DI MARCO DE ROSSI
Torno a scrivere un post su Shannon dopo tanto tempo perché sento il bisogno di dire la mia (sì, mi sento un po’ tirato in ballo) su questa questione - sollevata da Marco Massarotto ma, a giudicare dai feedback, cara a molti - dei nativi digitali.
Nativi che, nella riflessione di Marco, diventano addirittura micidiali. Micidiali perché Daniel, effettivamente, l’ha fatta proprio grossa.
Dunque, io credo sia sbagliato guardare noi nativi digitali come se avessimo qualche particolare talento. I nativi digitali (forse con l’eccezione di teste con la potenza analitica di Andrea Lo Pumo) NON sono geni.
Ho un sacco di amici in età da “nativi” che non sono nativi digitali ma sono persone di grande talento. Quando entreranno nel mercato del lavoro, dove io sono entrato precocemente, manifesteranno le loro competenze e daranno un grande contributo. Credo insomma che sia socialmente insignificante e poco interessante analizzare la questione dei nativi digitali utilizzando l’etichetta e il discriminante del “talento precoce”.
Chi lo fa, e su questo sono d’accordo con Marco Massarotto, genera mostri.
Ma allora cosa c’è di speciale in questi nativi digitali? L’impegno, il non essere pigri. I nativi digitali sono un gruppo di giovani che, sfruttando alcuni processi economici innescati dall’Information Technology (mancanza di barriere d’entrata, mercato unico ad accesso libero, crowdsourcing e altre “alleanze decentrate” nello sviluppo di progetti, opensource, piattaforme UGC) si danno da fare in età precoce.
Insomma, negli anni 70 non c’erano nativi digitali non tanto perché i PC non erano ancora entrati nelle nostre case (sarebbe una motivazione ben banale!) ma piuttosto perché, non essendo ancora avvenute le innovazioni economiche di cui sopra, non potevano esserlo! Non avevano gli strumenti culturali ed economici per farlo!
Poi ovviamente esistevano altri modi per “darsi da fare in età precoce”. E penso che, da questo punto di vista, il serio impegno politico non sia secondo a nulla (serio = produttivo rispetto alla propria sotto-comunità, serio != ingente).
Il mio amico Riccardo Iaconelli, che ha 19 anni e che probabilmente non conoscete, è un nativo digitale. Non c’è niente di speciale nella sua “testa”. Certo, è un ragazzo intelligente, ma chissenefrega! È pieno il mondo di gente a cui è capitata in sorte una buona corteccia…
Riccardo è un figo pazzesco per un altro motivo. È un figo perché da piccolo, per passione, ha imparato a programmare in C e C++ e adesso, ormai da 4 anni, collabora con il team internazionale di KDE, uno dei due principali desktop manager di Linux. Fa di tutto: grafica, concept del desktop del futuro (Plasma), icone, developing puro. Quando usate KDE, in piccolissima parte, dovete dire grazie anche a Riccardo. Poteva passare i suoi pomeriggi a guardare MTV e chattare su MSN, e non lo ha fatto. Ecco perché è un figo! Ecco perché lo stimo.
E io credo che l’intento di un altro Riccardo, che ha deciso di dedicare a noi nativi digitali una copertina di Wired, fosse proprio quello di esaltare l’impegno, più che la testa di questi ragazzi. Leggete questo suo post per averne conferma.
I nativi digitali sono quindi ragazzi qualunque. Non sono dei talenti da mettere nell’acquario e studiare come “bambini speciali”. Sono solo dei ragazzi che hanno fatto determinate scelte. Scelte che bisogna rispettare.
Grazie a Internet, da adesso e per sempre, chiunque potrà fare le stessa scelte (o anche molto diverse). Chiunque potrà essere nativo digitale. Chiunque potrà dare una mano come sta facendo Riccardo.
Post scriptum. Non capisco il collegamento con la vicenda di Daniel. I nativi digitali, essendo persone normalissime, hanno tutti i difetti del mondo. In questo caso Daniel si è dimostrato disonesto. I ragazzi (nativi e non), io credo, imparano a essere onesti guardando, fin da piccoli, i propri genitori. Guardando la dignità con cui svolgono quotidianamente il loro lavoro. Percependo l’orgoglio con cui descrivono determinate vicende dei nonni. Sentendo il rispetto che hanno per le Istituzioni e per il prossimo (che sono ovviamente la stessa cosa). Insomma, è una cosa squisitamente personale. E non credo c’entri nulla con il discorso dei nativi digitali.
Tags: digital natives, marco massarotto, nativi digitali, Wired

6 Responses for "La modesta opinione di un nativo digitale (anzi, micidiale)"
Ho partecipato all’incontro, ho parlato con te Marco perchè grazie al tuo lavoro ti conoscevo da prima e soprattutto mi hai aiuto nella mia formazione professionale con le lezioni del portale, e ho anche letto gli articoli di Wired.
Mi pare che si stia sopravvalutando la questione e spingendo un pò troppo per far apparire la rete come fornace dalla quale escono un sacco di belle statue, quando poi è solo il mezzo che si usa per fare bene e male. Come si faceva con i giornali di università all’epoca e con i festival di una volta! Cambia il mezzo, forse anche la portata e l’audience ma le questioni mi sembrano le stesse.
Concordo pienamente con Marco. I nativi digitali ora sono tanto famosi, solo perchè alcuni di noi si sono dati da fare e hanno già fatto cose “importanti” prima degli altri.
Nessun genio, solo tanta voglia di fare
[...] su Nativi Micidiali: a 16 anni gi…Marco De Rossi su Nativi Micidiali: a 16 anni gi…La modesta opinione … su Nativi Micidiali: a 16 anni [...]
Non esistono i Nativi Digitali e i Non Nativi Digitali. La questione è mal posta in partenza.
Ciao seguo sempre le discussioni intraprese perche’ sono appassionato di tecnologia , sappi che seguo sempre con particolare attenzione il discorso.Complimenti per la costanza
E’ giusto ciò che affermi ovvero il fatto che la generazione nata negli anni 70 e 80 del secolo scorso, non ha avuto le medesime occasioni della generazione nata nel 1990: la mia generazione è nata nel boom dell’era del Broadcasting e dei Network Televisivi.
La tua generazione, Marco, è invece nata non in un boom, ma in un momento emergente dei social media: il Boom avverrà più avanti poiché i social media hanno ancora molto da esprimere e molto deve essere ancora costruito.
Forse, il limite della mia generazione, quella che negli anni ‘80 prosperava in una economia ruggente, è stato appunto il pensare di essere predestinati a quel tenore di vita e nell’intestardirsi a inseguirlo, anziché accogliere il cambiamento e rimboccarsi le maniche e cercare nuovi modelli e soluzioni.
Mentre la vostra generazione ha accolto il cambiamento e ha lavorato con grande tenacia, affrontando le difficoltà senza scoraggiarsi e i vostri risultati sono il giusto riconoscimento dei vostri sforzi.
Voi rappresentate una case history: la case history delle persone che sanno affrontare i cambiamenti rimboccandosi le maniche senza perdere il contatto con la realtà.
Complimenti Marco!
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