Italia: una panoramica introduttiva alle nuove tecnologie televisive (IPTV, MobileTv e WebTV) e ai relativi pro e contro.

DI JOHN MADERO

Partiamo dalle IPTV ( Internet Protocol TV ), veri e propri canali gestiti da provider che si avvalgono dell’infrastruttura su cui si basa internet (TCP/IP) per diffondere video attraverso banda larga (Adsl o fibra che sia).
In Italia le più famose sono quelle di Fastweb e Alice / Telecom Italia ma, recentemente, anche Tiscali è scesa in campo in seguito all’acquisizione della londinese Homechoice, specializzata appunto in questo tipo di soluzioni.

L’aspetto negativo delle IPTV più spesso sollevato critica la natura “chiusa” di questa tecnologia: si tratta di una televisione completamente gestita da un provider, che spesso si limita a comprare i diritti di alcuni contenuti della tv generalista e a riproporli in un palinsesto riorganizzato secondo i criteri di mercato della padrona di turno (Telecom, Fastweb, Tiscali appunto).
Ma oltre ad essere carenti di contenuti prodotti adhoc per questa tecnologia (all’estero non è così), le IPTV italiane mancano spesso di strumenti di comunicazione sociali che sfruttano gli user generated contents. I big providers dovrebbero prenderne atto, non basta l’interattività del telecomando per parlare di nuova televisione: in futuro verrà premiato il servizio con un’efficace interazione tra utenti che stanno visionando lo stesso contenuto.

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Il mercato delle MobileTV è quello di nascita più recente e, di conseguenza, il più immaturo. Lo testimoniano non solo i costi del servizio ancora troppo alti, ma anche le interfacce di accesso, che sono ancora poche e non sempre di facile utilizzo.
In poche parole, al momento conviene decisamente procurarsi in qualche modo un film e metterlo direttamente sul proprio Ipod Video o su un dispositivo analogo, altro che supertelefonino con abbonamento a MobileTV…
Per gli sportivi invece, siamo davvero sicuri di non poter fare a meno di rivedere l’ultimo derby su uno schermo di 3 pollici?

Le WebTV ( o NetTV ) sono invece tutta un’altra storia. Si tratta di una tecnologia tecnicamente molto flessibile che permette di distribuire contenuti via web (anche all’interno di normalissime pagine internet in Html ottenute con richieste Http).
I bassi costi di diffusione dei video e del mantenimento del servizio permettono di avere dei margini di profitto significativi anche con contenuti visualizzati da pochi utenti. Il risultato è appunto una tecnologia in cui, dal punto di vista del business, è conveniente distribuire anche contenuti di nicchia. Si dà quindi spazio, per dirla alla Chris Anderson, alla famigerata “Coda Lunga” e ai suoi numerosi piccoli protagonisti.
Le WebTV prospettano anche una stretta relazione tra chi trasmette e chi rivece. Un esempio è l’italiana N3TV (nata nel settembre scorso) che permette agli spettatori di interagire con i presentatori in studio attraverso una chat integrata nell’interfaccia del sito stesso.

Ma qualcosa che non va c’è anche qui. Dal punto di vista tecnico, è attualmente impossibile trasmettere ad un elevato numero di utenti. Si tratta di un limite imposto dai server stessi utilizzati, che, nei casi migliori ( dipende tutto da quanto si è disposti ad investire in hardware e banda ), permettono di trasmettere “solo” a migliaia di persone.
Con la tecnologia attuale, uno show alla Celentano o alla Benigni con milioni e milioni di spettatori sarebbe quindi irrealizzabile su una WebTV.
Questo limite potrebbe essere presto superato dall’utilizzo del Peer To Peer ( lo stesso utilizzato per scambiarsi musica senza licenza ): tutti gli utenti diventerebbero infatti anche “ritrasmettitori” del contenuto di cui stanno usufruendo. Tra i pionieri di questa sperimentazione c’è addirittura Joost, la WebTV lanciata dai creatori di Skype e Kazaa.

Queste sono le tecnologie già diffuse, che devono dimostrarsi utili e consolidarsi oppure, se fallimentari, estinguersi definitivamente. Ma in Italia le prospettive non sono affatto rosee: secondo Toni De Marchi del quotidiano l’Unità ( 17/12/07 ) “il mercato italiano è piuttosto conservatore e ingessato, abituato com’è alla finta gratuità della televisione generalista”.
E non scherzano neanche i creatori della webtv italiana Glomera, che intervistati da Emil Abirascid ( Il Sole 24 Ore, 22/11/07 ), dichiarano “in Italia manca la propensione alla sperimentazione delle novità, l’impostazione socio-culturale si fonda piuttosto sulla tendenza a non rischiare con il conseguente immobilismo”.
Vedremo.