Qualche settimana fa abbiamo manifestato l’esigenza di parlare di più del problema della libertà sulle piattaforme online (dei mondi indipendenti, quasi delle monadi, in cui la socialità si sviluppa in modo fortissimo). Con questo post iniziale, insomma, abbiamo raccontato perché questo problema, forse, dovrebbe essere decodificato dagli addetti ai lavori e portato al grande pubblico.

Il rischio – altrimenti – è proprio che la gente sbuffi davanti a qualcosa con le sembianze di “tecnologico” per poi, tra qualche decennio, trovarsi a praticare attivismo (inteso in senso lato) in un ambiente dove il gestore può cancellare quel che vuole senza dare spiegazioni.

Studenti, utenti e tutor di Oilproject hanno risposto al dibattito in modi molto diversi, evidenziando diverse sensibilità e priorità. Vediamo come.

Attilio Romita non condivide la prerogativa di valore sistemico di ogni monade sociale, e sottolinea piuttosto quanto le piattaforme siano frutto del lavoro di imprese private:

Esistono in Italia, come in qualsiasi parte del mondo, vari tipi di strade più o meno facili da percorrere e vari tipi di mezzi di trasporto messi a disposizione, a vario titolo, per percorrerle. Se una “entità privata” mette a disposizione una nuova strada o una nuovo mezzo di trasporto che facilitano lo spostamento, penso che la maggior parte di noi è d’accordo ad accettare regole e costi per usarlo; se poi questa “autostrada” o questo “easybus” si ripaga con la sola pubblicità, allora siamo tutti felici. Sicuramente qualcuno tenterà di “estorcere al padrone” un biglietto gratis o invocherà l’utilità pubblica…..pensate che questo qualcuno ha ragione?
Per la Rete, bene vero ed impalpabile, tutti fanno il ragionamento di quel qualcuno e non tengono conto di idee vincenti ed invstimenti fatti.

Daniele Orlando sposta l’attenzione dalle limitazioni delle monadi alla censura sulle Reti:

Specialmente in Italia, ma ancora prima in Cina ed altri paesi senza libertà di parola, prima di giungere ad una censura dei vari contenuti delle varie monadi imposta attraverso gli uffici legali (che si sa richiede tempo e burocrazia) si attua una censura “grezza” delle monadi in se stesse attraverso un filtraggio preventivo del traffico generato dall’utente.

Giammy evidenzia come il problema sia la locazione fisica dei dati, perché è dai dati stessi che emerge il valore delle piattaforme:

Il privato ha il potere datogli dai dati che (altri privati o enti) gli affidano: ognuno dovrebbe avere il controllo dei propri dati, o fisicamente, come
dice Eben Moglen nel suo talk “Freedom in the Cloud” o controllandoli logicamente come nel progetto http://cloudusb.net – i dati vengono protetti in locale, e solo dopo che sono stati protetti, inviati on line!

Siamo noi, insomma, che alimentiamo le monadi con i nostri dati.

Marco Castronovo condivide, per quanto concerne le monadi, la preminenza del paradigma di Network (inteso in senso ampio) di cui parla Castells in Internet Galaxy. Sulla questione della libertà sulle monadi, invece, non si sofferma. Prende semplicemente atto dello stato d’essere così:

Se la tecnologia è una delle principali leve che muove la storia, è naturale pensare che chi controlla la tecnologia controlla anche la storia.

NeCoSi di Oilproject contestualizza il problema descrivendo le forze di democrazia e libertà che, interagendo fra di loro, permettono di raggiungere un equilibrio. La valutazione del problema della censura sulle monadi, quindi, non può essere soltanto sul versante della “libertà”. Ecco uno dei passaggi più interessanti:

Introduciamo ora una nozione basilare di fisica per capire meglio come funziona libertà e democrazia: “Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.
Questo concetto è semplice, praticamente vuol dire che se democraticamente decidiamo di togliere la pubblicità da Facebook, Facebook domani smette di esistere e fine dell’esperienza Facebook. Significa che i sociologi perdono uno strumento di analisi, gli economisti perdono una piattaforma su cui sperimentare nuove forme di guadagni, gli informatici perdono spunti per sviluppare nuove soluzioni, ecc ecc ecc. Insomma chi ci guadagna? La democrazia?
Io non so rispondere a questa domanda. So però che se democraticamente si decidesse di eliminare la censura, allora ci guadagnerebbe quella nicchia che rappresenta un po’ tutti noi, ma praticamente nessuno di noi in particolare. La nicchia censurata può essere collocata a destra, a sinistra, in alto o in basso, censura ai pedofili troppo pedofili, censura agli omosessuali troppo omosessuali, censura ai religiosi troppo bigotti, censura ai blasfemi troppo irrispettosi, censura ai fondamentalisti o a quei 4 bambini sciocchi e bulli, …
Se siamo disposti a dire no alla censura, secondo me dovremmo essere talmente indottrinati ed istruiti da essere anche in grado di avere davanti agli occhi tutto, trovare la forza di girare pagina se non ci interessa.

Augusto Giovanelli, tutor di Oilproject, cerca di elaborare un approccio risolutivo del problema. La libertà sulle monadi, appunto, è garantita soltanto se la piattaforma è un’infrastruttura di tipo Peer2Peer. Il problema è trovare un incentivo per spostare le persone su social network “distribuiti”:

Ci sono almeno due cose che caratterizzano una rete in genere:
1) E’ un sistema distribuito anche se può avere organi di gestione centralizzati.
2) Sfrutta un mezzo fisico per costruirsi, propagarsi e crescere ma codifica in protocolli e meccanismi indipendenti dal mezzo fisico le informazioni scambiate.

Esistono già noti esempi di come è possibile sfruttare queste due caratteristiche, nella fattispecie nelle reti informatiche, per creare comunità di fatto esistenti ma non visibili perchè distribuite e utilizzanti protocolli di comunicazione non facilmente rintracciabili: questi si chiamano sistemi P2P. [..] Esistono progetti come questo http://osiris.kodeware.net/index.php che sono interessanti esperimenti di applicazione dei concetti di open source e P2P per il social networking. Certo…qualcuno ancora penserà a ragione: ma chi ci va in questi sistemi?
Per ora ci vanno in pochi e magari solo per scaricare film copiati, ma provate a pensare se si riuscisse ad apllicare quelle quattro piccole grandi regole che ho ipotizzato sopra utilizzando un sistema del genere come piattaforma aperta di comunicazione; di fatto il problema sollevato da Marco non potrebbe fisicamente presentarsi.

Sul blog di Repubblica “Scene Digitali”, invece, Vittorio Zambardino si concentra sul sistema (esemplificato dall’azione collettiva dell’Abuse su Facebook) che giustifica la censura e la chiusura di spazi di discussione: la saggezza della folla o, come dice lui, la reputazione.

E cosa c’entra la “reputazione”? C’entrano tutti quei valori male intepretati del web 2.0, per cui basta che due persone segnalino un contenuto perché questo venga o reso invisibile (per mano di chi? della polizia? di Facebook?) o sprofondato dentro le viscere del sistema e di fatto reso inaccessibile (parlo qui di altre situazioni, dei motori di ricerca, ma anche di tutti quei luoghi in cui regla la “popolarità” come criterio gerarchizzante).

Ve li ricordate gli appelli per una giustizia che deve seguire i sentimenti del popolo? Li faceva un ministro col Bignami, ora sostituito forse per pudore. Ma siamo, credo, tutti d’accordo che se la giustizia la fa l’opinione e il “sentimento” del popolo, ci avviciniamo a una idea della giustizia che non ha niente a che vedere con lo stato di diritto e la democrazia. Ecco il problema che si pone per la rete: la libertà è indisponibile, non è regolata dal “sentimento delle masse”.

Altre idee?

Suggerimenti della settimana.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Sviluppo sostenibile: dall’Europa strategie creative per l’Italia.