del nostro lettore FABIO POLLINI
Shareware: troppe le restrizioni e pochi i benefici.
Un software “shareware” è un applicativo che può essere scaricato e provato subito; solitamente ci sono dei limiti temporali o funzionali per evitare che venga utilizzato al di fuori di un certo periodo, di norma 30 o 60 giorni. Scaduto quel periodo, o si disinstalla, o si acquista una licenza d’uso dal produttore/distributore.
Capita spesso che nel lavoro quotidiano o nella propria azienda si presenti un problema che può essere risolto da un un piccolo software shareware, magari dal costo contenuto, che soddisfa (ma non sempre) le vostre aspettative.
Questo tipo di software è un prodotto solitamente sviluppato da “piccole e medie imprese”, ma può anche nascere da un singolo sviluppatore.
A volte questi singoli programmatori, diplomati o laureati in settori informatici, partono da un’idea (o da una personale esigenza), la sviluppano e se la loro creazione ha un “potenziale economico”, decidono di intraprendere la strada dei liberi professionisti “digitali”.
Per questo alcuni programmi hanno un ambiente grafico molto semplice, dal sapore “artigianale”.
In genere, un software shareware non può essere modificato dall’acquirente: per questo gli sviluppatori raccomandano sempre di provarlo bene prima di acquistarne la licenza d’uso.
Questa categoria di software ha sempre risentito del fenomeno della pirateria: crack e generatori di codici seriali sono da sempre i principali nemici di questo piccolo grande mercato.

Oggigiorno, grazie alla banda larga, ai siti specializzati in “warez” (software distribuito in violazione al copyright che lo ricopre) e all’abbondanza di concorrenti, si tende a “blindare” il proprio prodotto attraverso componenti sviluppati dagli stessi programmatori o acquistati da terzi, al fine di rendere difficile il “debug” del software.
Esistono vari tipi di protezioni: dal semplice “codice seriale”, alla rilevazione di certi programmi (di analisi) attivi, fino ad arrivare alle chiavi hardware (per lo più usate in ambito industriale) per evitare che lo stesso software possa funzionare su più computer.
Il sistema di protezione che sembra avere avuto più successo è quello che “vede” la configurazione hardware e software del computer dell’utente: il software, in base a questi dati, genererà una speciale “chiave di riferimento” e chiederà di inviarla per e-mail alla software house del produttore.
Quest’ultimo invierà una chiave di registrazione valida “solo” per quel computer.
Il vantaggio per la software house è evidente: se la chiave viene pubblicata, nessuno la potrà utilizzare.
Qui però iniziano i problemi per l’acquirente: e se io sono un utente onesto, che si assembla e aggiorna il computer di casa o che tende a vendere il proprio portatile per restare al passo coi tempi?
In questi casi si dovrebbe escludere a priori l’acquisto di software shareware, ma questo penalizza gli utenti perchè alcuni software di nicchia si possono trovare solo sotto questa licenza.
C’è chi acquista lo stesso, perchè tanto la spesa finirà sul conto aziendale.
C’è chi invece è uno studente o un semplice privato; spesso questi non vogliono affrontare una grande spesa per un prodotto “a scadenza” e si arrangiano in altri modi (non sempre legali).
Può succedere (mi è capitato recentemente) che un utente installi il software e lo valuti ma, dopo l’acquisto, attivate tutte le funzionalità, quelle a pagamento presentino gravi problemi di funzionamento.
Alcuni prodotti addirittura sembrano più delle versioni alpha (non testati o incompleti) che beta (testati dagli sviluppatori o da analisti).
Questo scoraggia molto l’acquirente onesto che tende, per futuri casi simili, a rimediare il prodotto “non legale” per testarlo prima di effettuare l’acquisto; ma una volta che si ha in mano un software pienamente funzionante, a questo punto a che serve la “chiave”?
RISPOSTA DI MADERO
Personalmente non amo il software shareware e non ho mai acquistato un prodotto rilasciato sotto una licenza simile.
Quando ho bisogno di un software uso apt-get oppure, per gli applicativi win32, Google e una bella chiave di ricerca che finisce con “opensource” o simile.
Nonostante questo, non ho niente contro il software shareware e, anzi, per alcune ragioni a cui tu in qualche modo accenni, penso che sia un fenomeno relativamente positivo per il mercato.
Il fatto che i codici sorgenti non vengano rilasciati è un’irrimediabile mancanza eppure le miriadi di software shareware, prodotti come hai detto da piccole e media imprese, sono chiara testimonianza di una diffusa e aperta economia di mercato in cui vigono le regole della libera concorrenza.
E non è un mistero che la presenza di concorrenza migliori la qualità e la competitività dei singoli prodotti.
Meglio un paesaggio animato da decine di software shareware di qualità molto variabile, piuttosto che un mondo controllato da un paio di colossi del settore i quali, essendo in pochi, possono mettersi d’accordo, imporre i prezzi che vogliono, e decidere loro il destino di noi ignari utenti.
Insomma, se proprio deve esistere uno scenario in cui il software proprietario prevale su quello Libero, tanto vale che a giocarsi la partita siano tante piccole aziende venditrici di shareware, e non i soliti Apple, Adobe, Lotus, Microsoft o SAP.
Il problema secondo me non è il software shareware che ci viene spacciato come software di qualità anche quando non lo è ma, piuttosto, il software freeware che ci viene spacciato come opensource o addirittura Libero quando in realtà è solo gratuito. Ma questa è un’altra storia.
___
La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Federalismo fiscale in Italia: cosa cambia e come.
Tags: licenze, Programmazione, Shareware

4 Responses for "Shareware, mi stai proprio scadendo…"
Scrivere software costa tempo.
Anche imparare a scrivere software costa tempo.
E per scrivere software ci vuole un computer.
Anch’esso costa.
Allora o uno e’ ricco e puo’ regalare il proprio tempo.
Oppure cerca di guadagnare dei soldi usando il proprio tempo e la propria testa.
Io preferisco usare l’adware allo shareware.
Perche’ l’adware non scade mai, e, se e’ un buon programma, me lo posso tenere installato quanto voglio.
Il sofware per molti e’ uno strumento di lavoro.
Come una pinza o un cacciavite.
Lo shareware e’ come ricevere una pinza che dopo aver pinzato per 30 giorni si sciogliesse come un gelato al sole.
Se non trovi un’altra pinza che faccia la stessa cosa, devi comprare la versione che non si scioglie.
Ci sono software che funzionano ed altri che non funzionano, indipendentemente dal fatto che siano shareware, freeware, adware o full-fucked-priced.
Ma, essendo il web una community sempre in movimento, esso contiene le “voci”.
Quelle che girano.
E quando un software non gira bene, dopo un po’ si spegne da solo, perche’ la rete non e’ stupida.
E’ cosi’ anche nel commercio: se vendi un prodotto che non funziona, ti sputtani prima il prodotto e poi tu.
In Cina ed India praticamente non usano software proprietario.
Quasi tutti lavorano su software Open Source.
Che notoriamente e’ molto economico, ma raramente gratuito.
Nella fisica c’è una legge che dice che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
Lo stesso avviene nel mercato del software.
Chi produce sofware vuole vedere il risultato economico del proprio lavoro. E non c’è nulla di piu’ giusto.
Mio nonno faceva il calzolaio. E mi diceva sempre di stare attento alle cose gratuite, perche’ dietro la parola “gratis” c’è spesso nascosta una fregatura.
Mi diceva di spendere sempre il minimo possibile e di chiedermi se quello che volevo comprare ne avevo proprio bisogno e non avrei potuto vivere senza, prima di acquistare.
Lo shareware e’ il permesso di usare uno strumento, per capire se ci puo’ servire o no.
Free sofware e’ vicino al concetto di “free speech”, ma lontano da “free beer”.
Per comprendere meglio, consiglio questo articolo:
http://www.gnu.org/philosophy/free-software-for-freedom.it.html
—–
Anche gli ad-ware meriterebbero un approfondimento separato.
Dovevano essere la rivoluzione del 2000 ma piano piano sono diventati dei meri “spyware” che la gente evitava per non trovarsi intasato il computer di spazzatura.
Senza contare che spesso le ditte promotrici di advertising passavano di mano in continuazione e diverse, “inspiegabilmente”, fallivano.
Chi seguiva la vicenda da vicino si ricorderà sicuramente il sito “web3000″ e il “gator”.
Tra l’altro, a quei tempi (pre-2000), l’adsl non aveva ancora preso terreno e questi servizi consumavano banda dando fastidio.
E pensare che l’idea di base era buona per piccoli programmi, dato che la remunerazione non era chissacchè.
Mah.. neanche a me piacciono.
A volte bisogna dire che la loro utilità si esurisce giunsto in tempo (30gg).
Se non si tratta di una scadenza a tempo, ma solo di una limitazione di funzioni, spesso ci basta la versione shareware…
Nel complesso non fanno troppi danni, ma non li amo.
Preferisco un buon opern source, sinceramente provvisorio, ma funzionante. E se poi ci cambia la vita…possiamo sempre fare una donazione.
Dal punto di vista economico preferirei una maggiore concorrenza, dal punto di vista pratico non toccatemi i colossi…sono gli unici a mantenere una parvenza di professionalità e di assistenza, le piccole software house in genere applicano una politica basata sul grab&run, che poco si adatta all’utente professionista, al quale piace essere coccolato.
Fanno eccezzione molte opensource, che basandosi solo su volontariato forniscono servizi qualitativamente superiori a quelli di molte softwarehouse (es. Joomla è molto meglio di molti nuke a pagamento).
@Matteo: cosa intendi per “un buon opern source, sinceramente provvisorio” ??
Lascia un commento