DI JASON PONTIN

Questo articolo è tratto dal numero di agosto di Technology Review, una pubblicazione del Massachusetts Institute of Technology. La traduzione è a cura dello staff di Shannon.

Ne so abbastanza di Web bubbles.
Dal 1996 al 2002 sono stato caporedattore di Red Herring, la rivista che il Wall Street Journal ha soprannominato “la Bibbia del Boom”.
Abbiamo descritto le startup della prima bolla, spiegato le loro innovazioni e raccontato la loro straordinaria capacità di creare ricchezza – la nostra moderata stenografia per le fortune che i loro investitori e i loro dipendenti hanno fatto in un mercato azionario di pura speculazione.

Mentre pubblicavamo severi avvertimenti su questa euforia finanziaria, in realtà ne ricavavamo profitto anche noi. A metà del 2000 avevamo 500.000 lettori entusiasti. Ogni mese andavano in stampa due numeri di almeno 600 pagine, i cui editoriali erano scritti da giornalisti lautamente pagati provenienti da Forbes o dallo stesso Journal e i cui spazi pubblicitari erano acquistati da startup ansiose di annunciare la loro esistenza, commercianti che fremevano per vendere i loro prodotti e servizi e banche ansiose di vantarsi delle pubbliche offerte che avevano sottoscritto.

Era un grande business, almeno per l’editoria: nel primo semestre del 2000, abbiamo guadagnato più di 100 milioni di dollari tra circolazione, pubblicità e finanziamenti degli sponsor.

Ma quando la bolla esplose, nel marzo del 2000, i nostri inserzionisti si volatilizzarono. Prima della fine dell’anno eravamo già tornati a pubblicare un solo snellissimo numero mensile; subito dopo licenziammo centinaia di dipendenti e chiudemmo i nostri uffici a Londra e in qualsiasi altro posto. Due anni dopo cessammo di esistere.

Oggi tutto è finito: la rivista e il sito web che adesso vengono pubblicati con lo stesso nome da Alex Vieux, che ha rilevato Red Herring per circa 100.000 dollari, ha solo una sottile relazione con quella che era la Bibbia del Boom.

Le nostre esperienze furono condivise da molti altri. Per quelli di noi che vissero la prima bolla, le aziende Web 2.0 del 2008 scatenano dolorose reminescenze delle Internet companies del 2000.

Nell’eccellente libro del 1990 A Short History of Financial Euphoria il defunto John Kenneth Galbraith descrive le caratteristiche comuni della mania speculativa:

Qualche manufatto e motodologia di sviluppo, che appare nuovo e desiderabile – tulipani in Olanda, oro in Luisiana, immobili in Florida, gli straordinari progetti di Ronald Reagan per l’economia – cattura le menti della Finanza. Il prezzo dell’oggetto della speculazione lievita. E la prospettiva che cresca ancora attira altri investitori, che a loro volta garantiscono un’ulteriore lievitazione.

Insomma la speculazione, costruendosi da sola, si procura il proprio impeto da sè. Poi qualcosa, ed importa poco cosa, scatena la definitiva inversione di rotta.”

La nuova metodologia di sviluppo nel 2000 era la potenzialità offerta dal Web di rendere più efficiente il mercato azionario, quello dei libri, del software e della musica.

Nel 2008, sono le funzioni sociali e collaborative del Web 2.0 che attirano gli investitori.

[...]

Ma c’è qualcosa che non funziona. Come spiega Bryant Urstadt in “Social Networking Is Not A Business”, lo scorso marzo Microsoft ha comprato l’1.6% di Facebook per 240 milioni di dollari, dando così al celebre network una valutazione di 15 miliardi di dollari. E nonostante questo, secondo il fondatore e CEO Mark Zuckerberg, quest’anno la sua creatura perderà 150 milioni di dollari.

Allo stesso modo, Google ha pagato 900 milioni di dollari nel 2006 per mostrare fino al 2009 le sue inserzioni sul network di MySpace ma i risultati sono a dir poco deludenti. Insomma, nessuno ha ancora le idee chiare su cosa sarà per il Web 2.0 quello che le inserzioni a parola chiave (la maggiore fonte dei 16 miliardi di dollari che Google ha fatturato nel 2007) sono state per la ricerca online.

[...]

Quando mi interrogo sul futuro della Rete, sono sicuro che le migliori aziende Web 2.0 si adatteranno all’inevitabile cambiamento di rotta.

Ma confesso di essere dispiaciuto per tutti gli imprenditori, giovani come lo ero io nel 2000, che devono ricevere quest’amara lezione.

Lo staff di Shannon, per approfondire, consiglia la lettura di questi tre post:

http://www.lsdi.it/2008/08/08/il-web-20-solo-una-bolla/

http://costozero.com/index/index.php?option=com_content&task=view&id=2393&Itemid=160

http://maxneri.wordpress.com/2008/06/26/internet-bubble-20-social-networking/___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Trend della programmazione web: AJAX, API e widget.