DI MARIO GOVONI

È abbastanza recente la notizia che IBM ha deciso di contribuire allo sviluppo di OpenOffice.org con una cinquantina di sviluppatori. Vado molto in giro sul web e ho notato che la cosa è stata accolta, in alcuni casi, con un certo scetticismo, come se una multinazionale non fosse libera di contribuire allo sviluppo di un software libero se non per reconditi motivi e scopi inconfessabili.
In una discussione su un forum ho, addirittura, letto che IBM teme la diffusione ancora più capillare del software libero e, quindi, questa sua adesione sarebbe una sorta di doppiogiochismo perché paventa di perdere i propri guadagni. Il punto di vista esposto, pur se degnissimo, come qualunque altro, in verità, mostra alcune lacune piuttosto evidenti.

In pratica, una affermazione simile potrebbe anche significare che IBM destina cinquanta suoi sviluppatori a un progetto libero per rallentarlo o sabotarlo … il che sarebbe come il marito che si taglia gli attributi per far dispetto alla moglie.
Un altro motivo potrebbe essere che IBM contribuisce alla comunità per poter meglio controllare quello che succede … credo che cinquanta sviluppatori costino qualche dollaro e, forse, si potrebbe ottenere lo stesso risultato con un investimento di dimensioni inferiori.
Terza ipotesi: IBM aderisce al progetto per essere pronta a saltare sul carro del vincitore, consapevole del fatto che il software libero ha un grande futuro davanti a sé; così facendo si crea delle benemerenze e si mette al riparo da ritorsioni, di chi proprio non saprei.

Diamo per assodato che IBM tenga il piede in due scarpe … per alcuni duri e puri, allora, sarebbe forse meglio che Big Blue lo tenesse in una sola, quella del software proprietario? Un atteggiamento, questo, che mi sembra masochistico e miope.
Lo stesso discorso, naturalmente, si può fare anche per altre aziendine, quali Novell, Sun, HP, Dell e altre che non cito. Ah, scusate, dimenticavo Google …

Cerchiamo di capire cosa spinge queste multinazionali a investire, e pesantemente (Dell, ad esempio, ha concluso da poco un progetto quinquennale per la creazione di una tecnologia che permetta l’aggiornamento automatico dei drivers in ambiente Linux) nel software libero.

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Un dettaglio, forse, sfugge: Microsoft guadagna soprattutto sulle licenze software mentre le altre aziende indicate hanno il loro core business nell’hardware e nei servizi. Da qui discende una interessante considerazione.

Per poter vendere hardware e servizi sono necessarie delle commodity, come sistemi operativi, possibilmente efficienti, software per la gestione di reti, programmi per la navigazione in Internet, ambienti desktop con annessi programmi di office automation eccetera, tutte cosine che, se sviluppate ex novo, costerebbero una cifra. Quale alternativa? Rivolgersi alla Microsoft? Beh, IBM in passato lo ha fatto, cercando di sviluppare OS2 in partnership con la casa di Redmond, ma il sistema operativo, pur ottimo e molto migliore di Windows, non ebbe mai il successo che meritava, anche perché IBM, a un certo punto, si ritrovò da sola.
Allora ecco che si apre un’alternativa: le aziende sostengono le comunità che sviluppano il software libero e/o aperto, anche se questo investimento non pare avere, almeno nel breve periodo, un grande rientro economico.
Vediamo però un paio di esempi: Google Docs è basato in larga parte sul codice di OOo e Google ha messo a disposizione della comunità una ventina di sviluppatori. IBM, invece, ha rilasciato recentemente una versione, ancora molto acerba, di Lotus Simphony, anche questa geneticamente legata a OOo … bella l’interfaccia, un po’ diversa da quella della suite dei gabbiani, ma programma che paga ancora una certa lentezza.

La domanda, a questo punto, è: siccome la GPL è una licenza “virale”, se Google e IBM apportano modifiche al software e sono obbligate, a termini di licenza, a renderle pubbliche … chi ci guadagna? IBM? Google? la comunità sviluppatori e utenti? Tutti: IBM e Google perché arricchiscono la loro offerta con prodotti efficienti e, soprattutto, in grado di usare, importare ed esportare in formato Open Document, standard riconosciuto da ISO (ISO/IEC 26300:2006), gli utenti perché il lavoro di IBM e Google ha delle ricadute anche su OpenOffice.org e l’ingresso di nuovi sviluppatori, ovviamente, accelera i tempi di evoluzione del prodotto e ne migliora la qualità. Il formato OpenDocument garantisce una vera interoperabilità, non quella sbandierata, a chiacchiere, dalla Microsoft.
A me, personalmente, dà molto più fastidio che alla community OOo aderisca il governo cinese (RedFlag circa 50 sviluppatori), piuttosto che IBM o Google. Perché? Perché un governo che fa della censura del web uno dei capisaldi del suo potere e aderisce a un progetto per il software libero mi fa l’effetto di una ninfomane che decanta la bellezza della castità.

Secondo esempio … Sun ha deciso di liberare il codice di Java, parte importante del tool Ajax, a sua volta parte importante della comunità Eclipse, sostenuta, guarda caso, da IBM. Allora la domanda, anche in questo caso, è: perché IBM e Sun mettono la faccia, e le risorse, per portare avanti progetti di questo tipo, blindati da licenze che li rendono liberi? Per tenere il piede in due scarpe? per fare un dispetto a Microsoft (ipotesi molto probabile, ma non realistica), o perché vogliono spostare gli equilibri del software usando basi e piattaforme comuni per avere una maggiore interoperabilità? E se il loro obiettivo è questo, chi ha da guadagnarci (oltre alle aziende, che vendono hardware e servizi, non dimentichiamolo) se non gli utenti?

Richard Stallman ha un vero caratteraccio, ma è un genio e ha dato il via allo sviluppo distribuito del software, in opposizione a quello centralizzato, tipico di Microsoft, Adobe e altre simili realtà; questa scelta si sta rivelando vincente.

Nel software libero (o aperto, con le differenze filosofiche la descrizione delle quali esula dallo scopo di questo mio post) quello che conta non è la gratuità della licenza, ma la libertà della modifica e della distribuzione. Personalmente vado in bestia quando leggo che il software libero è gratis … è la licenza che è gratis, o meglio libera, ma ritengo che, nel momento in cui usufruisco di un software di questo tipo, ho l’obbligo morale di sostenere, in qualche modo, il progetto. Donazioni, propaganda, collaborazione come tester, sviluppatore, traduttore eccetera sono gli strumenti che ho a disposizione. O li uso, oppure sono un parassita che approfitta del lavoro di altri e non contribuisce.
E poi è IBM che tiene il piede in due scarpe …

RISPOSTA DI LORENZO PERONE

L’analisi di Mario è interessante e, sostanzialmente, condivido le sue conclusioni. E’ evidente il fatto che alcune aziende hanno creato un fronte contrapposto a Microsoft e che per questo necessitano di fornire, tra l’altro, soluzioni concorrenziali rispetto a quelle in cui Microsoft è leader di mercato.
Tralasciando le soluzioni in ambiente server in cui il software libero ha già una sua solidità di mercato, in ambiente desktop lo sviluppo di una suite di office automation realmente concorrenziale è un passo obbligato. Openoffice sembra una scelta condivisa da IBM, SUN e da altre importanti aziende.
Tra le valide ipotesi, citate da Mario, riguardo alle motivazioni che giustifichino un’impegno così consistente da parte di IBM nello sviluppo di Openoffice, se ne potrebbe ricercare un’altra, ben diversa dalla filatropia e dettata da una scienza decisamente economica, il marketing. Mi sembra interessante, in proposito, questo passaggio da un recente testo di marketing (MarketingWilliam M. Pride O.C. Ferrel – Bocconi Editore): “Nel marketing, il termine responsabilità sociale definisce il dovere di un’organizzazione di massimizzare il proprio impatto positivo e minimizzare il proprio impatto negativo sulla società. Quindi la responsabilità sociale attiene all’effetto totale di tutte le decisioni di marketing sulla società. I molti dati a riguardo mostrano che ignorare l’esigenza di un marketing responsabile da parte di un’azienda può distruggere la fiducia dei clienti e persino indurre la pubblica amministrazione a promulgare regolamentazioni….Per contro, le attività socialmente responsabili sono in grado di generare un’immagine positiva e favorire le vendite.”.
Pensando alle recenti sentenze della Comunità Europea nei confronti di Microsoft e guardando questo spot mi viene il sospetto che all’IBM lo abbiano letto.

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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Update your mind. Storie di lifestreaming e di status updating / Parte 1.