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Monday
Jul 12,2010

di Mario Govoni

A volte scartabello nei miei cassetti alla ricerca di qualcosa e, per un caso di serendipity, mi succede di trovare quello che non cerco. È il caso di questa lettera, che il mio amico di penna Pourquoipas mi ha mandato nello scorso ottobre. L’ho letta: contiene riferimenti a fatti oramai datati, ma i concetti generali che esprime sono ancora validi e gli stessi esempi che porta, pur essendo inquadrati storicamente, non hanno, ahimè, perso la loro attualità; in fondo, come dice l’Ecclesiaste, “nulla di nuovo sotto il sole”.

“Caro Mario,
vorrei condividere con te questa riflessione. Si fa tanto parlare di cultura di destra e cultura di sinistra, di intellettuali di destra e di intellettuali di sinistra (com’è brutto che la parola “intellettuale” sia, a volte, usata come un insulto) e si sbaglia tutto, ci si comporta come lo stolto che guarda il dito e non la luna che indica.
Come si può classificare una cultura di destra o di sinistra? In base ai libri? Ho letto testi di Nietzsche ma anche di Bakunin e di Trotsky, non mi sono fatto mancare “La montagna dalle sette balze” di Thomas Merton, che – come sai – era un monaco trappista, ma anche le “Provinciali” di Pascal. Ho letto, con gusto, Hemingway e Carver, Sciascia e la Morante, e cento altri saggisti e romanzieri. Allora? La mia cultura è di “destra”, di “centro” o di “sinistra”? Sono un laico o un mistico cristiano? Io sono io e basta, la mia cultura mi appartiene e non è né dritta né mancina, è cultura e basta, senza etichette (ndr questo tema è portante nel primo numero della rivista culturale Alfabeta2, uscita in questi giorni e curata da Nanni Balestrini e Umberto Eco).
La contrapposizione vera non è tra destra e sinistra, ma tra cultura e incultura, che è cosa diversa dall’ignoranza. Ignorante è colui che ignora, che non sa: siamo tutti ignoranti, in misura diversa, perché nessuno può conoscere tutto.
L’incultura è diversa: è strumentale disprezzo di chi non la pensa come te, è pigrizia, è (voluta o involontaria non importa) falsificazione di fatti incontrovertibili per dimostrare le proprie tesi, è scempio dell’intelligenza. L’incolto non pensa, non ragiona: accetta come fatti certi gli slogan che gli sono ammanniti da persone che lui ritiene superiori, e tutti coloro che non la pensano come lui sono dei sabotatori, dei pericoli per la società, dei paria da zittire o, perché no, da sopprimere anche fisicamente.

L’incultura sprezza il ridicolo. Un esempio: un noto esponente della Lega Nord si vantava del fatto che i padani discenderebbero dai Celti e dai Longobardi e nulla avevano a che fare con levantini e mediterranei. Il signore in questione, che ha fornito la sua versione della storia d’Italia non al bar, ma a un comizio, di fronte ad ascoltatori osannanti, ha ignorato che questo meticciamento è quantomeno improbabile: i Galli (i Celti), che abitavano originariamente la Pianura Padana, furono assorbiti dai Romani a partire dal Secondo secolo avanti Cristo, mentre i Longobardi, popolo affine ai Vandali che proveniva dalle steppe dell’Europa Centro-Orientale, si insediarono in Italia nel Sesto secolo dopo Cristo, con il permesso, anzi con la benedizione, dei Bizantini. Tra i due popoli, quindi, passano circa ottocento anni, sufficienti a diluire sangue e vino.

Sempre per continuare l’esempio, Piacenza, Cremona, Brescia e Varese sono città di origine romana, Bergamo risale agli Etruschi o ai Liguri, Milano è celtica, Venezia fu fondata da esuli della città romana di Aquileia, in fuga davanti ad Attila, Bologna è di origini etrusche, a Spina c’era una colonia greca e i Fenici, probabilmente, avevano commerci con i Liguri.
Si può obiettare che, in fondo, in Perù e in Bolivia abitano ancora i discendenti diretti dei popoli precolombiani; è vero, ma quelli vivono isolati dal mondo, in valli poste a tremila metri di quota, mentre i presunti padani sarebbero vissuti in una pianura a livello del mare, attraversata da un grande fiume e posta su una delle vie di transito tra Est e Ovest europei, condizioni oggettivamente un po’ difficili per mantenere la purezza di una razza.
Ecco, la purezza della razza: anche questo è un concetto tipico dell’incultura; è un sogno da eugenetisti deviati, un delirio da “Mein Kampf”. Tutte le razze umane sono interfeconde, quindi tutti gli esseri umani appartengono alla stessa specie. Einstein, a chi gli chiedeva a quale razza appartenesse, rispose orgogliosamente: “Umana!”.

Scusa questo excursus e fammi tornare al mio pensiero principale. Dicevo che non esiste una cultura di destra e una di sinistra; purtroppo, però, negli ultimi quarant’anni questo concetto, a mio avviso elementare e di evidenza lampante, è stato cancellato e stravolto dai presunti titolari di un’ideologia ben precisa.
Dopo il Sessantotto, la più grande rivoluzione tradita della storia dell’umanità, infatti, gli “intellettuali” di sinistra presero a negare l’esistenza di una cultura di destra e a scomunicare, zittire, ghettizzare e delegittimare tutti coloro che la professavano. Ho assistito a spettacoli francamente indegni, come quando, nel 2008, Israele fu invitato al Salone del Libro di Torino e una fetta non piccola di sedicenti intellettuali ululò ai diritti violati dei palestinesi e boicottò la manifestazione, oppure come quando, nello stesso anno, il Papa (che non mi piace) non poté andare a far visita alla Sapienza per l’ostracismo rivoltogli da alcuni docenti e da numerosi studenti, e cito solo i più recenti.
A questo punto, dopo che gli asini raglianti della sinistra hanno fatto valere, per quarant’anni, le loro presunte ragioni, ecco che si lamentano perché la destra, chiamata a governare dalla maggioranza degli Italiani, si comporta nello stesso modo, con la stessa violenza ideologica.
Incolti di destra contro incolti di sinistra, in una guerra combattuta con armi diverse, ma che, francamente, ha stufato me e, spero, la maggior parte dei miei connazionali.

La maggioranza, nella quale non mancano uomini colti, sfrutta l’incultura e si adopera a diffonderla, perché così riesce a sollevare la maggior parte dei suoi elettori dal peso di farsi un’opinione personale, che è sempre pericolosa: non si sa mai che possano cambiare voto.
La minoranza, nella quale non mancano gli uomini colti, si perde in una solipsistica contemplazione del proprio ombelico e rivendica la titolarità e l’esclusività di tutti gli ideali più nobili.
E mentre il paese affonda, circondato dal ridicolo delle altre nazioni, il maggior partito dell’opposizione si perde in una perenne campagna elettorale interna. Che altro dire?

Ciao Mario, scusa le chiacchiere e alla prossima.
Tuo Pourquoipas”___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Pasolini e Gadda. Vecchio e nuovo fascismo.



Saturday
Jun 19,2010

di Marco De Rossi

Ieri sono stato a Roma per l’evento del Partito Democratico intitolato “Non stop banda larga”. Il padrone di casa (Paolo Gentiloni) e gli altri organizzatori hanno fatto, a livello di programma, un gran lavoro.

Valeva la pena andarci anche solo per sentire Renato Soru e Francesco Caio, fidatevi.

Bersani invece, come ha fatto notare uno spettatore non troppo anonimo, è riuscito a parlare per un’ora di banda larga senza parlare di Internet (e il mio buon Floris, che è uomo di mondo, educato non lo incalzava). Ho condiviso quasi ogni parola, ma era palesemente un discorso di altri tempi.

Il mio punto di vista è semplice. Ottima l’iniziativa di ieri ma, visto che siete all’opposizione e sulla banda larga non potete fare una cippa fritta, perché non concentrarvi nel potenziare l’utilizzo di Internet a livello di propaganda e di Partito? (sì sì, va bene, diciamo pure “come ha fatto Obama” per capirci al volo).

Vi racconto una storia. Nel 2008 il Partito Democratico ha lanciato, all’interno del frame della campagna elettorale, i “Forum PD”. E cioè… dei forum per discutere tra elettori e con il Partito. Bella idea! Non un granché la piattaforma, ma non importa. Nessuna strategia di placing del prodotto sul Web. Sarebbe bastato un social media pippa consultant qualsiasi di noi, e invece niente.

In ogni caso le elezioni, mi dicono dalla regia, sono andate male. E i Forum sono stati lasciati morire. Un anno dopo, preparando la campagna per le Europee, il PD ha deciso, guarda caso, di rilanciare i forum.

Io ero tra le persone coinvolte nel moderare e gestire questi Forum (non erano tutti pivelli come me, erano state coinvolte anche persone del calibro di Salvatore Veca). Ho quindi sentito il discorso di non ricordo chi: “Questa volta non si tratta di una manovra elettorale, vogliamo davvero comunicare con la Rete. Non sarà un buco nell’acqua”. Io ci sono cascato e, nonostante i miei amici che mi davano dello sfigato (avere a che fare con il PD, per la mia generazione, è come andare in giro con le bretelle), ho iniziato a “lavorare” su questi Forum. Metto le virgolette perché in realtà noi stessi non avevamo praticamente interlocutori del PD a cui rivolgerci. Figuratevi gli elettori che usavano i Forum che noi gestivamo! Come si è soliti dire: c’è chi scambia televisione 2.0 e web 2.0.

Fatto sta che dopo le Europee (andate male, qualsiasi cosa vi abbiano raccontato), i Forum sono stati lasciati morire un’altra volta! Insomma, avevano ragione i miei amici. Io, per un attimo, ho persino pensato di comprarmi delle bretelle.

Ora, un Partito che ieri e l’altro ieri si è comportato così, con che faccia mi viene a parlare di banda larga? Parlare di banda larga senza aver capito a cosa serve Internet, vuol dire credere che essa faccia bene solo perché dà lavoro a chi scava per mettere la fibra sotto le strade, e non perché cambia il modo di lavorare di milioni di persone!

Volevo parlarne con Paolo Gentiloni, che mi pare persona consapevole e informata dei fatti. Mi sono presentato e, dopo un paio di battute su Oilproject (la mia iniziativa di cui è stato ospite il mese scorso), ho iniziato a chiedergli dei Forum. E lui, dopo il mio “Ho partecipato ai Forum…”, mi ha zittito con un deprimente “bravo, bravo”, come se io stessi elencando dei meriti e non costruendo un impianto critico. Una risposta in linea con la fine che hanno fatto i Forum PD, direi! … se non altro sono coerenti!

Anche la parte più in gamba del PD (mettiamoci dentro Gentiloni), deve imparare che se un ventenne ti parla, non è ruffianamente per catturare la tua attenzione di ex ministro (chissenefrega! puoi essere anche Dio, e in tal caso spero tu abbia una buona scusa). Forse ti parla perché sta provando a dirti qualcosa. Se non capisci questo, su Internet, non ci starai mai. Bisogna ascoltare, ascoltare, ascoltare. Ascoltare tutti quanti. La pulsione della Rete. La verità collettiva. È troppo materiale? Non hai tempo? Devi aggregarlo, scegliere il migliore, usare sistemi avanzati semantici. Arrangiati. Ma devi farlo. Fare i politici, nel terzo millennio, vuol dire anche questo.

Perché la mia generazione – nella politica – è già un miracolo che ci creda. Altro che impegnarsi in prima persona!

Ecco due consigli al PD (ha ragione Zambardino quando parla di La rete triste del Pd):

- Fare sempre più eventi come quelli di ieri e coinvolgere sempre di più esperti esterni nelle scelte politiche, ma anche nelle scelte strategiche di propaganda (perché non c’è un Antonio Palmieri del PD? È un peccato! Ve la immaginate che figata e successo una campagna elettorale PD sul web progettata da Marco&Marco?).

- Creare immediatamente una Gran Gabinetto Nazionale Contro Lo Sfigame Adolescenziale, per distruggere questa orrenda equazione giovanile “avere a che fare con il PD = essere uno sfigato”. Sì, usando i mezzi del nemico. Sì, investendoci tanti soldi. Non come fa di solito il centrosinistra (grandi riunioni a Roma senza un rimborso spese, e poi nessuno che si fa sentire per mesi e nessun progetto avviato).

Potrei mettermi a raccontare come vorrei il PD. Potrei raccontarvi di quando Renato Soru è venuto a parlare nella mia università, e nel suo discorso c’era così tanta passione, onestà e intelligenza che, alla fine, c’era chi quasi piangeva.

Potrei raccontarvi di perché secondo me chi si occupa di politica nel terzo millennio deve necessariamente capirne di economia e di diritto internazionale. Del perché mi piacciono “giovani” (Civati e Scalfarotto) che applicano la SAF (Strategia Anti Fuffa) e ti stendono con dati, numeri, cognizione di causa. Potrei raccontarvi di quanto sia bello, parlando di Internet e banda larga, quando la SAF e la passione vanno di pari passo, e penso a Stefano Quintarelli che (sempre a colpi di grafici e statistiche) di cose me ne ha insegnate parecchie.

Potrei, ma mi aspetta una piadina al piano di sotto. Crudo e mozzarella: meglio di niente. Speriamo almeno nei pomodorini. :/

Avanti tutta!___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Licenze Creative Commons: fondamenti teorici e consigli di Simone Aliprandi.



Monday
May 24,2010

Questo mini howto è ironico … ma un fondo di utilità e verità ce l’ha: consente di stanare i super consulenti web a corto di idee … ;-)

Chi di noi ha vissuto l’era della Bolla delle DotCom, quel periodo tra il 1999 e il 2001 che ha portato ad una bolla speculativa e ad un mini crack borsistico (se paragonato a quello attuale) – si ricorderà dell’affascinante quanto incomprensibile linguaggio super High Tech con cui venivano realizzati preventivi a nove zeri, lunghissime presentazioni e sagaci quanto incomprensibili libri e interviste infarcite di frasi totalmente inutili e prive di senso.

Ora però esiste lo strumento per stanare tutte quelle persone che, ancora adesso nell’era dei Social Media, si autocompiacciono delle loro autoreferenziali infiorescenze high tech come ai “bei tempi” (si fa per dire) dell’era delle DotCom e lo fanno quando sono a corto di argomenti. Ecco:

Phibbi: il generatore di str..te per la Web Economy.

Si tratta di un divertente strumento che ho scoperto leggendo questo post del blog Marketing Park, che consente di “condire presentazioni in PowerPoint” con utilissime infiorescenze web oriented, New Media oriented, ed anche Politically oriented nel momento in cui bisogna farcire le pagine con qualcosa di inutile.

Ecco la procedura:

Come si usa Pibbi per stanare il Web Consultant DotCom Style?

Riconoscere il web consultant a corto di idee è molto semplice, basta seguire questi punti:

  1. Fase esplorativa: prima di tutto si cerca di capire se si comprende qualcosa di quello che il Web Consultant dice.
  2. Dopo avere effettuato l’attività di cui al punto 1, se si comprende poco o nulla si hanno ottimi motivi di sospettare la presenza Web Consultant dotcom style. A questo punto si procede con il punto seguente.
  3. Fase Osservazione mimica. Osservate il sorriso: se il sorriso è quello tipico del piazzista di scope, ovvero 47 denti scintillanti, all’acme del piacere anche se tutto di fronte a lui sta precipitando, anche questo è un ulteriore indizio … ma non fermatevi qui.
  4. Fase osservazione tono: osservate ciò che (di comprensibile) dice: se la sua visione del mondo è dipinta in aproblematici scenari vincenti e di super performance anni ’80, allora la conclusione del rebus è vicina: quasi certamente si tratta di un Web Consultant a corto di idee.

Mancano solo due passaggi conclusivi. A questo punto bisogna:

  1. ascoltare e annotare alcune sue frasi.
  2. confrontarle le frasi dette con Phibbi, il generatore di str@@@@@te per la Web economy

E il gioco è fatto. Se corrispondono con discorsi simili a questi, sono Web Consultant della Web Economy DotCom.

utilizzare esami di metriche uno a uno per ottimizzare i processi evolutivi, consente agevolmente di scalare accordi di partnership cross-media evitando quindi il rischio di generare canali open-source. Al contrario, se seguirete i nostri consigli dati in generosità riuscirete a Brandizzare mercati digitali distribuiti, monetizzare servizi web estensibili, integrare sforzi sinergici di prossima generazione in modo del tutto efficace e agganciare mercati B2B e B2C facendo leva su espedienti sexy
(questo testo è generato con il tool in questione, le parti in grassetto sono le celeberrime citazioni …).

Ecco come smascherare il Web Consultant DotCom style. Sotto sotto chi come me opera in questo settore, non sempre è del tutto immune da simili perle di saggezza ;-)

Visto che nessuno è immune a Phibbi, pago pegno anche io: se trovate nel mio blog Buzzes che si occupa appunto di Web Economy, simili perle di saggezza DotCom style, scrivetelo sagacemente in un commento o twittatemelo sul mio account Twitter @buzzes ;-) . A ognuno la sua dose di Phibbi! :-D

Enrico Giubertoni___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Digitalizzazione e nuovi trend: come cambia l’economia.



Tuesday
May 11,2010

Vi segnalo alcune delle discussioni a cui prenderò parte in questi giorni perché in tutte è centrale il tema della formazione libera online, e quindi il lavoro che stiamo facendo con Oilproject e Shannon.

Oggi alle 17.30 parteciperò al Festival delle Libertà Digitali alla Triennale di Milano, organizzato dalla Wikimedia Foundation. La tavola rotonda si intitola Open&Crowd – le marce in più. Di cosa si parlerà? Un incontro per parlare della rivoluzione in rete: le persone. Un confronto con aziende e associazioni che hanno trovato successo nella rete grazie alla forza delle loro idee e all’aiuto degli internauti” – sintetizzano gli organizzatori.

Oggi alle 21 – nel contesto dei corsi di divulgazione “Avviso ai naviganti” organizzati dalla Biblioteca Civica di Cologno Monzese (magari anche le biblioteche delle grandi città come Milano avessero le risorse per organizzare cose del genere!) – farò una specie di lezione dal titolo Dietro il fenomeno dei social network. Esiste davvero la “saggezza delle folle”? Gli elementi del calderone sono (in rigoroso disordine): Evgeny Morozov (faremo una contro-argomentazione collettiva delle sue teorie :D ), Gustave Le Bon, Liquida.it, Emanuele Severino, James Surowiecki (visto il titolo, era d’obbligo), Oilproject, Luca De Biase, Internet4Peace, Jaron Lanier. E questo è solo quello che mi viene in mente adesso… Insomma, una vera minestra. Vi farò avere le slide!

Domenica 16 maggio alle ore 11.00 presso lo stand della Regione Piemonte (pad.5) del Salone Internazionale del Libro di Torino, partecipo a:

Presentazione della Conferenza “Università e Cyberspazio”
Ridisegnare le istituzioni della conoscenza per l’Era della Rete” (Torino, 28-30 giugno 2010)
http://university-and-cyberspace.org.

Intervengono:
Juan Carlos De Martin (Politecnico di Torino, co-direttore Centro NEXA su Internet & Società)
Urs Gasser (Università di Harvard, executive director Berkman Center for Internet & Society)
Gabriella Serratrice (Regione Piemonte)
Marco De Rossi (oilproject.org, fondatore)
Mario Ricciardi (Politecnico di Torino)

Quello che è interessante, naturalmente, è in realtà quello che succederà il 28-30 giugno (sempre a Torino), non certo domenica. In particolare vi invito ad andare sul sito ufficiale della conferenza Università e Cyberspazio e visitare la sezione Program. È tutto ancora in allestimento, ma le ultime due plenarie del secondo giorno e le Breakout Track del terzo promettono bene. Titoli degli interventi a parte, quello che conta è l’impostazione internazionale dell’evento (a me per ora è capitato solo una manciata di volta di potermi confrontare su questi temi con non-italiani) e che dietro ci sia il centro Nexa del Politecnico di Torino. Non mi metto a parlare di Juan Carlos De Martin altrimenti facciamo notte, ma se avete tempo.. googlate.

Infine martedì prossimo (18 maggio alle 17) parteciperò – sempre a Milano – ad una tavola rotonda all’interno del Creativity Day. Il titolo è “Il valore dei contenuti sul web“. Parteciperanno anche Pasquale Diaferia, Fabrizio Pivari, Andrea Santagata, Michele Ficara e Angello Cucchetto.

L’avventura di Oilproject comparirà in tutti questi interventi. Se passate ad uno di questi eventi fate un fischio.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Firefox, Linux, OpenOffice: ecco perché usare software opensource.



Sunday
May 9,2010

Scartabellando tra la corrispondenza ho ritrovato una lettera che mi è arrivata un paio d’anni fa e che ho già pubblicato su un mio blog. Perché la ripropongo qui? Perché è la storia della mia generazione, vista da dentro, amara e un po’ disperata. La ripropongo perché in questi anni di egoismo dilagante, di politica intesa come mestiere che dà laute prebende e non come servizio alla comunità, forse vale la pena di ricordare quelli che furono i sogni e le speranze di anni passati, scontratisi con il cinismo della storia.
Quasi due secoli fa, Giuseppe Gioacchino Belli scriveva:

Qua, chi ha, è; e chi nun ha, Pasquale,
ar monno d’oggidì manco se guarda.

Forse il sor Gioacchino aveva il dono della predizione, perché la mia impressione è che oggi la situazione non sia tanto cambiata.
Torniamo alla lettera: è firmata da Pourquoipas, uno pseudonimo che nasconde forse un amico fraterno o, forse, è soltanto un mio alter ego. Quello che posso raccontare è l’origine del nome: Pourquoipas (“Perché no?” in italiano) era il nome della nave con la quale l’esploratore francese Jean-Baptiste Charcot percorreva il Mar Glaciale Artico e l’Atlantico settentrionale. “Perché no?” è la risposta che un curioso può dare a chi gli chiede perché fa o si interessa di certe cose. Perché non farlo? Perché non andare a vedere cosa c’è oltre quella montagna, quel mare, quel deserto? È la domanda che si pone costantemente Ulisse, perennemente alle prese con la sua fame di conoscenza; è una domanda rischiosa, non sempre dà la risposta attesa: Charcot e l’ultima Pourquoipas scomparvero al largo dell’Islanda nel 1936, Ulisse al di là delle Colonne d’Ercole, come racconta Dante.
Leggiamo questa lettera, questo manifesto di una generazione fregata dalla Storia:

“Caro Mario,
la nostra è una generazione fregata dalla Storia e adesso, senza pretesa di scrivere un trattato sociologico, ma solo raccontando quelle che furono, e sono, le mie percezioni, cercherò di spiegarti il perché.
Nel 1969 avevo 14 anni e – pochi giorni prima di Natale – mio padre venne, una sera, a prendermi in palestra e, nel riaccompagnarmi a casa, mi disse che c’era stata una strage a Milano: era la bomba di Piazza Fontana.
In quegli anni, prima e dopo quella sera di dicembre, di stragi, bombe, scioperi e manifestazioni ce ne furono tante. Ho ricordi confusi di quel periodo, ma vividi: il Ministro del Lavoro, Giacomo Brodolini, intervistato dal telegiornale davanti ai cancelli di una fabbrica occupata, la voce fiaccata dal tumore che, da lì a pochi mesi, lo avrebbe ucciso; gli studenti del maggio francese con i loro slogan: “Ce n’est qu’un début continuons le combat!” e le loro utopie; Rudi Dutschke e Daniel Cohn-Bendit, apostoli del movimento studentesco prima e fondatori dei Verdi poi; i cortei in piazza, l’occupazione dell’Università Statale di Milano, gli scontri tra gli studenti e la Celere, i morti da ambo le parti: Antonio Annarumma, ucciso in piazza pochi giorni prima della strage di piazza Fontana, e poi Giuseppe Pinelli, anarchico fermato dalla polizia dopo quell’attentato, che vola fuori dalla finestra della Questura di Milano. E questo solo per citarne due, i primi che mi vengono alla mente.
Passano gli anni, e io cresco; sono gli anni di piombo, scanditi da esplosioni e dal crepitio delle P38, ma la mia vita continua apparentemente normale, anche se il telegiornale stila, giorno dopo giorno, bollettini di guerra con cronache di mortammazzati.
All’Università un diciotto non si nega a nessuno (e stiamo pagando, o meglio, i nostri figli stanno pagando questo lassismo) e il trenta negli esami di gruppo è d’obbligo; al liceo il sei politico è all’ordine del giorno, salvo se il prof ha le palle e se ne frega. Pensa la nemesi: un po’ di tempo fa, davanti all’Accademia di Belle Arti occupata ho letto la richiesta di premiare la meritocrazia. Decisamente i tempi sono cambiati e, forse, i ragazzi di oggi hanno le idee più chiare di quanto le avessimo noi.
Finiscono le scuole superiori e inizia l’Università e troviamo una nuova compagna di viaggio: l’eroina, narcotico per il corpo e la coscienza. Quanti morti … una guerra, un’altra: uccisi da un’iniezione nei cessi della scuola, o su una panchina dei giardinetti, nell’androne di un palazzo. Spesso soli come cani, soffocati dal proprio vomito e da quella porcheria che si iniettavano nelle vene, dove c’era di tutto: gesso, talco, intonaco, farina e, perché no, pure un po’ di brown sugar. Il rito del limone, del laccio, del cucchiaino e dell’accendino, la ricerca, a volte affannosa, di una vena che non fosse al collasso. A uno, in crisi di astinenza, una volta gli amici fecero una pera, ma le vene delle braccia erano rovinate, e idem quelle delle gambe. Non trovarono di meglio che bucarlo sulla grossa vena che sovrasta il pene. Storie, storie che sconfinano nelle leggende metropolitane come quella del voyeur del buco, un arzillo vecchietto che, in un parco pubblico, spiava indifferentemente chi si bucava e chi faceva l’amore. Ciai-centolire? era il ritornello che ti seguiva ovunque, lungo le strade più frequentate, nelle metropolitane, alle fermate degli autobus, nelle stazioni ferroviarie; chi non era così allo sbando da biascicare quella richiesta, imbastiva pietosissime storie di treni persi e portafogli rubati, di mamme morenti e di biglietti ferroviari da acquistare con urgenza, pur di raccattare qualche spicciolo. Quanti ne ho finanziati, aiutandoli, forse, a finire con i piedi in avanti. Che rabbia! Ragazzi che si autodistruggevano per fuggire, ma da cosa? Da una famiglia perbenista e repressiva? Da un ambiente sociale miserabile e senza speranze? Dal degrado di certe periferie costruite da palazzinari senza scrupoli e prive di servizi e di centri di aggregazione? Dalla noia? Dall’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto?
E la polizia che sapeva, conosceva chi si bucava, chi spacciava e chi faceva entrambe le cose e tendeva a sorvegliare la situazione, intervenendo solo quando non poteva fare diversamente. A volte arrestava qualche ladruncolo, a volte beccava lo spacciatore, a volte, forse, portava pure qualcuno in campagna per avere un robusto scambio di idee con lui. Ricordo che, in una strada commerciale della mia città, vicino al centro, una volta vidi un ragazzo, frequentatore abituale della vicina piazza nella quale i “tossici” facevano costante capannello, che aveva un ascesso grande come una palla da tennis, lucido e paonazzo, su un braccio e cercava di convincere due poliziotti che non aveva bisogno di aiuto, che non voleva andare all’ospedale.
L’eroina, droga solitaria, che contrasta con lo spinello, la canna che si fuma in compagnia. Allucinazioni, squilibri, eccessi anche in questo caso. Un ragazzo pugliese, all’Università dove andavo, il sabato e la domenica restava solo, perché i suoi abituali amici e compagni di fumate tornavano a casa. Lui restava lì, come un torsolo, e senza roba. I soldi della borsa di studio non gli permettevano di acquistare l’hashish, e la famiglia, poverissima, quattrini non gliene mandava di sicuro. Lui contava sul fumo che gli passavano gli amici benestanti, quando c’erano, ma il sabato e la domenica si fumava di tutto: foglie di tè, bucce di limone seccate, chissà quali altre schifezze. Lo hanno trovato mentre camminava lungo i binari della Bologna-Milano, in preda a un evidente stato confusionale. Se fosse finito sotto un treno sarebbe stato, in pochi mesi, il terzo morto in modo violento tra gli studenti dell’Università. La droga come rifugio dalla depressione? Forse in quest’ultimo caso sì, ma negli altri due chissà cosa scatenò il volo nella tromba delle scale e la fucilata in bocca. Solo Dio e la loro anima, ormai, lo sanno.
Altra nemesi: le droghe della mia generazione erano sedativi, al massimo, come i derivati della canapa indiana, allucinogeni. Adesso le droghe sono eccitanti, “veloci” sia negli effetti che nel distruggerti il cervello. Forse, e scusa il cinismo, è meglio così: un’autodistruzione veloce è, senz’altro, da preferirsi a una lunga agonia.
E ancora bombe, e le Brigate Rosse che gambizzano giornalisti, rapiscono generali e politici, ancora manifestazioni e cortei. Il sole era diverso in quegli anni, sembrava cupo, come spento. La mia vita, però, continuava normalmente: avevo libertà che i miei genitori non avevano mai avuto, potevo pure permettermi di risponder loro male senza esser preso a cinghiate. Lo studio? Lettore avido e onnivoro, leggevo di tutto, ma lo studio finalizzato non era arte mia: l’Università era un esamificio, dove si aveva successo solo se si davano esami a catena, non importa che poi non imparavi nulla, l’importante era gonfiare il libretto. Io studiavo per il piacere di conoscere le cose: impiegai sei mesi per preparare l’esame di botanica generale, che, normalmente, non ne richiedeva più di un paio, ma sapevo tutto, veramente tutto. Un esame non mi interessava? Chissenefrega, non lo davo, rimandavo.
E, come me, tanti miei coetanei, come me troppo giovani per aver fatto il Sessantotto, lanciati alla scoperta di un mondo che vedeva i ragazzi andare a scuola non più con la giacca e la cravatta, ma col maglione e l’eskimo (ricordo, come un’allucinazione, una vetrina che esponeva un eskimo griffato Pierre Cardin, la moda che scopriva la rivoluzione) e dare del tu ai professori, e godersi la libertà di uscire la sera e di fare tardi, a invidiare un po’ i più scafati, che si appartavano con le ragazze.
Le ragazze, già, come non ricordarle? Il femminismo, le streghe che sono tornate, l’allergia al reggiseno (chissà perché le più assatanate, di solito, erano quelle che di seno ne avevano di meno). Dall’alto dei miei quasi due metri d’altezza, d’estate sbirciavo (involontariamente, ovvio!) nelle scollature delle amiche mie. Vestivano uno schifo, con i loro gonnelloni a fiori, gli zoccoli e i calzettoni a righe sopra il ginocchio, ma con loro si poteva parlare, anche se si provava un po’ di soggezione. E poi, nei centri sociali o durante le occupazioni delle scuole, magari ci scappava anche qualche politicizzatissima scopata. Siamo stati forse i primi a provare una certa libertà di costumi sessuali, e credo che l’abbiamo pagata negli anni a venire. Moltissimi coetanei, maschi e femmine non importa, hanno avuto matrimoni fallimentari, finiti in divorzi, dopo separazioni più o meno burrascose.
Ascoltavamo i Pink Floyd e i Led Zeppelin, De Andrè (mi manchi, Fabrizio, quanto mi manchi) e Francesco Guccini ma anche (di nascosto) i Cugini di Campagna: sono bravissimo a cantare “Anima mia” in falsetto. Le letture, poi … Siddartha era d’obbligo, e poi Kerouac (io preferivo Hemingway, ma mica lo raccontavo in giro); si faceva dell’anticonformismo una conformistica professione di fede.
Poi, come Dio volle, si passò dagli anni di piombo alla Milano da bere ma, intanto, il treno non si era fermato: la mia generazione aveva scialacquato un patrimonio di talento e di idee, l’immaginazione non era andata al potere e una risata si stava apprestando a seppellirci. Facci caso: quanti sono i cinquantenni che, in Italia contano veramente? E quanti, invece, i sessantenni, e i quarantenni? Già, la rivoluzione degli anni Settanta aveva portato al potere i nostri fratelli maggiori, mentre gli anni Ottanta stavano producendo lo yuppismo e premiando i nostri fratelli minori.
Capito, caro Mario, perché la nostra è una generazione fregata? O troppo giovani, o troppo vecchi. E quanti di noi sono scomparsi? Troppi, forse i più geniali, forse i più sensibili o, forse, soltanto i più deboli.
Andrea Pazienza non c’è più, entrato in una delle sue storie di Pompeo, Pier Vittorio Tondelli nemmeno, uscito di scena perché ucciso dall’AIDS, quella malattia che un omofobo dichiarato definì, una volta, “il diserbante per i finocchi”, con sprezzante crudeltà. E Rino Gaetano? Di noi un po’ più grande, ucciso dalla sua Volvo e dal ricovero negato in cinque ospedali, come accadde al protagonista della sua “Ballata di Renzo”. Che spreco, che spreco di talento e di genio, fregati anche in questo.
Un’ultima, ironica, prova di quanto la Storia (grande puttana con la “S” maiuscola) ci abbia fregato? Poco dopo che avevo compiuto diciannove anni il conseguimento della maggiore età fu portato, per legge, da ventuno a diciotto anni … che fregatura!!! Se marinavo la scuola dovevo chiedere ai miei la giustificazione, ed erano prediche. Onesto come sono, infatti, ritenevo riprovevole falsificare una firma.
Che ti posso dire di più? che a distanza di trent’anni mi sento un reduce, scampato a tante battaglie e non tutte vinte, caro Mario, e che, adesso, voglio solo la pace e la tranquillità di un porto sicuro, dove vivere sereno gli anni, spero tanti, che mi restano.
Un abbraccio fraterno.”

Che aggiungere? Che della nostra generazione hanno fatto carriera solo i più cinici e i più bari, quelli che hanno saputo sfruttare gli aspetti più deteriori del Sessantotto, mentre gli idealisti sono rimasti, come sempre, con le pive nel sacco? Che in questi tempi di tronisti e di veline, di circenses per distrarre la plebe, di notizie contraffatte o negate, di leggi che vogliono imbavagliare Internet, l’unico agone ancora aperto al confronto, forse viene voglia di rimpiangere gli anni di piombo, pur con la loro scia di sangue? Anche oggi il sole sembra più cupo del solito: forse sarà il ciclo delle macchie solari, forse l’aria che si respira in giro.

Ciao Pourquoipas … scrivimi ancora.

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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Apple, ovvero la fiction: il ritorno al funzionalismo nel design dell’azienda di Steve Jobs.



Saturday
May 8,2010

Eugenio Scalfari – in un’intervista – racconta il suo “Per l’alto mare aperto”, uscito da poco per Einaudi. Si parla, sostanzialmente, del ciclo di vita della modernità, che Scalfari inquadra da Montaigne a Nietzsche.

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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Cos’è il cloud computing e come sta cambiando il mondo.



Wednesday
May 5,2010

La questione più significativa del polverone Pasolini-Petrolio l’ho trovata in un articolo di Marco Belpoliti su Nazione Indiana:

L’articolo di Carla Benedetti in realtà funziona come un sintomo, a sua volta veritiero, di un problema rimosso. Lo dice con evidenza la chiusa stessa del pezzo apparso su “L’espresso”, là dove la Benedetti scrive in tono sublime: “Non ci sarà pace finché il mondo resterà così fuori dai suoi cardini, con i colpevoli impuniti e le storie letterarie che raccontano di Pasolini ucciso mentre tentava di violentare un ragazzo”. La vera omissione è proprio quella: non accettare il contesto e la situazione in cui Pasolini si è trovato. Non accettare la sua omosessualità, la sua attrazione non per il mondo gay – parola che il poeta rifiutava, come si evince da due saggi compresi in Scritti corsari –, ma per i ragazzi eterosessuali, per qualcosa che oggi si chiamerebbe pederastia, su cui con la sua solita intelligenza e ironia Alberto Arbasino si è più volte soffermato. Questo è il vero problema su cui nessuno, o quasi, si misura, questo lo scandalo, nel senso evangelico della parola: pietra d’inciampo. L’omosessualità rimossa di Pasolini è trattata come una sorta di vizietto, un elemento su cui sorvolare, mentre costituisce la radice vera della sua lettura della società italiana, l’elemento estetico su cui egli ha fondato la critica della società dei consumi. Le lucciole, scomparse per via dell’inquinamento di fiumi e rogge non sono solo la metafora della modernizzazione senza sviluppo denunciata da Pasolini, ma anche della scomparsa dei ragazzi eterosessuali disposti all’incontro sessuale con lui. Le lucciole sono i ragazzi stessi.

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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Arte e civiltà minoica: il Palazzo di Cnosso.



Thursday
Apr 29,2010

La boss di Yahoo! Carol Bartz dice:

“Ormai le persone sono abituate ad andare su siti diversi per esigenze diverse”, ha spiegato la Bartz. “Si usa Google per le ricerche, Facebook per incontrare gli amici e così via. Yahoo! vuole diventare il centro di tutto questo”.

La Bartz immagina un futuro in cui “le pubblicità saranno interessanti quanto i contenuti. Ma questo accadrà solo tra alcuni anni”, ammette.

Come no! Yahoo diventerà SICURAMENTE il centro di tutto questo. Eh sì, certo: le pubblicità diventeranno interessanti come i contenuti…

Capisco che debba motivare gli investitori, ma queste frasi della Bartz sono pura fantascienza. E la strada di Yahoo – in salita da quattro anni – rischia di rivelarsi un vicolo cieco.
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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Nome di dominio: registrazione, posizionamento sui motori e tutela.



Wednesday
Apr 28,2010

Nella video-presentazione mancano l’intervento di Umberto Rapetto di domenica 2 maggio e la videointervista ad Ignazio Marino del 14 giugno.

Il calendario completo è disponibile sul sito di Oilproject.
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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Guida PHP: Condizioni e Operatori logici.



Tuesday
Apr 27,2010

Oggi alle 21 presentiamo in videoconferenza il nuovo palinsesto di lezioni di Oilproject, organizzato per il mese di maggio con la collaborazione di Nova IlSole24Ore e Liquida.

Il titolo è “Internet per il progresso”.

Vi aspettiamo oggi (mercoledì) alle 21 su www.oilproject.org___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Guida PHP: Condizioni e Operatori logici.



Aforismi ad aeternum

"Ratzinger ha invitato i giovani alla castità. Se funziona con loro proverà anche con i preti."
Daniele Luttazzi

"Ciò che ho sempre trovato di più bello, a teatro, è il lampadario."
Baudelaire

"Non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa."
Woody Allen

"Dio è un commediante che recita per un pubblico troppo spaventato per ridere."
Voltaire


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CLAUDE SHANNON




Claude Shannon è uno dei più grandi teorici del secolo scorso. Gettò le basi per la progettazione dei circuiti digitali, scrisse una teoria dell'informazione ancora oggi ampiamente considerata, fondò la teoria matematica della crittografia e creò uno dei primi programmi scacchistici per computer.
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