DI JOHN MADERO
Dopo un lancio in sordina (il primo editore di ebook è nato nel 1993), e dopo un’accoglienza del pubblico fredda, la tecnologia dell’ebook sta prendendo piede soprattutto grazie a Kindle, l’ebook reader di Amazon.
Mario Calabresi racconta che ormai, sui treni ad alta velocità muniti di wireless che a fine giornata viaggiano sulla tratta Washington - New York City, moltissimi pendolari leggono giornali e libri in formato digitale, snobbando il supporto cartaceo.
Per noi italiani - ancora qui ad esultare per la presenza delle prese elettriche sulla Freccia Rossa - è difficile trovare un ebook in giro, anche nelle grandi città. Il problema non è soltanto culturale: i modelli commercializzati nel nostro Paese sono pochissimi e quindi, non essendoci concorrenza, i prezzi sono quelli che sono. Kindle di Amazon, ad esempio, da noi non è ancora arrivato. Tra i pochi ad importarli in Italia c’è Antonio Tombolini che, con la sua Simplicissimus Book Farm, ripropone in terre nostrane gli ebook reader prodotti da iRex. I formati sono tre: 6, 8 e 10 pollici.
Sabato scorso ho partecipato ad una festa a Torino per il lancio della versione ebook - presentata il giorno prima alla Fiera del Libro - del quotidiano LaStampa. Ho potuto verificare con mano quello che già avevo letto: se volete leggere un libro, un ebook reader da 6 pollici è sufficiente, 8 è ancora più comodo.
Per contenuti complessi - impaginati e arricchiti da immagini - la scelta adatta è quella del modello da 10 pollici.
LaStampa ePaper - nata da una collaborazione con Simplicissimus Book Farm - fa parte del secondo gruppo. Anna Masera, responsabile del sito del quotidiano torinese e attiva promotrice di questo progetto, ha insistito molto sul fatto che la struttura del quotidiano (sezioni), l’equilibrio fra articoli (impaginazione, titoli, sommari) e immagini rimanessero invariati.
Ed in effetti il risultato è notevole (apprezzabile su un modello da 8, incredibile su quello da 10).

DI JOHN MADERO
Mentre in Europa Mozilla Firefox 3 batte Internet Explorer 7 (35,05% contro 34,54%) diventando così il browser più popolare del continente e mentre sulle pagine di TechCrunch si vocifera di un’imminente acquisizione di Twitter da parte di News Corporation per almeno 750 milioni di dollari, io vi scrivo da Perugia, dove sto assistendo al Festival Internazionale del Giornalismo come inviato di Liquida Magazine.
Il Festival è iniziato ieri e termina domenica con il Media Barcamp. Ieri ho seguito degli interventi inerenti il giornalismo di inchiesta e la funzione sociale dell’informazione. Nel tardo pomeriggio ho assistito ad un talk in cui Antonella Beccaria (che qualche anno fa aveva tenuto una lezione su Oilproject), Antonio Sofi e Mario Tedeschini Lalli parlavano del rapporto tra giornalismo e nuovi media.
Oggi cercherò di intercettare Tommaso Tessarolo, un esperto di WebTv artefice dell’esperimento N3TV e adesso responsabile di Current Italia, che alle 14 partecipa ad una tavola rotonda intitolata “Fare il giornalista. Un altro modo è possibile”.
Alle 15 assisterò a
SuperMedia: l’unione fa la forza
Intervengono Charlie Beckett (direttore POLIS London School of Economics), Paolo Liguori (direttore TGCOM), Marco Pratellesi (direttore Corriere.it), Giuseppe Smorto (condirettore Repubblica.it), Raffaella Soleri (Rainews24) e Eric Ulken (Los Angeles Times)
Secondo molti esperti entro 5 anni la newsroom integrata (carta, online, tv, radio e mobile) sarà di norma in ogni redazione. I SuperMedia salveranno il giornalismo?
In realtà - basta dare un’occhiata al programma della giornata - gli eventi interessanti sono moltissimi (parleranno, tra gli altri, anche Javier Moreno, Ezio Mauro, Sergio Romano).
Questa sera lascerò però il testimone a Luca Conti, che seguirà il Festival venerdì e sabato. Per il barcamp di domenica, invece, arriverà da Milano direttamente Gabriele Lunati, responsabile editoriale di Liquida.
Un saluto a tutti i lettori di Shannon!

DI DARIO BORSOTTI
Spot.Us è un processo - non un prodotto.
Si sente spesso dire che l’editoria, nostrana ed internazionale senza distinzione, è morente, e che il giornalismo d’inchiesta sta morendo con essa. I più critici dicono che ad ucciderlo abbia contribuito non poco la rete.
Come afferma Cory Doctorow, Internet mastica e risputa i media, talvolta essi ne escono più robusti, alle volta più profittevoli, altre volte muoiono.
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Spot.us nasce come progetto no profit; un network di giornalisti professionisti localizzati tutti nell’area di S. Francisco. L’intenzione è quella di sfruttare il crowdfunding, ovvero il finanziamento dal basso per fare del giornalismo professionale e mirato.
Il meccanismo è semplice: chiunque può proporre argomenti su cui svolgere un’inchiesta e i lettori, se reputano interessante l’argomento, fanno una donazione. Quando si sono raccolti abbastanza fondi, il giornalista si impegna a svolgere il servizio.
“Spot us è un esperimento in divenire” - afferma il suo fondatore David Cohn - “che si focalizza su notizie di minor impatto, ma di alto contenuto sociale“.
Spot.us è innanzitutto una piattaforma, non una nuova organizzazione, ed essendo il codice opensource si auspica che altre realtà giornalistiche possano nascere seguendo il medesimo modello (“Anyone can take the code for Spot.Us and create their own version of it!”).
È il tentativo di applicare nuove strategie all’editoria. Non vuole sovrapporsi al giornalismo classico, ma vuole esserne un complemento.

DI JOHN MADERO
Una buona parte della stampa italiana sembra voler giocare a fare Dio, divertendosi a creare, far crescere e poi distruggere fenomeni mediateci legati ad Internet.
Prima, quando già usavamo Wikipedia da anni, ci hanno coperto di reportage sulla libera enciclopedia più grande del pianeta (e c’era un ma: non garantiva la qualità delle proprie voci perchè modificabili da chiunque), poi, cavalcando il successo di BeppeGrillo.it, hanno per mesi parlato del fenomeno “blog” (e c’era un ma: i blog erano troppi, confusi e anarchici, Beppe Grillo invece era apolitico e puzzava). Poi stop. Basta.
L’estate del 2007 - si sa, d’estate c’è poco da scrivere - ci hanno riempito la testa con approfondimenti su Second Life. Decine di paginone sui maggiori quotidiani nazionali parlando di un mondo virtuale che, sostanzialmente, aveva parecchi milioni di iscritti ma soltanto 40.000 persone connesse contemporaneamente. E ovviamente c’era un ma: la seconda vita avrebbe rischiato di prevalere sulla prima allontanando la vittima dal mondo vero (i sociologi tornano sempre utili, soprattutto d’estate). Poi la bolla Second Life è scoppiata e tutti hanno smesso di parlarne.
