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Thursday
Jun 14,2007

DI GABRIELE LEVY

Nessuno sa oggi prevedere come sarà la Rete tra 15 anni, ma tutti ci rendiamo conto che il ritmo con cui essa entra nella nostra quotidianità è altissimo.

Da contenitore di contenuti, quale era la rete agli inizi degli anni ’90, il web ha via via trasformato o rivoluzionato il mondo della editoria (RSS e blogging), della telefonia (VOIP), della televisione (Youtube), della radio (Podcasting), del sistema postale (Gmail, Hotmail), dei modelli di business (Alibaba, Ebay, Amazon…) e di molto altro ancora.

Negli anni ’70 ero al liceo e quando dovevo fare una ricerca prendevo un tram che dopo mezz’ora mi lasciava vicino alla Biblioteca Civica. Entravo nel grande palazzo bianco e chiedevo all’impiegato se sapeva dove potevo trovare un testo su un determinato argomento. L’impiegato mi indicava un armadione in metallo dove avrei potuto sfogliare delle schede indicizzate per titolo o per autore. Trovato un testo, cercavo nella bibliografia altri testi che eventualmente mi potesseno aiutare nello studio del tema. Ricopiavo il codice dei testi su un foglietto, lo consegnavo al bibliotecario, il quale metteva il foglietto in una pastigliona di metallo, la inseriva nel muro e spingeva un bottone che sparava ad aria compressa la pastiglia verso il magazzino libri attraverso i tubi di un meccanismo chiamato “Posta pneumatica”. Dopo alcuni minuti i volumi richiesti mi venivano consegnati e potevo accomodarmi nella sala lettura dove ricopiavo a mano i dati che mi interessavano.

La biblioteca era aperta dalle 9 alle 18 e solo nei giorni feriali. A quel tempio la biblioteca civica possedeva circa 50 mila volumi, ma nessuna fotocopiatrice.

La prima macchina per le “copie fotostatiche” arrivò nel 1978, ma, dato lo stipendio da operaio di mio padre, non potevo permettermi questo lusso.

Oggi vado su Google, scrivo il termine di ricerca, ed un software scritto da due ragazzi molto in gamba mi risponde in 0,25 secondi elencandomi i siti piu’ consoni a quanto richiesto, dopo aver esaminato alcuni miliardi di pagine web.

Niente tram, niente schedari, niente posta pneumatica. Solo software. E dire che Google è solo un buon motore di ricerca, fa parte del Web 1.0.

Dopo lo scoppio della bolla di crescita esponenziale del web e delle aziende ad esso collegate ci vollero un paio di anni perchè il settore si riprendesse e si arricchisse di nuovi termini e nuove applicazioni.

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5 anni fa la Telecom faceva il 95% del fatturato sul traffico voce ed il 5% sul traffico dati. Oggi la situazione e 50/50 e tra 5 anni il traffico voce rappresenterà appena il 5% del fatturato.Ieri nella mia banca ho chiesto perchè dovevo fottutamente pagare 4 euri per fare un bonifico e la risposta dell’impiegata è stata “Se lo fai via Internet è gratis”. La vecchietta dietro di me deve aver pensato “…e quei poveracci che non hanno o non sanno usare Internet sono fessi?”.

La rivoluzione del web è di così vasta portata e coinvolge talmente tanti aspetti della nostra vita, che facciamo fatica persino a cercare di capire quanto è grande.

La popolazione mondiale sta solo ora apprendendo l’uso della vecchia rete, e già all’orizzonte si presentano servizi e sistemi che accellerano ancor di più l’ingresso di questa intelligenza mastodontica chiamata Web. Ma da che cosa è fatta questa seconda rivoluzione? Che cosa sono i blog ed i wiki, i podcast ed i social networks?

Sono tutti oggetti che insieme vanno a comporre il web 2.0, ovvero la più grande rivoluzione democratica della storia dell’umanità. Che se qualcuno avesse provato a spiegarla a Carletto Marx, si sarebbe sentito dire “tu sei assolutamente matto!”.

Il blogging è l’attività di scrivere un diario online, al costo esclusivo del proprio tempo.

Ieri leggevo che i giornalisti in Italia stanno aspettando il rinnovo del contratto di lavoro da 36 mesi.

I giornalisti non hanno capito che non avranno mai più un contratto, perche’ il mondo è pieno di gente che fa di fatto il giornalista, senza percepire direttamente un euro per ciò che scrive, usando il blog e gli RSS (un sistema che permette di riportare in tempo reale notizie e commenti da qualsiasi altra fonte RSS, una specie di informazione recursiva).

Alcuni bloggers fanno talmente bene il loro lavoro, che alla fine riescono a guadagnare bene dal loro lavoro.

L’uomo è un animale sociale. La velocità di sviluppo della tecnologia cresce a ritmi esponenziali. Il web è un buco nero che come un magnete attira tutto il know how del genere umano.

Cosi’ come gli animali vanno a stabilirsi la dove c’è acqua e cibo, l’uomo va a cercare l’informazione e la conoscenza la dove essa si trova. Oggi l’informazione si trova sul web.

Chi ieri vendeva enciclopedie, oggi è disoccupato, a meno che non abbia cambiato mestiere. Tutto questo riguarda i contenuti. Il web sta diventando una enorme piazza sociale, dove la gente si incontra, discute sui forum, si parla e si vede. E stanno nascendo realtà virtuali con milioni di personaggi finti, dietro a cui ci sono delle persone vere.

E come in tutte le città, ci sono i quartieri malfamati, dove gira droga e prostituzione, odio e razzismo, ed i quartieri più eleganti, dove ci si incontra per lavoro o per chiacchierare, dove ci si informa e si trovano leader e maestri, dati ed informazioni, negozi e librerie, partners ed amici, clienti e fornitori.

I social networks stanno dilagando ad una velocità di crescita del 10% al mese, cito ad esempio linkedin o ecademy, neurona o meetic, myspace o orkut.

Oggi sappiamo che il vecchio detto “se non hai le conoscenza giuste, difficilmente troverai lavoro” non è più vero. Alcune settimane fa ho messo il mio curriculum su un social network, e dopo pochi giorni ho ricevuto una telefonata da un cliente di Napoli che mi chiedeva di andare a tenere alcune lezioni di informatica presso una azienda di Trento. Il tutto corredato di un bel contratto firmato a dovere.

Sui blogs e sui forum, nei social networks e sui siti, oggi si discute di tutto: politica e tecnologia, affari e finanza, amori e odi. Il prossimo step sara’ l’arrivo dei social networks a livello locale: il barista dell’angolo aprirà la community dedicata agli avventori del bar, dove potrà scrivere quali drinks verranno serviti stasera in occasione della finale di coppa dei campioni, che sara’ trasmessa nel proprio locale. E gli avventori potranno dare i loro giudizi sulla partita e sui drinks, e sui giudizi degli altri clienti, continuando da casa o dal lavoro la chiacchierata iniziata al bar.

E quando arriviamo a casa, accendiamo ancora la vecchia TV e che cosa ci troviamo? Ma naturalmente i filmati piu’ visti su youtube, la Tv del futuro, dove si puo’ vedere e soprattutto trasmettere quasi di tutto, e dove l’auditel non è l’apparecchio installato dal Berlusca, ma i punteggi dati dagli utenti.

Finalmente saremo indipendenti dal sistema operativo, non ha più importanza se usi windows o mac, linux o pompix, le applicazioni del web 2.0 sono per antonomasia tutte web resident. Libere da virus ed installazioni, RAM e Rom.

Ecco, questo e’ il modo in cui interpreto il termine web 2.0: benvenuto futuro!

RISPOSTA DI ENRICO GIUBERTONI

Scenari di cambiamento globale nei settori più importanti della vita sociale, nuovi modelli di interazione e comunicazione, spazi reali e virtuali, diverse modalità di acquisto e shopping sono alcuni dei temi dell’articolo articolo di Gabriele Levy, nel quale si mette in evidenza come il Web 2.0 stia modificando radicalmente le dinamiche di interazione individuale e sociale.

In questa risposta proverò a riflettere sugli impatti che il Web 2.0 sta avendo sia a livello individuale sia a livello collettivo e sociale.

Gabriele Levy fa diversi esempi, dei quali uno mi sembra un ottimo punto di partenza: l’esempio della signora anziana dietro di lui in coda alla banca che abbozza con aria incredula e inconsapevole, quando sente l’operatrice affermare che il costo di una operazione bancaria On Line è minore o quasi zero rispetto ad una operazione presso sportello. L’ anziana signora introduce uno dei temi emblematici del Web 2.0, il Digital Divide (cfr Wikipedia ) ovvero del divario esistente tra mezzi digitali e modalità di accesso agli stessi. In questo caso la natura del Digital Divide è di tipo culturale (la signora non conosce internet) e generazionale.

Sebbene in questo caso sia evidente la natura di questa forma di Digital Divide e il proprio superamento attraverso interventi formativi specifici di alfabetizzazione informatica – appaiono nettamente meno chiare ed evidenti altre forme di Digital Divide che sono complesse da affrontare poiché incistate in forme di rifiuto dell’evoluzione sociale e culturale.

Mi riferisco a persone, segmenti professionali e gruppi socio-economici che – pur riconoscendo nel web 2.0 un punto di svolta rispetto al modello delle DotCom e ai precedenti modelli di interazione delle società di massa – tuttora stentano a modificare le proprie strategie e i propri comportamenti per adattarsi ai nuovi paradigmi. Queste forme di rifiuto sono spesso latenti e non vengono sempre espresse con meccanismi di opposizione manifesta.

Vi sono intere professioni che stanno scomparendo oppure che risentono di una crisi causata da internet. Sebbene in alcuni casi questa crisi sia irreversibile, in molti altri casi il web 2.0 offre diverse opportunità che non vengono affrontate poiché temute e demonizzate: mi riferisco – ad esempio – ai negozi di musica, di fotografia e più in generale al commercio al dettaglio che vedono nel web un nemico anziché un fondamentale strumento di vendita e interazione con il cliente.

Le opportuntà offerte dal Web 2.0 sono molteplici, basti pensare all’E-commerce che consente di avere un ulteriore canale rispetto a quelli tradizionali, ai blog individuali e collettivi che ampliano l’interazione tra clienti e società , al GeoMarketing che permette alle realtà più piccole di essere più visibili e raggiungibili, ai sistemi di Social Web che consentono alle persone nuove forme di aggregazione basate su identità di interesse e di comportamento, ai sistemi di pubblicità mirata e contestuale che sviluppano con maggiore precisione campagne mirate e di nicchia, fino ai sistemi di Product Search and Comparison che consentono ai consumatori di esprimere opinioni su prodotti e servizi.

Gabriele Levy fa diversi paragoni tra la società prima e dopo l’avvento del Web e afferma che l’uomo come animale sociale cerca nella rete nuove forme di aggregazione e di integrazione. Una conseguenza dell’impatto del Web 2.0 è una rivisitazione e ridiscussione dei concetti di identità e appartenenza: è interessante notare è il fatto che il senso di identità nel web 2.0 non è sempre manifestato in senso antagonistico e conflittuale sull’appartenenza (io sono Rosso e quindi non sono Nero), ma si verifica il delinearsi di un senso di identità più esplicativo e analitico (appartengo a questa comunità poiché mi identifico nei suoi valori che sono …).

Questi sono alcuni degli impatti che l’articolo di Levy introduce e ognuno di essi merita un articolo a parte e sono certo che su Shannon.it possa avere luogo una germinazione di articoli derivati da questo. :-D

Il dato emergente è che si assiste da parte degli utenti ad una maggiore consapevolezza del fatto che nel web 2.0 sono protagonisti le identità, i valori e la storia delle persone. Fin dai primordi del web si ipotizzava di questi fenomeni senza dare loro un nome: nel 1999 Guido Ferraro vedeva nel termine multimedialità alcuni dei tratti distintivi del web 2.0 intravendendo in essa non solo l’unione di componenti visive e musicali, ma “la capacità di combinare insieme le caratteristiche [...] di più sistemi comunicativi, nei quali ciascun sistema si porta le sue modalità di fruizione, le sue regole di costruzione e ricezione, la sua storia e i suoi valori culturali” (cfr. Guido Ferraro, La pubblicità nell’era di Internet, 1999 Meltemi Ed, Roma a pag. 112).

Ciò che appare chiaro è che a livello individuale, gli utenti sono già pronti ad utilizzare i contenuti del web 2.0. E il mercato?

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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Marketing low cost – idee e spunti pratici per piccole medie aziende e liberi professionisti.



Monday
Jun 11,2007

Di JEROEN VAN DER MEER
Tradotto molto liberamente da http://jero.net/articles/php6

Mentre gran parte dei web server utilizzano la versione 4 di Php, gli sviluppatori stanno già pianificando e sviluppando la sesta major release. Bè, diamo un’occhiata a quello che li sta tenendo così impegnati…

SUPPORTO UNICODE
Quando stai sviluppando un sito, difficilmente pensi alla codifica del set di caratteri (character encoding); al massimo ti occupi di informare il browser di che character encoding debba utilizzare per leggere e renderizzare i testi della pagina, problema che può essere facilmente risolto impostando un valore di default nel file di Apache .htaccess.
Nonostante questo, se stai sviluppando un’applicazione, la codifica dei caratteri può causare problemi, ed è qui che verrà in aiuto, in Php 6, il nuovo supporto Unicode, grazie al quale lo Zend Engine potrà automaticamente codificare e decodificare input e output dello script facendo in modo che sia il database, sia il browser del client ricevano i dati nel formato che necessitano; tutto questo senza l’utilizzo di funzioni extra per la conversione da un charset ad un altro.

PULIZIE DI PRIMAVERA
Da quasi 15 anni molta gente utilizza Php, e questo ha inevitabilmente portato alla proliferazione di molte cattive abitudini; il risultato? Lentezza nell’esecuzione degli script e parecchie falle di sicurezza. Talvolta addirittura lo sviluppatore non è nemmeno consapevole di questo pericoloso utilizzo di Php.
Insomma, sto parlando delle register_globals (http://php.net/manual/en/security.globals.php), delle magic_quotes (http://php.net/manual/en/security.magicquotes.php) e della modalità safe_mode (http://php.net/manual/en/features.safe-mode.php).
Sono tutte e tre un incubo per gli sviluppatori Php, e sicuramente non farà dispiacere sapere che nella sesta major release verranno completamente rimosse dal linguaggio.
Inoltre non potremmo più scrivere $HTTP_COOKIE_VARS, ma solo la versione abbreviata $_COOKIE.

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NOVITA’ DAL FRONTE CACHE
Il sistema di cache APC (Alternative PHP Cache), in uso già dal luglio 2003, diventerà il sistema di caching di default in Php 6.
La cache è un ottimo mezzo per migliorare le performance della vostra applicazione Php, per questo la richiesta di un meccanismo del genere è sempre stata forte.
E il team di Php, includendo nel core della nuova major release APC ( http://pecl.php.net/package/apc ), sembra proprio essere andato incontro alle richieste dei suoi utenti.

OOP: ARRIVANO I NAMESPACE
La versione 5 di Php aveva completamente rivoluzionato l’approcio alla programmazione orientata agli oggetti, ma i cambiamenti non finiscono qui.
In Php 6 verranno infatti introdotti i namespace che, se non lo sapeste (non tutti utilizzano C++…), permettono di raggruppare variabili, funzioni e oggetti sotto una determinata parola chiave astratta.
Questo dà la possibilità allo sviluppatore di utilizzare lo stesso nome più volte quando nomina una variabile, una funzione o un oggetto, purchè chiaramente essi appartengano a namespace diversi.
Qui trovi un interessante tutorial C++ che descrive il funzionamento dei namespace: http://cplusplus.com/doc/tutorial/namespaces.html

ESTENSIONE CHE VA, ESTENSIONE CHE VIENE
Php in realtà non è altro che una collezione di estensioni riunite insieme nel linguaggio che conosciamo. Le estensioni cambiano, e lo stesso vale anche per le “collezioni”.
Prendete per esempio l’estensione XML Writer, utilissima per scrivere i file XML. La sua sorella, XML Reader, era stata già aggiunta nel nucleo principale di Php 5.1 e, con Php 6, toccherà finalmente lo stesso destino anche a XML Writer.
Altra modifica al nucleo centrale ( core distribution ) è la rimozione del supporto per le espressioni regolari Ereg: nella versione di default di Php 6 troverete infatti solamente le regex in stile Perl PCRE (preg_match, preg_replace…).
Se volete utilizzare le vecchie Ereg, non vi resta che abilitare la relativa estensione.
L’estensione per riconoscere il media type dei files attualmente in uso (mime_magic) verrà sostituito da una sistema più efficace, che verrà addirittura integrato nella core distribution.

CONCLUSIONI
Abbiamo elencato parecchie novità interessanti.
Non penso che Php 6 presenti numerose nuove caratteristiche, ma piuttosto ritengo che sia una revisione, quasi una “pulizia” delle versione precedenti, e che allo stesso presenti notevoli miglioramenti alle funzioni già presenti. Ed è già un bel passo avanti!
Insomma, scorrendo questa lista (la versione completa è disponibile qui: http://php.net/~derick/meeting-notes.html ), non vedo che miglioramenti!

RISPOSTA DI MADERO
Sono d’accordo con te sul fatto che dei sani ripulisti o, più in generale, le ottimizzazioni delle funzioni già presenti siano qualcosa di utile e necessario, ma siamo sicuri che sia una buona mettersi a definire la sesta major release quando la quinta non si è ancora completamente radicata?

Personalmente non solo conosco parecchie realtà in cui Php 4 viene preferito a Php 5, ma addirittura situazioni in cui estende la sua egemonia niente poco di meno che Php 3! Pensate che il primo meeting di coordinamento tra gli sviluppatori per Php 6 è avvenuto addirittura nel novembre 2005, quando la versione 5 era, su server condivisi in produzione, un’esclusiva di alcuni hoster!

Le esigenze cambiano quotidianamente e secondo me potevano quindi aspettare a delineare con tanta precisione i major update da applicare: va bene l’Unicode, i namespace e la nuova Cache, ma che senso ha togliere la safe_mode e le magic_quotes? Io non utilizzo nè l’una nè l’altra, ma è giusto che sia lo sviluppatore, consapevole degli eventuali rischi, a decidere se utilizzarle o no, non il team di Php.

A me personalmente, invece che modifiche di forma tipo $HTTP_COOKIE_VARS -> $_COOKIE, sarebbero più utili, integrati nella core distribution, una classe per produrre facilmente contenuti semantici, un sistema semplificato per rispondere a richieste da un’interfaccia AJAX e soprattutto una migliore gestione degli errori.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Il Cimitero di Praga. Il Risorgimento come complotto.



Friday
Jun 8,2007

DI MASSIMO MELICA
Presidente Centro Studi Informatica Giuridica – www.csig.it

Poter esplorare gli sviluppi di Internet, l’invenzione più importante dell’uomo moderno, appare impresa ardua con la certezza di poter essere subito smentiti, sulle proprie previsioni e conclusioni.

Di contro, sembra possibile solo analizzare il presente della Rete rispetto alla sua genesi.

La vitalità di un pensiero, di un’idea, di una cultura, di una società si riscontra da come oggi si sviluppa, da ciò che semina, da ciò che costruisce, da ciò che mostra.

Chi ha vissuto i primi vagiti di Internet ricorderà le notti trascorse con un modem di 9600 baud nell’attesa di poter scaricare un file di un mega, la meraviglia di provare i primi programmi di comunicazione sincrona, il trovare un proprio spazio web per costruire un sito che non sarebbe mai stato visto da nessuno, l’installare e reinstallare decine di volte sistemi operativi o applicativi non tanto alla ricerca della perfezione quanto di un semplice e stabile funzionamento.

In quelle ore sognavamo maggior capacità di calcolo nelle nostre macchine, banda più ampia per esplorare confini lontani, ipotizzavamo grazie allo spirito hacker una conoscenza condivisa, una positiva partecipazione degli utenti nell’accrescere i contenuti della Rete e infine un accesso democratico alla cultura quale unico elemento capace di abbattere disparità territoriali, economiche, sociali.

Questa è stata la Rete del secolo scorso, quella delle nostre aspettative, quella immaginata durante le lunghe e interminabili attese davanti al monitor.

Oggi in Italia, sebbene penultima nella classifica degli Stati europei nell’utilizzo del web, la Rete costituisce un fenomeno diffuso presente nelle case dell’italiani che ne sfruttano l’enorme capacità tecnologica per scaricare suonerie, film e canzoni, per immettere filmati più o meno comici o deliranti.

Nulla di male in tutto ciò, in quanto è un modo per ognuno di esprimere la propria libertà ma mi domando: è proprio questo il miglior uso che si può fare della Rete?

Immagine del post

Fallito l’e-commerce di massa, monopolizzati da motori di ricerca, assopite le lotte di pensiero su software alternativi ai sistemi proprietari, è subentrato un binario di pigrizia intellettuale che ha limitato la Rete a semplici operazioni di posta elettronica e consultazione di siti di servizio o di informazione accostando sempre di più lo strumento informatico-telematico all’antenata televisione.

Il ciber-navigatore (termine ormai in disuso, sostituito da utente) appare depresso e schiacciato dalla consuetudine e dalla ricerca di quell’economia digitale figlia non tanto del fallimentare capitalismo ma di quel neo-liberismo economico poco etico e troppo veloce per essere ricordato.

La Rete, oggi, questa bambina che ancora non ha raggiunto la maggiore età, è stata violata da fatti che l’hanno resa famosa più per gli aspetti negativi che ha veicolato piuttosto che dai silenziosi progressi che ha permesso di raggiungere, coinvolgendo in un lavoro reticolare, sinapsi collegate da ogni parte del pianeta.

Ai giovani è affidato il futuro della Rete, a quanti non anestetizzati dalla produzione di atti e video di bullismo, preferiscono una crescita sociale basata sull’essere e sul saper fare, anziché l’apparire su un palcoscenico per poche ore.

E’ una responsabilità enorme, da portare avanti attraverso un’azione mirata, in parte, a sconfiggere l’apatia di tanti che hanno smarrito quella innovazione, quella creatività, quel coraggio che permise ad un ragazzo di avviare non la compilazione di un software ma un evoluzione sociale, quale Linux.

La Rete è un bene prezioso, essa deve essere diffusa e utilizzata con quella libertà edotta che permette di scegliere l’etico-sociale dal mero inquinamento digitale, tutto questo comporta una rivoluzione culturale non solo per il bene del singolo quanto per un progresso comune.

Agli innovatori – siano essi informatici, sociologi, giuristi, economisti, filosofi, tutti nessuno escluso – spetta il compito di guidarci nel difficile cammino di questo Paese, affinchè si realizzi un governo digitale lontano da logiche politiche e concreto verso le esigenze del cittadino.

Apatia, egoismo, indifferenza sono i principali avversari che tali innovatori dovranno sconfiggere ovvero aspetti tipici del modo più diffuso di vivere la società contemporanea.

Tuttavia se rimarranno fedeli alla genesi della Rete, allo spirito della condivisione, alla capacità di veder lontano, sono certo credetemi, riusciranno a invertire quel processo involutivo che oggi l’uomo ha avviato in danno non solo alle capacità offerte dalle moderne tecnologie della comunicazione, quanto a se stesso.

RISPOSTA DI DANILO VIZZARRO

Condivido a pieno il tuo punto di vista. Sino a quando l’utente sarà dominato da internet, continuerà ad utilizzare la rete per scaricare suonerie, film e canzoni, ma non appena imparerà a dominare la tecnologia facendone un uso appropriato e sfruttandone le sue enormi potenzialità, gli enormi vantaggi verranno a galla.
Mi sento però in dovere di ricordare che la rete non è solo popolata da utenti che utilizzano internet in modo non appropriato, ma è anche ricca di persone che continuano a credere nella libera condivisione della conoscenza, grazie alla quale internet ha quotidianamente nuovi sviluppi. Grandi passi sono stati già compiuti, si pensi a progetti
come wikipedia.org, sourceforge.net, csig.it, medicitalia.it o wordreference.com che sono ormai diventati un punto di riferimento per migliaia di utenti.
Enorme è anche il vantaggio che si può trarre dai sempre più numerosi forum e dalle mailing list dove è sempre possibile trovare gente disponibile a rispondere ai nostri quesiti e ad aiutarci a risolvere i nostri dubbi.
Impariamo a dominare la rete e non rassegnamoci. Uniamo le forze e andiamo avanti nella nostra missione disintegrando l’ignoranza informatica che è troppo diffusa in un paese come il nostro. Troppo utopico?___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Cultura hacker: da wargames all’underground economy.



Wednesday
Jun 6,2007

DI JOHN MADERO

L’avreste detto che il leader mondiale nelle web application avrebbe lanciato un’estensione per browser dedicata alle applicazioni offline??
Sembrerà anche paradossale, ma quella che a una prima analisi può apparire come un’entrata in un nuovo mercato (quello delle applicazioni offline), è in realtà una mossa vincente di primaria importanza con un valore di “complementarità” nei confronti del lavoro già svolto: una mossa che, come alcuni hanno già detto, trasformerà, con l’implementazione di Gears in tutti i software Google, l’intero panorama dei web services di BigG.
Se siete dei programmatori web, e magari avete anche avuto a che fare con AJAX, sapete bene che alcuni dei principali problemi sono il riconoscimento dello stesso utente in due sessioni diverse (i sistemi per memorizzare i dati sul client, cookies in primis, sono spesso poco efficaci), la gestione dell’interfaccia utente mentre il vostro codice javascript sta elaborando in locale o contattando il web server, e infine l’improponibile dipendenza dalla cache del browser per visualizzare una pagina offline.
Ed ecco quindi nascere Google Gears (completamente opensource), presentato da Eric Schmidt in persona al Google Developer Day di Sydney lo scorso 31 maggio.

Immagine del post

Google Gears non è un framework, ma piuttosto un’estensione applicativa del browser che funziona da “server” per le vostre pagina con codice javascript, in modo da supplire alle funzioni del regolare server remoto quando la connessione non è disponibile.

Google Gears si divide in tre Moduli / API:

Immagine del post LocalServer
E’ il modulo di Google Gears che permette la visualizzazione della pagina e l’esecuzione di codice javascript anche se il computer è sconnesso dalla rete.
Come funziona?
Semplicemente, attraverso questo modulo, possiamo memorizzare in una sorta di “master-cache” di Google Gears vari tipi di file (i più comuni saranno .html, .js e altri formati statici come .png, .pdf).
Quando il computer è sconnesso, al momento della richiesta HTTP, LocalServer subentrerà e, se presente, restituirà il file dopo averlo prelevato dalla cache di Google Gears (da non confondersi con quella del browser).
Se aggiorniamo la pagina dopo aver resettato la cache, riceveremo la solita 404.
Immagine del post Database
Il modulo Database non solo ci dà la possibilità di salvare dati sul pc client, come fa un cookie, ma ci offre un sistema di database relazionale completo!
Insomma, con Database possiamo eseguire normalissime query SQL dal nostro codice Javascript; il sistema di database utilizzato è SQLite, un leggerissimo e versatile dbms scritto in C, tra l’altro integrato in Php 5.
I dati verranno memorizzati, come è prassi per SQLite, in un unico file sul vostro computer.
Immagine del post WorkerPool
Quando usiamo AJAX e lanciamo richieste sincrone al server, fino al momento in cui il nostro client non riceve risposta la nostra interfaccia grafica rimane bloccata.
In realtà però accade la stessa cosa se eseguiamo del codice in locale che richiede molti calcoli: fino a che il processo non sarà completato la nostra interfaccia rimarrà bloccata.
WorkerPool risolve questo problema perchè permette di eseguire del codice javascript in background senza bloccare l’interazione dell’utente con la pagina.

A questo indirizzo trovate vari esempi di utilizzo di Google Gears (si tratta pressochè di uno script di esempio per ogni modulo descritto sopra).

E tu, programmatore web o semplice utente, cosa ne pensi di Google Gears?

Riferimenti: questo , questo e questo

RISPOSTA DI NECOSI

In principio le applicazioni erano offline. In seguito si è sviluppato il web ed abbiamo assistito al boom della new-economy. Il web ha avuto una sua evoluzione, indipendente dalla applicazioni offline, ed è andato nel tempo costituendo una branchia dell’informatica a parte.

Oggi sono sempre piu’ frequenti le Web Application. Il culmine si è avuto quando si è iniziato a parlare di “sistemi operativi” on line. E’ stato montato un intero palcoscenico dedicato al web e anche per questo motivo spesso si commettere il grave errore di confondere il web con internet.

Il web è nato per visualizzare documenti, ipertestuali e leggeri. Il web non è altro che un protocollo. Prima di questo periodo caotico, per ogni servizio esisteva un protocollo, ma oggi stiamo assistendo ad un fenomeno pericolosissimo, l’abbattimento del concetto del protocollo.

Ad esempio, in un primo momento la posta elettronica usava protocolli ben definiti. Gli utenti la visualizzavano, potevano scegliere se conservarla sui server o scaricarla sul proprio computer per un’ipotetica visualizzazione offline. Tutto questo era possibile con un semplicissimo client di posta elettronica. C’erano i protocolli che definivano tutto questo, e si viveva felici.

Poi per motivi economici i grandi fornitori di servizi di posta elettronica hanno deciso di basare i loro sistemi su servizi di Web Mail. Questo è stato l’inizio della fine. Molte aziende hanno limitato l’accesso al servizio di posta forzando il passaggio per il web. Si è iniziata a creare cosi’ una gran confusione. Alcuni tool “hackeravano” queste limitazioni, ma non era semplice per tutti usare questo genere di soluzioni.

Questa confusione tra web ed internet ha portato gli sviluppatori a lavorare su progetti sbagliati alla base. Andrebbero sviluppato protocolli, i quali andrebbero standardizzati. Poi ci si potrebbe sbizzarrire con lo sviluppo di client, ma nulla di più. E’ in serio pericolo l’interoperabilità. E’ un problema che è sempre esistito, ma gli iteeressi economici hanno sempre minato questo concetto, facendolo sgretolare pian piano negli anni.

Un esempio eclatante sono le Chat (IRC), che sono morte per far spazio ai servizi di IM (msn), che usano protocolli proprietari per fare cio’ che prima era gia’ possibile fare liberamente. Ma chi ha il capitale, ha anche il potere, e decide per le masse che ignare seguono la “moda” del momento. Per quando possa sembrare astratto questo discorso, non lo è affatto.

Personalmente il mio calendario, i miei appuntamenti, i miei documenti, le mie email, I MIEI BIT, li conservo sulla mia macchina, e non li lascio di certo gestire a qualcun altro. La mania della delegazione ci fa perdere ogni giorno il controllo della nostra vita.

Oggi qundi, i ragazzi di Google, stanno lavorando ad una soluzione per riportare Offline le applicazioni Online, ma piu’ che Online qui si parla solo di web, e la differenza è sostanziale perchè online significa in internet e non nel web!

Portare Offline le Web Application non è una soluzione, ma semplicemente un modo per raggirare il problema.
E’ immediato capire che il problema rimane. Esiste una sola soluzione, e non è di certo rappresentata da Google Gears. Possiamo solo fare inversione di marcia, riappropriandoci degli strumenti giusti ed usare quelli, diffidando ogni giorno dagli specchietti per le allodole continuamente offerti dalla grande azienda del momento.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Architettura Bizantina: l’Ippodromo di Costantinopoli.



Monday
Jun 4,2007

del nostro lettore FABIO POLLINI

Shareware: troppe le restrizioni e pochi i benefici.
Un software “shareware” è un applicativo che può essere scaricato e provato subito; solitamente ci sono dei limiti temporali o funzionali per evitare che venga utilizzato al di fuori di un certo periodo, di norma 30 o 60 giorni. Scaduto quel periodo, o si disinstalla, o si acquista una licenza d’uso dal produttore/distributore.

Capita spesso che nel lavoro quotidiano o nella propria azienda si presenti un problema che può essere risolto da un un piccolo software shareware, magari dal costo contenuto, che soddisfa (ma non sempre) le vostre aspettative.

Questo tipo di software è un prodotto solitamente sviluppato da “piccole e medie imprese”, ma può anche nascere da un singolo sviluppatore.
A volte questi singoli programmatori, diplomati o laureati in settori informatici, partono da un’idea (o da una personale esigenza), la sviluppano e se la loro creazione ha un “potenziale economico”, decidono di intraprendere la strada dei liberi professionisti “digitali”.
Per questo alcuni programmi hanno un ambiente grafico molto semplice, dal sapore “artigianale”.

In genere, un software shareware non può essere modificato dall’acquirente: per questo gli sviluppatori raccomandano sempre di provarlo bene prima di acquistarne la licenza d’uso.
Questa categoria di software ha sempre risentito del fenomeno della pirateria: crack e generatori di codici seriali sono da sempre i principali nemici di questo piccolo grande mercato.

Immagine del post

Oggigiorno, grazie alla banda larga, ai siti specializzati in “warez” (software distribuito in violazione al copyright che lo ricopre) e all’abbondanza di concorrenti, si tende a “blindare” il proprio prodotto attraverso componenti sviluppati dagli stessi programmatori o acquistati da terzi, al fine di rendere difficile il “debug” del software.

Esistono vari tipi di protezioni: dal semplice “codice seriale”, alla rilevazione di certi programmi (di analisi) attivi, fino ad arrivare alle chiavi hardware (per lo più usate in ambito industriale) per evitare che lo stesso software possa funzionare su più computer.
Il sistema di protezione che sembra avere avuto più successo è quello che “vede” la configurazione hardware e software del computer dell’utente: il software, in base a questi dati, genererà una speciale “chiave di riferimento” e chiederà di inviarla per e-mail alla software house del produttore.
Quest’ultimo invierà una chiave di registrazione valida “solo” per quel computer.
Il vantaggio per la software house è evidente: se la chiave viene pubblicata, nessuno la potrà utilizzare.
Qui però iniziano i problemi per l’acquirente: e se io sono un utente onesto, che si assembla e aggiorna il computer di casa o che tende a vendere il proprio portatile per restare al passo coi tempi?

In questi casi si dovrebbe escludere a priori l’acquisto di software shareware, ma questo penalizza gli utenti perchè alcuni software di nicchia si possono trovare solo sotto questa licenza.

C’è chi acquista lo stesso, perchè tanto la spesa finirà sul conto aziendale.
C’è chi invece è uno studente o un semplice privato; spesso questi non vogliono affrontare una grande spesa per un prodotto “a scadenza” e si arrangiano in altri modi (non sempre legali).

Può succedere (mi è capitato recentemente) che un utente installi il software e lo valuti ma, dopo l’acquisto, attivate tutte le funzionalità, quelle a pagamento presentino gravi problemi di funzionamento.
Alcuni prodotti addirittura sembrano più delle versioni alpha (non testati o incompleti) che beta (testati dagli sviluppatori o da analisti).
Questo scoraggia molto l’acquirente onesto che tende, per futuri casi simili, a rimediare il prodotto “non legale” per testarlo prima di effettuare l’acquisto; ma una volta che si ha in mano un software pienamente funzionante, a questo punto a che serve la “chiave”?

RISPOSTA DI MADERO

Personalmente non amo il software shareware e non ho mai acquistato un prodotto rilasciato sotto una licenza simile.
Quando ho bisogno di un software uso apt-get oppure, per gli applicativi win32, Google e una bella chiave di ricerca che finisce con “opensource” o simile.
Nonostante questo, non ho niente contro il software shareware e, anzi, per alcune ragioni a cui tu in qualche modo accenni, penso che sia un fenomeno relativamente positivo per il mercato.
Il fatto che i codici sorgenti non vengano rilasciati è un’irrimediabile mancanza eppure le miriadi di software shareware, prodotti come hai detto da piccole e media imprese, sono chiara testimonianza di una diffusa e aperta economia di mercato in cui vigono le regole della libera concorrenza.
E non è un mistero che la presenza di concorrenza migliori la qualità e la competitività dei singoli prodotti.

Meglio un paesaggio animato da decine di software shareware di qualità molto variabile, piuttosto che un mondo controllato da un paio di colossi del settore i quali, essendo in pochi, possono mettersi d’accordo, imporre i prezzi che vogliono, e decidere loro il destino di noi ignari utenti.

Insomma, se proprio deve esistere uno scenario in cui il software proprietario prevale su quello Libero, tanto vale che a giocarsi la partita siano tante piccole aziende venditrici di shareware, e non i soliti Apple, Adobe, Lotus, Microsoft o SAP.

Il problema secondo me non è il software shareware che ci viene spacciato come software di qualità anche quando non lo è ma, piuttosto, il software freeware che ci viene spacciato come opensource o addirittura Libero quando in realtà è solo gratuito. Ma questa è un’altra storia.

___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Federalismo fiscale in Italia: cosa cambia e come.



Sunday
Jun 3,2007

DI MAURO RUBIN

So che molti di voi sono cresciuti a pane, bbs e chat.
Il mio intento non è certamente quello di decantare per l’ennesima volta il fascino dell’underground hacker o di internet, ma è quello di mostrarvi quanto tutto questo stia mutando velocemente nella forma della sua unità.

Parliamo di Informazione.

Oggi, recuperare notizie di qualsiasi tipo nella rete è molto semplice.
E’ sufficiente aprire Google, digitare un nome e in un click una pioggia di bytes popola le nostre pagine dei risultati.
Se invece vogliamo inserire nella rete delle informazioni nuove, non abbiamo che l’imbarazzo
della scelta: blog, mail, forum, chat…
Mentre scriviamo tutto viene conservato, indicizzato e tracciato, per facilitarne la ricerca.

Ora, quello che passa per la mia testa è la seguente domanda: quando sulla rete qualcosa inizia a prendere vita? Non voglio scendere nella filosofia e mi spiego meglio: abbiamo molti esempi di materiale non attendibile caricato, che per gioco si è trasformato in Progetti, Enti, Libri etc…
Faccio un esempio: Wu Ming.
Chi è? Uno scrittore?
No, è lo pseudonimo collettivo usato da un gruppo di scrittori che pubblicano romanzi con le più grandi case editrici italiane.
Se noi cerchiamo su Google “intervista wu ming” scorreranno una serie di Post, Blog e Mail che presentano l’intervista fatta a Wu Ming. Ma lui non esiste. Eppure esiste il suo ultimo libro: http://www.manituana.com.

Immagine del post

Dunque: riprendendo il grande Morpheus in Matrix “Cos’è reale?”.Toglietevi dalla faccia quell’espressione da non-vuol-dire-niente e andiamo su http://www.leggendemetropolitane.net.
Qui abbiamo l’esempio contrario, ovvero milioni di post, mail da tutto il mondo che raccontano l’ennesimo episodio di uomini che dopo il solito incidente stradale si tolgono il casco e gli si apre la testa (solitamente succede al cugino di chi lo racconta), di cani-topi e di coccodrilli bianchi nelle fogne di NY.
Dal nulla è nato quindi un sito che raccoglie tutte le bufale, con relativi film e libri dedicati.

Certo, di esempi ce ne sono a tonnellate.
Alcuni ricordano ancora l’avvento della stilista giapponese Serpicanaro alla settimana della moda milanese 2005 http://www.serpicanaro.com/storia.html.
Ma anche lei non esiste. O per lo meno non in carne ed ossa.
I giornali e la tv e credo gli stessi organizzatori ne parlarono per giorni “Ma come? Ha un sito. Un recapito. Un fax. DEVE esistere. L’ho anche vista in rete…”.

Credo dunque che l’attendibilità delle informazioni sia relativa
se il fine non è quello di proprio di informare ma quello di creare. O forse nella rete le idee si muovono più velocemente della realtà, che non riesce evidentemente a star loro dietro.



Wednesday
May 30,2007

30 maggio 2007
Editoriale

Dopo vari mesi di lavoro poco costante, ecco aprire al pubblico la versione beta di Shannon.it

Come leggete un po’ dovunque nel sito, si tratta di un blog sperimentale in cui noi della redazione non facciamo altro che rispondere ai vostri articoli e pubblicare sul blog, in un unico post, lo scambio di opinioni. I lettori sono poi invitati a commentare.
L’obiettivo è “stimolare la nascita di discussioni costruttive” oppure, se la volete mettere in altri termini, fare scoppiare degli interessanti flames.

Quello che vi chiediamo, in questo momento, è di esprimere la vostra opinione riguardo al sito commentando questo post.
Se avete apprezzato, siamo pronti a rispondere ai vostri articoli: non dovete fare altro che inviare il tutto all’indirizzo articoli@shannon.it

Aspettiamo i vostri articoli.

Madero___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è John Foot. Storia delle divisioni in Italia dal fascismo ad oggi.



Tuesday
May 29,2007

DI LORENZO PERONE

Quando ero piccolo avevo un mappamondo. Devo ammettere che ho lasciato che si coprisse di polvere, era poco interessante.
Google Earth è un’altra cosa.
Da tempo “loggo” i miei giri in mountain bike col GPS. Ma quando i miei compagni di avventura mi hanno chiesto di avere una copia del log, per poterlo guardare a casa, cosa gli ho risposto? Si, posso copiare il file ed il programma fornito con il GPS, spiegarvi come installarlo e così finalmente potrete vedere il nostro itinerario, rigorosamente su sterrato, su una dettagliata cartografia stradale.
Non è certo esaltante.

Immagine del post

Ora, con 20$ l’anno e Google Earth Plus, collego il GPS al computer, Google Earth “scarica” il percorso e lo converte in KML. Io spedisco via email il file ed i miei amici si godono le loro fatiche in 3D. Facile? Si. Devono installare un solo software, “scaricabile” da internet, perdipiù gratuito ed il gioco è fatto.
Google mi da la possibilità di visualizzare in Google Earth dei modelli 3D che creo con SketchUp. Faccio il modello 3D di casa mia e lo spedisco agli amici, rendendoli partecipi dei progressi dell’informatica. Magari scarico il 3D, in formato KML compresso (KMZ), della camera sepolcrale di Tutankhamon e mi diverto a giraci dentro. Poi faccio un giro nel deserto, rigorosamente in 3D. Se mi viene voglia di ripassare un po’ di storia, consulto le pagine di wikipedia che compaiono nella mappa come simpatiche icone.
E’ proprio un bel giocattolo!

Ho provato a fare un elenco delle cose che mi piace fare:

E poi c’è un tale che è riuscito a scoprire antichi resti archeologici e c’è chi mi fa vedere i luoghi della bibbia e chi l’inquinamento luminoso del pianeta.
Ma alcuni sono su Google Map!
E io posso passare a Google Earth con un click !
Mi sono spesso chiesto dove sono i luoghi che abita Spiderman3. Li ho trovati dalle parti di http://spiderman3earth.googlepages.com.
Da dove “chattano” gli utenti di AIM? Credo da http://www.gearthblog.com/blog/archives/2007/04/dynamic_map_showing.html.
Osservando le foto da satellite, ho notato delle cose davvero curiose.
Un’altra mia grande passione è per i quitz, anche se di questi: http://www.google.com/educators/gaw.html, non ne ho risolto nessuno.
Devo dire è tutto talmente bello, facile e vario, che non so se ha senso continuare ad utilizzare, anche professionalmente, dei servizi di webmapping alternativi.
O forse lo so!

Immagine del post

RISPOSTA DI ZENONE SORRE POLONO
Ho letto la licenza di Google Earth e ho scoperto che:

” 1. UTILIZZO DEL SOFTWARE
Il Software deve essere utilizzato esclusivamente a scopi non commerciali. Non è consentito eseguire il Software o utilizzare le informazioni geografiche visualizzabili né qualsiasi stampa o schermata generata con il medesimo in ambiente commerciale o professionale o per scopi commerciali o professionali per se stessi o terze parti…”.

Mi sembra quindi di capire che se sono un professionista, o una pubblica amministrazione, non posso utilizzare Google Earth o Google Earth Plus per pubblicare i KML dei miei dati. Se ho, ad esempio, un agriturismo non posso, per gli stessi motivi, creare un KML che segnali la mia posizione o l’itinerario per raggiungermi. Devo passare ad una licenza a pagamento del prodotto.
Prima di valutare l’acquisto di una licenza diversa di Google Earth, che mi conceda più possibilità, ho deciso di raccogliere qualche informazione in più sul venditore (Google). Ho trovato delle informazioni interessanti su Ippolita. Ho provato anche a valutare dei software alternativi, comparando le caratteristiche di questi con Google Earth, scoprendo che in italia non siamo sempre molto indietro (attivare la foto e fare un po di zoom +).

RISPOSTA DI ENRICO GIUBERTONI

L’articolo su Google Earth di Lorenzo Perone mette in evidenza le trasformazioni e le evoluzioni di un mondo – quello di internet – che fino a qualche tempo fa veniva definito come mondo virtuale. Da questo articolo nascono degli spunti di analisi finalizzate alla comprensione del rapporto tra realtà e virtualità che ritengo possano essere di notevole interesse per i settori di Marketing e Comunicazione proprio per le potenzialità che offrono rispetto ai mezzi attuali.

È complesso definire cosa comprende il concetto di virtualità. Certamente, le nuove evoluzioni di internet e la sua
istituzionalizzazione come mezzo di comunicazione globale e planetario, sta facendo emergere una percezione differente del concetto di virtualità rispetto alle origini (1997-2001).

Ora il Concetto di Virtuale è radicalmente mutato e l’articolo ne documenta con diversi esempi le evoluzioni. Il mondo Virtuale non è più percepito come isolato e separato dal mondo reale, ma – al contrario – entra in relazione con esso e rende più accessibile e dotato di significato il mondo reale avvicinandolo agli scopi, ai bisogni, ai desideri e più in generale alla percezione sociale, emotiva e culturale degli utenti.

Il paradigma è dunque mutato e accresciuto: la virtualità consiste nel creare quelle reti di relazioni concettuali che consentono di incrementare e approfondire per ognuno di noi il proprio rapporto con il reale.

L’articolo – in questo senso – fornisce diversi esempi: con Google Earth riesce a condividere i percorsi che fa in mountain bike con altre persone creando delle vere e proprie mappe aperte dotate di senso e pertinenza rispetto ai propri scopi. Lo stacco è netto: solo pochi anni fa, questa operazione sarebbe stata impossibile e l’autore dell’articolo avrebbe potuto dare qualche appunto con riferimenti a luoghi esistenti (come ad esempio: vedi una quercia, gira a sinistra e fai circa 100 metri fino ad un masso). Ora con Google Earth l’autore ha la possibilità di condividere una esperienza di un viaggio
geografico – la gita in bicicletta appunto – in modo totale con gli altri utenti, creando in questo senso una User Experience quasi totalmente a 360 gradi.

Credo quindi che il mondo virtuale e geografico siano grazie a questi strumenti avvicinati al mondo della pertinenza, ovvero del riconoscimento di importanza e di vicinanza da parte delle persone. E questo apre vie molto importanti per le persone che si occupano di Marketing e Comunicazione: il Geo Marketing, appunto.

link
http://it.wikipedia.org/wiki/Google_Earth
http://it.wikipedia.org/wiki/Google_Maps
http://www.ippolita.net/google
http://bbs.keyhole.com/ubb/ubbthreads.php/Cat/0
http://earth.google.com/product_comparison.html
http://www.geody.com/geolook.php?world=terra&q=castel+maggiore&subm1=submit
http://it.wikipedia.org/wiki/NASA_World_Wind
http://googlemapsearth.wordpress.com
http://ongopongo.com/maps/node/153
http://googlemapsearth.wordpress.com/2007/04/17/da-google-maps-a-google-earth-con-un-click/
http://www.pavonerisorse.to.it/pstd/gstory.htm
http://www.quellidellabassa.org/il-grande-occhio-della-bassa/
http://www.sandrodiremigio.com/google_earth_3d/volare_google_earth_3d_tutorials_manuale_kmz.htm
http://mapki.com/index.php?title=Map_Projects
http://www.biblemap.org/
http://www-static.cc.gatech.edu/~pesti/night/
http://spiderman3earth.googlepages.com/
http://www.gearthblog.com/blog/archives/2007/04/dynamic_map_showing.html
http://googlesightseeing.com/
http://www.gearthhacks.com/downloads/
http://www.dynamick.it/fotografie-dal-satellite-google-earth/
http://earth.google.com/showcase/
http://www.worldwindcentral.com/wiki/Google_Earth_comparison
http://www.paginegialle.it___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Il Cimitero di Praga. Umberto Eco risponde sull’assenza del Simonini padre.



Tuesday
May 29,2007

DI ENRICO GIUBERTONI

Sviluppare strategie di marketing e comunicazione per un E-commerce richiede grande attenzione su molteplici fattori, alla base dei quali vi è la scelta del software da utilizzare. Questa decisione deve essere affrontata in comune accordo tra il lato imprenditoriale e quello tecnico del team di sviluppo che deve valutare quale scegliere tra due orientamenti differenti: quello di acquistare o sviluppare da zero un software chiuso o quella di utilizzare un software open Source.

L’E-Commerce B2C è un sistema articolato e complesso nel quale sono organizzate e coesistono strategie di marketing avanzato, strategie di comunicazione finalizzate alla vendita, oltre alle tematiche classiche di sicurezza delle transazioni on line. L’E-Commerce si distingue dalle forme tradizionali di vendita diretta, poiché nella interazione con utenti e clienti non vi è la presenza di un un essere umano, ma i clienti potenziali e acquisiti si interfacciano in modo diretto con il sistema tecnologico/informatico.

Un sito di E-Commerce è quindi paragonabile ad un commesso che in questo senso gioca il ruolo di agente di vendita, intuendo i bisogni delle persone e consentendo loro di trovare soddisfazione attraverso una transazione commerciale. Questo particolare tipo di vendita nella quale un software ha un ruolo di gestione attivo è del tutto inedito poiché nelle forme di commercio fino ad oggi conosciute non è mai accaduto che un sistema informatico potesse stabilire una strategia di vendita e mutarne gli orientamenti interagendo con un essere umano.

L’E-Commerce – pur essendo una forma di vendita del tutto innovativa – conserva tuttavia molte analogie con le forme di vendita tradizionali: è basato su un catalogo così come accade nella vendita per corrispondenza; il processo di acquisto si basa sugli input degli utenti e i propri prodotti sono dislocati in un percorso logico di luoghi virtuali in modo simile a quanto avviene nella grande distribuzione.

Proprio per la sua natura di negoziante full time, si comprende come il software applicativo di un E-Commerce abbia il compito strategico di gestire globalmente la fase di vendita che deve essere articolata e finalizzata ad un target specifico.

È l’E-Commerce che è in contatto costante con l’utente, che risponde alle sue istanze, che determina il successo o il fallimento di una campagna di comunicazione e per questo motivo il software alla base dell’E-commerce deve essere istruito in modo da sapere cosa rispondere e come rispondere alle differenti richieste di ogni singolo utente creando in questo modo un clima di acquisto coinvolgente e gratificante.

Immagine del post

In questo senso chi gestisce e organizza un e-commerce deve inserire nel software applicativo la propria strategia di vendita e – a differenza di un sito statico nel quale i meccanismi di persuasione sono demandati al copywriting e al Web Design – in un sito E-Commerce, proprio per sua natura dinamica, deve essere presente in ogni sua parte (grafica, testi e software) un complesso sistema di bilanciamenti che tiene conto dei seguenti aspetti:

  • Gli obiettivi di Mkt-Communication e vendita (Conversion Goal) del soggetto che gestisce l’E-Commerce
  • I valori i utenti e clienti ai quali le strategie dell’E-commerce devono adattarsi
  • Il grado di dimestichezza che questi anno con le nuove tecnologie
  • La scelta del sistema informatico ai cui limiti si dovranno confrontare le strategie di marketing pianificate dal team di sviluppo
  • Ogni altro tema di Mkt-Communication

Ciò che ritengo utile mettere in evidenza è che per realizzare una strategia di E-Commerce efficace è essenziale stabilire attentamente a priori e pianificare in modo dettagliato gli scopi delle proprie azioni, le dinamiche di realizzazione e le modalità di analisi e monitoraggio delle statistiche. Solo successivamente queste strategie saranno implementare nel software che le applicherà nel gestire tutte le fasi e i passaggi di vendita, evitando in questo modo modo il rischio di improvvisazioni: è infatti il software che gestisce l’E-Commerce che gioca il ruolo di “commesso virtuale” e che deve applicare le tecniche di vendita in modo tale da soddisfare i bisogni dell’utente o generarne di nuovi (Cfr. voce A.I.D.A. – Attention, Interest, Desire, Action in Wikipedia).

In questo senso ritengo che le soluzioni open source possano dare un elevato contributo alla gestione e allo sviluppo di siti di e-commerce: rispetto ad un software applicativo chiuso il principale vantaggio delle soluzioni aperte sta nel fatto che si possono cosincronizzare ai bisogni di una comunità in quanto figlie dei contributi della comunità stessa.

La mia esperienza con un E-Commerce Open Source nasce dalla realizzazione del sito DIWALI STORE dedicato all’artigianato etnico orientale e che si basa sul binomio tra il C.M.S.(cfr. voce Content Management System in Wikipedia) Joomla (Cfr definizione di Joomla tratta dal sito della comunità italiana www.joomla.it) e il componente di Joomla dedicato all’E-commerce – Virtuemart.

Il pacchetto Joomla + Virtuemart è un sistema di gestione dei contenuti (il CMS Joomla) che si affianca ad un E-Commerce (Virtuemart, estensione di Joomla dedicata all’E-Commerce). Questa soluzione, rispetto a pacchetti chiusi di E-Commerce consente di affiancare i tradizionali servizi di vendita con articoli dedicati ai prodotti, Blog e Newsletter di approfondimento. Il lato interessante nell’utilizzare Joomla+Virtuemart come E-Commerce consiste quindi nella possibilità di incrementare un negozio virtuale con le potenzialità offerte da un C.M.S. e con estensioni di terze parti, arricchendo in questo modo le potenzialità di comunicazione e di marketing.

Il valore strategico offerto da Joomla+Virtuemart è dato proprio dalla loro natura di software gestito da una comunità che produce per se stessa nuove estensioni, sia come comunità di sviluppatori sia come comunità di utenti/clienti del software stesso; le estensioni sono quindi mezzi di comunicazione plasmati dagli utenti sin dalla loro nascita e in continua evoluzione.

In questo senso ritengo che le soluzioni Open Source possano offrire dei vantaggi estremamente interessanti per le applicazioni come l’e-commerce che hanno come scopo quello di interagire con una comunità di utenti. Le soluzioni open source consentono infatti:

  • un alto grado di duttilità a livello locale. Per la loro natura, il codice sorgente di un applicativo open source è pubblico. La natura pubblica del codice rende quindi possibile l’effettuazione di interventi di personalizzazione a livello locale del software di ogni E-commerce e consente in questo modo di garantire una maggiore aderenza tra gli obiettivi di vendita e la User Expericence dell’utente. Inoltre le soluzioni basate su C.M.S. (che nel caso di Joomla hanno molto in comune con i Framework) consentono di espandere i propri servizi in modo rapido e agevole tramite estensioni e plugin di terze parti;
  • ottimizzano i vantaggi offerti dalla condivisione delle idee da parte delle comunità: la condivisione del codice nella comunità di sviluppo consente una rapida diffusione delle migliorie. Questo dal punto di vista comunicativo è un grande vantaggio poiché fa evolvere i software secondo i bisogni delle comunità che lo gestiscono. La condivisione della informazione consente inoltre una più rapida diffusione delle idee e la loro istituzionalizzazione;
  • sono caratterizzate da un ciclo continuativo di aggiornamenti. I software Open Source riflettono il dinamismo delle comunità di riferimento e quindi una evoluzione costante con rilasci periodici di aggiornamenti o di nuove versioni di un software rispetto ai software chiusi.

Le soluzioni Open Source consentono quindi uno sviluppo corale di una applicazione supportato da una comunità; consentono inoltre di personalizzare quasi ogni aspetto del software sulle esigenze del proprio piano di marketing e di avere un confronto e un feedback con tutte le applicazioni equivalenti sviluppate da una comunità allargata che adotta soluzioni simili in un ambiente in costante e continuo aggiornamento. Il fatto che siano soluzioni gratuite che – è innegabile – risulta sicuramente coinvolgente, facilitante e allettante nel breve termine, è sicuramente un fattore marginale per uno sviluppo aziendale a lungo termine dato che la gratuità del software si vanifica con i costi di strategia e di correzione degli obiettivi. È il carattere comunitario del software a dare il valore aggiunto e questo valore nel caso dell’E-Commerce è anche comunicativo e strategico.

Link di approfondimento

www.joomla.org Sito ufficiale del CMS Joomla.

www.joomla.it Sito ufficiale della comunità italiana di Joomla e del TTI: il TTI è il Team Traduzione Italiano di www.joomla.it, partner ufficiale delle traduzioni italiane di www.joomla.org.
Al proprio interno – tra le interessanti e numerose iniziative – è presente un forum con una sezione molto completa dedicata all’estensione Virtuemart.

www.virtuemart.net Sito ufficiale di Virtuemart, componente di Joomla dedicato all’E-commerce. Al proprio interno è presente il forum di sviluppo del software.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Social network: potenzialità e rischi. I consigli di Luca Conti (Pandemia, Il Sole 24 Ore).



Sunday
May 27,2007

DI NELLO COPPETO

Un formato aperto è una specifica pubblica per la descrizione e l’archiviazione di dati digitali, solitamente gestita da un ente di standardizzazione non proprietario, e libera da restrizioni legali nell’uso. Un formato aperto deve poter essere implementato senza distinzioni da software proprietario, open source o libero, ciascuno con le proprie modalità di licenza. (da Wikipedia)

Un file, o più specificatamente un formato è compatibile con ogni sistema informatico, quando i dettagli di funzionamento sono pubblici, ma soprattutto accettati, ad esempio, da un consorzio di standardizzazione come la ISO. Basta un po’ di tempo e di impegno per realizzare un nuovo formato ed implementarlo in un software, ma creare uno standard è ben altra cosa. Ogni giorno però gli standard, ma soprattutto coloro che ci lavorano, si trovano a combattere contro una larga schiera di persone ignoranti (in materia) che continuano ad usare quei formati proprietari che si trovano di default nei loro sistemi informatici casalinghi. Anche da parte di alcuni colossi del settore, come ad esempio la Microsoft, è possibile aspettarsi un mancanza di coerenza rispetto determinati standard. Spesso però, a causa di superficialità e/o di profondi interessi economici i formati proprietari vengono preferiti agli standard. Uno degli aspetti più pericolosi rappresentato dalla società statunitense Microsoft è la forte attrazione a raggiungere e conservare una posizione dominante di mercato.

Immagine del post

Recentemente mi è capitato di dover scaricare il dettaglio delle chiamate effettuate con il mio telefono mobile Wind. I dati erano stati memorizzati in un un foglio di calcolo, il formato era un xls e per poterlo visualizzare e modificare avevo bisogno di un software proprietario. Anche questa volta non era stato usato uno standard ed io mi sentivo discriminato. Ho contattato quindi l’assistenza della Wind ed ho atteso. Il giorno dopo mi ha chiamato un’operatrice. Le ho chiesto come pensava che io dovessi aprire quel documento e lei si è stupita del fatto che io non usassi il software proprietario Excel, prodotto dalla società statunitense Microsoft ed integrato nella suite Office, che tra l’altro mi ha precisato essere presente spesso in tutti i computer venduti nei mega store italiani. Le ho detto di non aver acquistato una licenza d’uso per il suddetto software e di voler accedere ai miei dati usando una modalità standard, o per meglio dire, un formato standard, cioè compatibile con ogni software e hardware che io preferisco, e non che mi sia imposto da loro, favorendo in questo modo la distribuzione di qualche particolare software proprietario. Tutto questa mia spaventosa richiesta, in realtà si riassume con il formato ods ( OpenDocument Spreadsheet ). Il generale il formato OpenDocument nasce per fornire una alternativa “aperta” ai formati proprietari, tra cui i DOC, XLS e PPT usati da Microsoft Office.

Il nuovo formato della suite Microsoft Office, chiamato Open XML, possiede varie restrizioni di licenza che impediscono alla concorrenza di usarlo ed anche per questo semplice motivo non può essere considerato uno standard! Se esiste un formato standard, allora questo deve essere preferito rispetto ad un formato proprietario, che pone concretamente dei gravi limiti di usabilità e di interoperabilità. Un utente è libero di usare il formato che preferisce in casa sua, ma per poter comunicare con gli altri è necessario definire alcuni “paletti” entro i quali è possibile comprendersi. Fortunatamente OpenOffice, un software libero e gratuito, supporta lo standard OpenDocument, e ciò fa si che voi utenti siate da subito in grado di produrre e visualizzare gli “standard da ufficio” (testo, presentazioni, fogli di calcolo… ).

Immagine del post

Gli utilizzatori di Microsoft Office si dividono in due schiere: coloro che hanno pagato regolarmente la licenza e coloro che lo hanno craccato.

Contrariamente, gli utilizzatori di OpenOffice appartengono tutti alla stessa schiera, nessuno ha dovuto pagare per acquistare una licenza d’uso ne tanto meno qualcuno ha dovuto effettuare un’operazione di cracking per utilizzarlo illegalmente e gratuitamente. Essendo OpenOffice un software libero, è possibile scaricarlo dalla rete, installarlo ed usarlo gratuitamente, senza il pericolo di incorrere in problemi legali o di incompatibilità.

E voi, cosa ne pensate?___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Innovazione in Italia: come l’imprenditoria hi-tech può risollevare il Belpaese.



Aforismi ad aeternum

"Ratzinger ha invitato i giovani alla castità. Se funziona con loro proverà anche con i preti."
Daniele Luttazzi

"Ciò che ho sempre trovato di più bello, a teatro, è il lampadario."
Baudelaire

"Non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa."
Woody Allen

"Dio è un commediante che recita per un pubblico troppo spaventato per ridere."
Voltaire


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CLAUDE SHANNON




Claude Shannon è uno dei più grandi teorici del secolo scorso. Gettò le basi per la progettazione dei circuiti digitali, scrisse una teoria dell'informazione ancora oggi ampiamente considerata, fondò la teoria matematica della crittografia e creò uno dei primi programmi scacchistici per computer.
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