Breve
Paganesimo era stato chiuso dall’ospitante Splinder per colpa di un’immagine pubblicata, ritenuta evidentemente inadeguata.
Il blog, dopo qualche giorno di down, è finalmente tornato online. Si tratta di un altro caso di censura tutta italiana.
Per una panoramica più completa, vi invitiamo a leggere il post di Alice e i commenti pubblicati dai suoi lettori:
“Un innocuo Gesù Cristo catturato dai fantasmi. Che fa anche ridere, tra l’altro.
Quello che più mi preoccupa è che si tratta di una censura religiosa. Qualche cattolico profondamente aperto mentalmente è entrato per sbaglio su Paganesimo, ha denunciato il fatto a Splinder, che ha deciso di troncare lì il sito. Questo è un ragionamento non solo odioso ma, soprattutto pericoloso.”
Ecco l’immagine incriminata:

DI JOHN MADERO (Risposta di DAVID ORBAN)
In seguito alle ultime sanzioni imposte dagli Stati Uniti, società come Microsoft, Ebay e Yahoo sono state costrette a modificare o limitare l’utilizzo dei loro servizi in Iran (stiamo parlando di killer application come PayPal, Skype e MSN Hotmail). C’è chi dice addirittura che, in accordo con le nuove sanzioni, queste aziende non potrebbero operare in Iran in nessuna forma.
Insomma, la strategia a me appare chiara: sabotare l’infrastruttura telematica iraniana chiudendo il rubinetto ai servizi più comuni. Quelli che ci rimettono, però, sono i comuni cittadini iraniani, che si ritrovano senza casella mail, senza chat, senza la possibilità di telefonare gratuitamente con Skype. Credete infatti che in Iran gli addetti alla costruzione della famigerata atomica chattino su MSN, passino le giornate su Skype, o facciano ordini di uranio su Ebay pagando con il loro conticino PayPal? Ma per favore…

FEDERICO MORO, dalla Cina, sostiene che qui in Italia siamo tutti cascati in una sorta di truffa mediatica. A rispondergli c’è MASSIMO MELICA, Presidente del Centro Studi di Informatica Giuridica. Buona lettura!
Signori della stampa e signori politici, complimenti! Se la sono bevuti tutti, in primis Grillo (che non ha colto l’aspetto più drammatico della vicenda), seguito dai bloggers italiani (che già prima si stavano informando della cosa) e dall’opinione pubblica fino ad arrivare agli echi della stampa internazionale.
Tanto per fare qualche esempio: Out-law.com titola un articolo “Italy proposes ‘anti-blogger’ law”; il Times con una fredda battuta tristemente allusiva alle condizioni della nostra politica “A geriatric assault on Italy’s bloggers”; BoingBoing “Italy proposes a Ministry of Blogging with mandatory blog-licensing”. Grazie al nostro sistema informativo sia i cittadini italiani che il resto del mondo si stanno convincendo che la legge Prodi Levi sia una legge anti-blog. Mi spiace deludere tutti ma questa legge non è anti-blog, magari lo fosse!

Nota: questo articolo ci è stato spedito alle 16 circa dal nostro blogger in Cina Federico Moro. In Italia ancora non se ne è parlato. Aggiornamenti in arrivo
Dopo Thailandia e Marocco anche in Cina arriva la censura per YouTube. Il fatto è ieri, la notizia non ancora riportata dalla stampa ufficiale. Da un giorno e mezzo a Pechino infatti non si apre più il sito, non si riesce accedere nemmeno usando un server proxy e i video importati da YouTube sulle pagine di altri siti semplicemente non esistono più e al loro posto la pagina bianca lascia un cadaverico senso di vuoto.
DI MASSIMO MELICA (Presidente del Centro Studi di Informatica Giuridica)
All’alba del 27 settembre 2007 alcuni navigatori della Rete hanno potuto leggere su un canale telematico non ancora censurato il messaggio in epigrafe che descrive, meglio di qualunque reportage giornalistico, il dramma della rivolta in Birmania.
Nonostante gli sforzi per censurare internet, i dissidenti del governo birmano con ogni stratagemma tecnologico (sim estere, e-mail, blog, chat, icq) inviano le informazioni su ciò che realmente accade nel loro paese.
E’ Internet il primo avversario che viene oscurato dai governi autoritari, tuttavia in questo caso ha portato alla luce la rivolta in Birmania; una protesta che, nata tre mesi fa, solo grazie alla Rete è evasa dai confini birmani per raggiungere le coscienze del pianeta.
Non è la prima volta che internet diventa strumento della libertà di espressione e del diritto alla conoscenza, ricordo quando si distinse nei conflitti in Bosnia e Iraq permettendo al “pensiero libero” di attraversare i confini della repressione e della guerra.

Oggi più che mai Internet ha bisogno di essere tutelata e difesa, ma da chi?
DI JOHN MADERO
“In USA un fenomeno può definirsi completamente radicato nella cultura e nelle abitudini americane solo se I Simpsons ne hanno fatto una loro versione satirica. Google questo onore lo ha avuto.”, così apre l’articolo di copertina dell’autorevole The Economist di questa settimana.
Who’s afraid of Google? e Inside the Googleplex non aggiungono niente di nuovo a quello che ormai quotidianamente leggiamo riguardo a BigG, semplicemente riassumono i malumori, le critiche e le contestate iniziative dell’azienda più misteriosa della Silicon Valley. Tutto questo presentando un panorama comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

Vi raccontiamo, ma magari lo farà anche Punto Informatico domani, cosa si dice in questa inchiesta.
DI NECOSI ( http://geekplace.org/ )
Persone di tutto il mondo usano internet, un’unica grande rete che mette in collegamento milioni di utenti, che si differenziano per cultura, lingua, religione, background sociale e soprattutto per leggi a cui sottostanno. Forse potrebbe risultare interessante discutere delle possibilità di permettere ai cittadini della rete di unirsi e creare un movimento democratico che riesca a far valere la sua voce anche nel mondo reale.
Tale problema emerge osservando le scelte di alcuni governi (Italia, Cina, …) che risultano essere in disallineamento con la maggior parte di coloro che popolano il MetaMondo.
Vday Video:
