DI DARIO BORSOTTI

Spot.Us è un processo – non un prodotto.

Si sente spesso dire che l’editoria, nostrana ed internazionale senza distinzione, è morente, e che il giornalismo d’inchiesta sta morendo con essa. I più critici dicono che ad ucciderlo abbia contribuito non poco la rete.

Come afferma Cory Doctorow, Internet mastica e risputa i media, talvolta essi ne escono più robusti, alle volta più profittevoli, altre volte muoiono.

Se questo è vero, un progetto come Spot.us è l’ennesima spallata ad un palazzo diroccato.

Spot.us nasce come progetto no profit; un network di giornalisti professionisti localizzati tutti nell’area di S. Francisco. L’intenzione è quella di sfruttare il crowdfunding, ovvero il finanziamento dal basso per fare del giornalismo professionale e mirato.

Il meccanismo è semplice: chiunque può proporre argomenti su cui svolgere un’inchiesta e i lettori, se reputano interessante l’argomento, fanno una donazione. Quando si sono raccolti abbastanza fondi, il giornalista si impegna a svolgere il servizio.

“Spot us è un esperimento in divenire” – afferma il suo fondatore David Cohn – “che si focalizza su notizie di minor impatto, ma di alto contenuto sociale“.

Spot.us è innanzitutto una piattaforma, non una nuova organizzazione, ed essendo il codice opensource si auspica che altre realtà giornalistiche possano nascere seguendo il medesimo modello (“Anyone can take the code for Spot.Us and create their own version of it!”).

È il tentativo di applicare nuove strategie all’editoria. Non vuole sovrapporsi al giornalismo classico, ma vuole esserne un complemento.

La (non poi tanto) lenta agonia dei mezzi di informazione cartacei insegna ai reporter di nuova generazione
che devono saper essere destreggiarsi tra le necessità espresse dai lettori, un uso intensivo
di fonti dati eterogenee e un collaborazionismo spinto
.

Punti di forza dell’iniziativa? Personalmente li identifico nel riuscire a mantenere un forte controllo dei contenuti; ciò è permesso dal fatto che il reporter mantiene una piena autonomia nello sviluppo dell’inchiesta. Questo aspetto risponde alla maggiore critica che si può avanzare: se il vicino di casa paga per un articolo che lo riguarda, quanto è diverso da una compagnia del tabacco che appoggia un articolo sul fumare? Nel caso di Spot.us una eventuale influenza da “sponsorizzazione”, è mantenuta minimale.

Ma più interessante: un tale approccio sarebbe replicabile anche in Italia? Sarebbe un modello
economicamente sostenibile? Negli Stati Uniti la rete è molto più pervasiva, tanto che sono apparse recensioni riguardanti Spot.us non solo su Wired, ma anche sul Los Angeles Times e il NY Times: non proprio i primi arrivati.

Potrebbe essere la risposta ad un mercato sovraffollato di semi professionisti, mal pagati? Potrebbe esserlo per una asfittica libertà di informazione?

Difficile crederlo. Come tutti i progetti basati sul bottom-up e i crowd-payment il vero collo di bottiglia
sta nella visibilità, e in una nazione disconnessa come la nostra…

Rimane però valida la tendenza che Spot.us rappresenta: sempre maggior professionismo nel distribuire
l’informazione. Freelance preparati ed indipendenti, che forniscono un plus valore effettivo rispetto ad un semplice sistema di collecting come può essere Google News.
Un giornalismo per cui vale la pena di pagare, quindi lontano dai quotidiani generalisti.

Per chi si interessa di questi argomenti suggerisco almeno la lettura di Alterman.

RISPOSTA DI JOHN MADERO

Spot.us è un’iniziativa che sorprende già dalla pagina About. Una soluzione non convenzionale e radicale al problema del finanziamento del giornalismo indipendente (o delle piccole attività editoriali).
Non credo però che sarebbe un problema di visibilità a rendere impraticabile un progetto del genere in Italia.
Spot.us rivoluziona il modo in cui gli articoli vengono scritti, non il modo in cui vengono presentati, quindi:
- Il pubblico di riferimento sarebbe quello che già si informa su Internet, già abituato a questo tipo di media. Spot.us in Italia farebbe concorrenza a Repubblica.it, non al quotidiano LaRepubblica.
Il problema di visibilità quindi secondo me non c’è: si tratterebbe di un sito che offre contenuti scritti da professionisti o semiprofessionisti che emerge per la sua qualità (in Italia vedi PuntoInformatico, OneBlogNetwork, blog di giornalisti come Gilioli, Sofri, De Biase).
- La struttura di Spot.us, se non sbaglio, non vieta comunque che il contenuto venga pubblicato su altri media, incluso il buon vecchio quotidiano.

La coscienza civile americana ha una lunga storia di battaglie per la trasparenza dell’informazione ed una forte antipatia per l’influenza della politica sul giornalismo e i media.
La domanda quindi è: quanti italiani sono disposti a pagare per un articolo veramente indipendente dall’influenza degli inserzionisti e degli editori, quando possono averne uno un po’ meno libero, ma gratuito?

Detto questo, sono in prima fila per contribuire a suon di euro per un eventuale Spot.it!___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Pasolini e Gadda. Vecchio e nuovo fascismo.