di metterli al riparo da richieste di rettifica più o meno giustificate? Come vedi un bel casino, con un sacco di domande che non prevedevano risposte certe ed erano fatte apposta per creare un contenzioso infinito.

Forse lo scopo della legge era proprio questo: creare un massiccio contenzioso al fine di bloccare ancor di più l’attività giudiziaria per favorire lo scattare dei termini della prescrizione dei reati, o per avere il destro per “riformare” l’amministrazione della giustizia nel senso auspicato dagli estensori della legge e dalla maggioranza che l’aveva approvato.
Quello che non era chiaro ai legislatori di tutto il mondo era che si trovavano di fronte a un fenomeno nuovo, che travalicava i confini degli Stati per creare una sorta di super nazione: l’espressione “cittadino del mondo” assumeva un nuovo, più preciso significato. Chi aveva accesso a Internet diventava, a tutti gli effetti, un cittadino del mondo, di un mondo libero e democratico, dove la parola di tutti aveva lo stesso valore. Di questo dovevano tener conto i legislatori, ma non se ne erano resi conto. Internet garantiva a tutti libertà di parola, libertà di espressione, libertà di conoscenza, libertà di informazione, ma era una nazione severa: pretendeva che i suoi abitanti acquisissero una cosa fondamentale, la consapevolezza. Consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, dei rischi connessi, della possibilità di fare cattivi incontri e di essere truffati da criminali, perché, caro nipote, su Internet c’erano anche quelli, ma anche coscienza di dover difendere i propri diritti e doveri, di dover difendere Internet. Ed era proprio questa, spesso, a mancare. Ecco che gli Stati più evoluti iniziarono a organizzare campagne massicce di alfabetizzazione informatica, proprio per diffonderla. Fu come una valanga: dapprima poche iniziative, spesso locali e scoordinate, poi, via via, sempre più diffuse, estese a macchia d’olio. Cittadini di tutte le nazioni e di tutte le età acquisirono la capacità di usare Internet, che nel frattempo si era diffusa veramente in tutto il mondo, raggiungendo anche le più sperdute valli montane e gli angoli più remoti dei deserti, e capirono che erano tutti uguali, al di là delle differenze di cultura, razza e religione. Internet, così, diventò il primo luogo nel quale trovarono pratica applicazione i tre principi fondamentali della Rivoluzione Francese.

Augurio per una Rete veramente libera e democratica. Non c’è davvero nessun motivo per non essere uniti in questa battaglia: “Quando la verità è evidente, è impossibile che sorgano partiti e fazioni. Mai s’è disputato se a mezzogiorno sia giorno o notte” (Voltaire).

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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Cultura hacker: da wargames all’underground economy.



Aforismi ad aeternum

"Ratzinger ha invitato i giovani alla castità. Se funziona con loro proverà anche con i preti."
Daniele Luttazzi

"Ciò che ho sempre trovato di più bello, a teatro, è il lampadario."
Baudelaire

"Non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa."
Woody Allen

"Dio è un commediante che recita per un pubblico troppo spaventato per ridere."
Voltaire


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CLAUDE SHANNON




Claude Shannon è uno dei più grandi teorici del secolo scorso. Gettò le basi per la progettazione dei circuiti digitali, scrisse una teoria dell'informazione ancora oggi ampiamente considerata, fondò la teoria matematica della crittografia e creò uno dei primi programmi scacchistici per computer.
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