DI DARIO BORSOTTI
Spot.Us è un processo – non un prodotto.
Si sente spesso dire che l’editoria, nostrana ed internazionale senza distinzione, è morente, e che il giornalismo d’inchiesta sta morendo con essa. I più critici dicono che ad ucciderlo abbia contribuito non poco la rete.
Come afferma Cory Doctorow, Internet mastica e risputa i media, talvolta essi ne escono più robusti, alle volta più profittevoli, altre volte muoiono.
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Spot.us nasce come progetto no profit; un network di giornalisti professionisti localizzati tutti nell’area di S. Francisco. L’intenzione è quella di sfruttare il crowdfunding, ovvero il finanziamento dal basso per fare del giornalismo professionale e mirato.
Il meccanismo è semplice: chiunque può proporre argomenti su cui svolgere un’inchiesta e i lettori, se reputano interessante l’argomento, fanno una donazione. Quando si sono raccolti abbastanza fondi, il giornalista si impegna a svolgere il servizio.
“Spot us è un esperimento in divenire” – afferma il suo fondatore David Cohn – “che si focalizza su notizie di minor impatto, ma di alto contenuto sociale“.
Spot.us è innanzitutto una piattaforma, non una nuova organizzazione, ed essendo il codice opensource si auspica che altre realtà giornalistiche possano nascere seguendo il medesimo modello (“Anyone can take the code for Spot.Us and create their own version of it!”).
È il tentativo di applicare nuove strategie all’editoria. Non vuole sovrapporsi al giornalismo classico, ma vuole esserne un complemento.

Nato nel novembre del 2000, Catapulta.it è stata delle prime realtà italiane ad occuparsi del mondo del lavoro sul web.
Cresciuto in maniera esponenziale nel corso degli anni, attualmente il sito vanta quasi 400.000 utenti unici mensili, 4 milioni di pagine viste al mese ed oltre 100mila utenti registrati e che, attraverso l’esclusivo servizio.Il nostro obiettivo è quello di favorire l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, integrando tutti i canali a nostra disposizione: il giornale in edicola, la distribuzione free press ed Internet.
da “Chi siamo” di Catapulta.it
Come si distingue Catapulta dagli altri siti di e-recruitment? La novità – ripresa tra l’altro da Repubblica a novembre – è quella di un canale televisivo online (una web tv, appunto) completamente dedicata alla ricerca di lavoro e alla presentazione di annunci di posizioni vacanti.
Dalla homepage di Catapulta TV, potete guardare una robotica annunciatrice che presenta, ogni due settimane, le offerte di lavoro più interessanti, di cui poi la community potrà discutere nelle aree sociali del sito. Segue una dettagliata descrizione di quali mansioni esattamente dovrebbero essere svolte dall’utente di Catapulta che decidesse di rispondere all’annuncio.
Un progetto che richiede senz’altro un impegno notevole da parte dello staff. Dimenticando per un attimo che si tratti di un’iniziativa – almeno in Italia – anomala e senza precedenti, siamo sicuri che il gioco valga la candela?
Ecco le opinioni di alcuni blogger di Shannon.

DI MAURO RUBIN
Ubiquity, esperimenti per un nuovo web in casa Mozilla.
Mozilla Labs ha creato un nuovo e utile plugin per Firefox 3.0 (non compatibile con la versione 2.0)
Questo software permette di utilizzare una console grafica per richiamare dei comandi predefiniti che permettono di accedere a diversi servizi (Google, Wikipedia etc…) in modo rapido e innovativo. La parte forte del plugin non sono i comandi base, ma la possibilità di creare delle funzioni custom per accedere nel medesimo modo ad applicazioni standalone e qualsiasi fonte dati sul web (siti, mappe, webcam, blog, rss, per citarne alcuni).

È inoltre possibile divulgare il proprio codice con dei semplici rss. In sostanza Mozilla Labs offre uno strumento per cambiare notevolmente l’interazione con il web, fondendo in modo originale applicazioni installate sul proprio pc e servizi web, come già sta facendo il trend considerato “cool” del Web 2.0.
Ho deciso anche io di provare Ubiquity per capirci qualcosa di più.
Leggere tutto quello che la Rete italiana produce è improponibile. Fiumi di parole scritte e condivise da decine di migliaia di utenti ogni ora: i famosi user generated content su cui si basa l’intera filosofia dell’Internet sociale. Per la maggior parte si tratta di contenuti personali. Ma se anche solo il 2% di quel fiume di parole avesse rilevanza (e cioè potesse interessare ad una nicchia), avete una vaga idea di quanti articoli, pensieri, storie, immagini e video ci stiamo perdendo ogni istante? Quanti post di qualità stanno scorrendo via proprio mentre leggete queste righe?
La solita questione della quantità/qualità su Internet direte voi. Questa volta, però, sembrano esserci buone notizie. Il gruppo Banzai, quarto nel Belpaese per volume di traffico gestito online, ha lanciato il mese scorso Liquida.it, un progetto ambizioso che non solo vuole far emergere dal mare magnum della blogosfera i contenuti migliori, ma vuole anche aiutare gli utenti meno esperti ad usufruire dell’universo degli user generated content.
Insomma, un investitore italiano che ha deciso di provare a risolvere il problema. E già questo è un miracolo.
Vediamo nel dettaglio cosa offre Liquida. Nei prossimi giorni pubblicheremo le opinioni, positive e non, dei bloggers di Shannon.it

DI JASON PONTIN
Questo articolo è tratto dal numero di agosto di Technology Review, una pubblicazione del Massachusetts Institute of Technology. La traduzione è a cura dello staff di Shannon.
Ne so abbastanza di Web bubbles.
Dal 1996 al 2002 sono stato caporedattore di Red Herring, la rivista che il Wall Street Journal ha soprannominato “la Bibbia del Boom”.
Abbiamo descritto le startup della prima bolla, spiegato le loro innovazioni e raccontato la loro straordinaria capacità di creare ricchezza – la nostra moderata stenografia per le fortune che i loro investitori e i loro dipendenti hanno fatto in un mercato azionario di pura speculazione.
Mentre pubblicavamo severi avvertimenti su questa euforia finanziaria, in realtà ne ricavavamo profitto anche noi. A metà del 2000 avevamo 500.000 lettori entusiasti. Ogni mese andavano in stampa due numeri di almeno 600 pagine, i cui editoriali erano scritti da giornalisti lautamente pagati provenienti da Forbes o dallo stesso Journal e i cui spazi pubblicitari erano acquistati da startup ansiose di annunciare la loro esistenza, commercianti che fremevano per vendere i loro prodotti e servizi e banche ansiose di vantarsi delle pubbliche offerte che avevano sottoscritto.

1) Culture: Sense of Place
2) Integration: No community is an island
3) Participation: You are what you have to say
4) Trust (Transparency / Authenticity): Give up the control you don’t have
5) Leadership: Lead, Empower, Listen, Follow
Un’ermetica slide tratta dall’intervento di Jay Bryant al SocialMediaCamp di New York (7 agosto).
Il dono della sintesi…
DI JOHN MADERO
Questo testo è tratto dall’intervento “E se una volta ogni tanto imparassimo dai giovani?” del convegno QuiFree organizzato da Flavia Marzano al Festival della Creatività 2007 di Firenze. L’obiettivo è spiegare con semplicità il nuovo web ai giovani.
A Londra, la mattina del 7 luglio 2005 alle 8.50, su una metropolitana vicino alla stazione di Liverpool Street scoppia la prima di una serie di tre bombe. Come era successo per New York e Madrid, è il delirio. I media si rincorrono per raccontare gli attentati terroristici con le poche notizie di cui sono in possesso. La rete telefonica raggiunge la saturazione.
Dopo neanche mezzora viene creata un’apposita pagina su Wikipedia e decine e decine di volontari iniziano autonomamente a raccogliere dati su quello che stava succedendo. Alle 15, quando l’America si sveglia, sono già state effettuate 1500 modifiche alla voce di Wikipedia, per un totale di più di dieci pagine di documenti.

Breve
Segnaliamo un curioso sito di social networking anti-Facebook. Si tratta di un clone (anche se con soltanto le funzionalità essenziali) del celebre sito di Mark Zuckerberg.
La differenza alla radice è che le connessioni su Hatebook, invece che indicare un rapporto di amicizia, corrispondono ad un rapporto di odio. Dopo la registrazione ci viene subito mostrato l’elenco delle persone iscritte che abitano nelle vicinanze: sta a noi decidere se ignorarle, aggiungerle fra i nemici, mandare loro un messaggio, o etichettarle come homie (“homeboy”).
Tra lo slang e le parole scurrili di cui l’autore (tale “Dr. Evil”) ha riempito il sito, troviamo anche una Mappa del Male, grazie alla quale possiamo sorvolare il globo alla ricerca di nuovi nemici da odiare, oppure semplicemente compiacerci di quelli che già disprezziamo.
E se per caso non sapete con chi prendervela, Hatebook vi offre la pagina Gossip, con un elenco dei nuovi iscritti e di quello che stanno facendo. Insomma, sarà davvero difficile non trovare qualcuno con cui sfogarsi virtualmente.
Una stravagante iniziativa anti-Facebook per chi non ha un punching ball a portata di mano.

DI JOHN MADERO
Ieri sera, in un locale dell’East Village di Manhattan, un venticinquenne americano che ha vissuto in Italia mi chiede se anche noi, dall’interno, percepiamo il forte stato di ristagno in cui il Belpaese si trova. Non vuole offendermi, aggiunge. Dall’estero – mi spiega – ormai sono quattro anni che si sente parlare di un’Italia inesorabilmente in declino.
Gli rispondo che, ovviamente, lo percepiamo anche noi.
Non è niente di nuovo per me, ma sentirselo ribadire con tanta sicurezza da stranieri non è mai un granchè.
“Mi spiace molto dirlo” – aggiunge – “perchè amo l’Italia e ci sono stato per quattro anni”.
“Non sai quanto dispiace a me, che sono italiano!” gli rispondo.
Tornando a casa mi interrogo. Rifletto. Poi la risposta si presenta da sola. Si, la risposta è nel mio aggregatore di feed rss. L’ennesima testimonianza di questa tragedia (uomini in ruoli chiave che forse dovrebbero valutare un ricollocamento) è il discorso di Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante della per la protezione dei dati personali.
Una vetustà ed una ignoranza delle dinamiche sociali, tecniche e burocratiche delle nuove tecnologie che non può davvero riguardare un uomo in quella posizione.
Capisco mia nonna (in cambio del pranzo del giovedì le racconto volentieri quanto Facebook può essere comodo), ma non Francesco Pizzetti.
Che dire? Se non altro, nella foto, l’aspetto è impeccabile.

DI LORENZO PERONE
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Un sistema operativo accessibile attraverso un web browser? Si’, icloud!
Nutro un grande interesse nei confronti di virtualizzazione e gestione remota, e ho provato con piacere il servizio che offre icloud.
Quelle che seguono sono una serie di appunti o riflessioni scaturite da un breve e parziale test drive. La forma è volutamente “non discorsiva” dato che reputo difficile fare una valutazione analitica su un sistema ancora in piena fase di sviluppo, vorrei approfittarne quindi per lanciare degli spunti di discussione.
Apro con Firefox l’indirizzo http://os.icloud.com/, un messaggio mi informa che: “XIOS/3 – Sorry, Internet Explorer 6 or 7 on Windows required for XIOS/3. – We are working on supporting Firefox on multiple platforms, please be patient.”; l’applicazione è accessibile sono con Internet Explorer 6 o 7 e quindi, in linea teorica ai soli utenti windows; mi fa piacere che stiano pensando anche ad utenti di altri browser/SO.
