Di Marco De Rossi (Madero)

Ho letto You Are Not A Gadget di Jaron Lanier, di cui si è parlato parecchio nelle scorse settimane. Il libro mi è piaciuto, soprattutto la seconda parte: quella costruens e meno polemica, guarda caso quella meno discussa nell’articolo del WSJ e meno citata nel dibattito internazionale che si è sviluppato online.

Potrei scrivere cosa e perché mi è piaciuto, ma non credo interesserebbe a molti. Preferisco parlare invece di alcune modalità argomentative che ho trovato pericolose; poi ovviamente ognuno può condividere o meno le idee di Lanier (e non è appunto questo che mi interessa).

Nella teoria dei giochi sono due le condizioni perché il “gioco” abbia una soluzione. Prima di tutto le scelte effettuate devono portare a un equilibrio. In secondo luogo, queste scelte devono essere credibili. Ecco, alcune argomentazioni di Jaron Lanier sono sensatissime (e convincono quindi bene il lettore) ma mancano di credibilità. Ed è in questo spazio off-limits che si manifesta un sofismo spiacevole, e di cui non vorrei che un saggista si servisse.

Insomma, nella prima parte parte del libro – quella polemica che forse Lanier è stato invitato dal suo editor a evidenziare per vendere di più – mi sono sentito preso un po’ in giro. Secondo me, però, un po’ di logica formale può aiutarci non dico a valutare la veridicità delle tesi espresse nel saggio (mai sia!), ma per lo meno a difenderci da alcuni discorsi “tricky”.

Iniziamo con qualche esempio:

Something like missionary reductionism has happened to the internet with the rise of web 2.0. The strangeness is being leached away by the mush-making process. Individual web pages as they first appeared in the early 1990s had the flavor of personhood. MySpace preserved some of that flavor, though a process of regularized formatting had begun. Facebook went further, organizing people into multiple-choice identities, while Wikipedia seeks to erase point of view entirely. (Kindle Loc. 876-80)

Sostanzialmente Lanier dice che le applicazioni web 2.0 hanno schemi molto rigidi di organizzazione e input di dati e che quindi il risultato, ad esempio i profili social, esprimono una personhood inferiore a quella espressa con i siti web 1.0. Perché? Semplicemente perché sono meno vari.

Ora, questo ragionamento è liscio come l’olio. È un equilibrio. È sensatissimo. Il problema è che se presenti la disequazione Personhood[Web 1.0] > Personhood[Web 2.0] non puoi non tenere conto di un piccolissimo dettaglio: quelli che avevano le skills e le competenze per esprimere la loro personalità con Html, coding e aprendo un hosting (Web 1.0) sono un frazione infinitesimale di quelli che lo riescono a fare con i social media. Senza contare che, nell’era del Web 2.0, chi ha le skills per aprire un sito web altamente customizzato, continua a farlo (proprio per distinguersi dalle centinaia di milioni di utenti facebook).

Il paragone introdotto da Lanier mi pare quindi infelice per una questione puramente logico-formale.

Per capirci, oltre che un equilibrio avrebbe anche credibilità il seguente ragionamento:

Personhood[Web 1.0] * PersoneCheRiuscivanoAdEsprimersiConIlWeb1.0 <  Personhood[Web 2.0] * PersoneCheRiuscivanoAdEsprimersiConIlWeb2.0.

Passiamo a un altro giochetto di Gorgia Lanier, di cui parla tra l’altro anche Luca Sofri, uno dei blogger che leggo più volentieri:

Once upon a time, not too long ago, plenty of computer scientist thought the idea of the file was not so great. [...] The first design for something like the World Wide Web, Ted Nelson’s Xanadu, conceived of one giant, global file, for instance. The first iteration of the Macintosh, which never shipped, didn’t have files. Instead, the whole of a user’s productivity accumulated in one big structure, sort of like a singular personal web page. (Kindle Loc. 222-24)

Sofri scrive “Lanier usa la storia della creazione del file come esempio di scelte che non sono necessariamente migliori, inevitabili o uniche, ma che una volta fatte determinano il corso successivo in modo così pesante da impedire ogni deviazione futura da quel corso”. Lanier ci sta insomma dicendo che poteva esistere un mondo senza file. E lo ripete per due pagine.

Tutto a posto. La posizione presentata ha effettivamente un equilibrio. È sensatissima. Ed aiuta Lanier a cullare il lettore tra le sue teorie a base di cefalopodi (chi ha letto il libro intenda).

Ma, anche qui, l’equilibrio di Lanier non è credibile. Vediamo perché. Un file è un frammento di informazioni salvate in un determinato modo. Gli elementi chiave sono quindi due: il fatto che sia un modulo, una sottoparte di qualcosa, e il fatto che abbia, in gergo, un filetype. Dire che può esistere un mondo senza file significa, da un punto di vista logico, contemplare un paesaggio in cui non valgono questi due elementi chiave.

Purtroppo non possono esistere delle informazioni immagazzinate senza filetype, semplicemente perché chi scrive queste informazioni non potrebbe essere capito da chi le legge. Claude Shannon, che dà il nome a questo blog, confermerebbe. Come si fa, ad esempio, a salvare della musica in nessun formato? Non si può, infatti.

Per quanto riguarda il fatto di avere un unico gigantesco file (the whole of a user’s productivity accumulated in one big structure) non modulare e frazionabile, beh… come facciamo a decidere con quale linguaggio (=formato) salvare questo megafile? Se lo salviamo in formati diversi, automaticamente ci ritroviamo ad avere tanti piccoli file. E inoltre, vi sembra pratico avere un unico gigantesco file? E le informazioni come le spostiamo? Come vedete questa tesi, sensata quanto volete, non è credibile. Toh che peccato!

Potrei andare avanti per ore (che noia!), perché la prima parte del libro è quasi tutta così…

Ad esempio, Lanier si prende gioco del celebre “Information wants to be free” scrivendo

Information of the kind that purportedly wants to be free is nothing but a shadow of our own minds, and wants nothing on its own. It will not suffer if it doesn’t get what it wants. (Kindle Loc. 523-24)

E poi, non contento, continua:

But if you want to make the transition from the old religion, where you hope God will give you an afterlife, to the new religion, where you hope to become immortal by getting uploaded into a computer, then you have to believe information is real and alive. So for you, it will be important to redesign human institutions like art, the economy, and the law to reinforce the perception that information is alive. (Kindle Loc. 524-28)

Lanier riesce a spiegare la sua tesi in modo chiaro e convincente, con anche esagerazioni e nomignoli degni di una copertina travagliesca di Anno Zero (“where you hope God will give you an afterlife, to the new religion”, molto simpatico…).

Il problema è che l’antitesi su cui il ragionamento si basa non è fondata, dato che chi dice “Information wants to be free” non crede certo che la Signora Informazione soffra il buio di San Vittore e chieda con dei pizzetti aiuto a Mr. Internet e Nonno Router per evadere e scappare ad Hammamet. Insomma, anche chi scrive “Information wants to be free” sa benissimo che “Information is nothing but a shadow of our own minds”.

Questo giochetto rende il discorso non credibile. Peccato!

E ancora, per gli smanettoni / nerd:

There’s a core design feature in UNIX called a “command line interface.” In this system, you type instructions, you hit “return,” and the instructions are carried out.* A unifying design principle of UNIX is that a program can’t tell if a person hit return or a program did so. Since real people are slower than simulated people at operating keyboards, the importance of precise timing is suppressed by this particular idea. As a result, UNIX is based on discrete events that don’t have to happen at a precise moment in time. The human organism, meanwhile, is based on continuous sensory, cognitive, and motor processes that have to be synchronized precisely in time. (Kindle Loc. 192-97)

Un bel discorso equilibrato e sensato, tanto per cambiare. Chi ha mai scritto un programma informatico (Lanier incluso, quindi) vedrà però subito che manca di credibilità.

Anche l’attività neuronale (“continuous sensory, cognitive, and motor processes”) avviene in modo sincrono e con timer precisi. Se abbiamo fame, sete o dobbiamo andare in bagno, ad esempio, ogni tot secondi o millisecondi il nostro sistema nervoso ricorderà al cervello questa esigenza. Il flusso dei messaggi è continuo, ma il nostro cervello ce lo ricorda a intervalli.

Tutto questo può essere simulato con l’AI usando molti timer (o demoni) che rieseguono istruzioni o frammenti di programma di controllo o routine con un’altissima frequenza.

Maggiore è la frequenza dei timer informatici, minore la differenza con i “continuous processes” umani. Non sono qui per esaltare l’intelligenza artificiale. Anzi. Dico solo che questa bell’argomentazione di Lanier, che in effetti convince bene, è da un punto di vista logico errata. Chi non ha mai programmato, ci casca.

Per non parlare di goffi periodi che stordiscono e fregano chi magari non è molto informato sull’argomento e non passa la sua vita su TechMeme:

The promotion of the latest techno-political-cultural orthodoxy, which I am criticizing, has become unceasing and pervasive. The New York Times, for instance, promotes so-called open digital politics on a daily basis even though that ideal and the movement behind it are destroying the newspaper, and all other newspapers.* It seems to be a case of journalistic Stockholm syndrome. (Kindle Loc. 403-6)

Cioé, sta dicendo che una non ben definita e sfumata “techno-political-cultural orthodoxy” che piace al NYT, è la stessa che sta uccidendo il NYT e il giornalismo. Ba. Non apriamo parentesi..

Fino ad arrivare a quelle che il ragioniere più amato d’Italia liquiderebbe come “cagate pazzesche”:

An endless series of gambits backed by gigantic investments encouraged young people entering the online world for the first time to create standardized presences on sites like Facebook. Commercial interests promoted the widespread adoption of standardized designs like the blog. (Kindle Loc. 280-82).

Investimenti giganteschi hanno incoraggiato i giovani ad usare piattaforme sociali? Facebook e Google, tanto per essere originali, sono nati in un garage. I “Commercial interests” ci sono, ma arrivano ben dopo l’apprezzamento degli utenti.

Per le due ultime cose citate non c’è nemmeno bisogno di parlare di “equilibrio” e “credibilità”, visto che non c’è né il primo, né la seconda.

Certe cose, tipo la seguente, io non sono in grado di verificarle: “Stravinsky’s Rite of Spring, composed in 1912, would have been a lot harder to play, at least at tempo and in tune, on the instruments that had existed some decades earlier” (Kindle Loc. 2214-15). Eppure conosco la Sagra della Primavera e il discorso un po’ mi puzza.

Insomma, bisogna stare attenti a tutto in questo libro. È un campo minato.

E a me, quando leggo saggistica, mi piace essere trasportato dalle tesi dell’autore, ma senza dover avere ogni due righe il dubbio che mi stia fregando. Chiedo troppo?___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Giovanni Anceschi. Design e sovversione: il ruolo del designer.