“Queste imprese devono sfornare prodotti sempre più innovativi, zeppi delle tecnologie più disparate. Che spesso hanno molti padri. I titolari dei brevetti scalpitano, chiedono grossi compensi anche quando l’utilizzo della loro opera d’ingegno nel nuovo prodotto è assai dubbia. I gruppi spesso pagano solo per evitare grane giudiziarie, ma si sentono “tagliaggiati”. I giovani innovatori [...] per resitere, uniscono le forza col più improbabile degli alleati: l’industria farmaceutica“
Corriere della Sera - Venerdì 28 marzo
Scambio di prospettive tra Madero, un blogger della redazione di Shannon, e Massimo Gaggi, inviato a New York del Corriere, autore dell’interessante articolo pubblicato settimana scorsa in cui, però, sembra che gli innovatori ricattino le grandi software house, addirittura le taglieggino, e quindi siano di ostacolo all’innovazione.
Gentile Massimo Gaggi,
le scrivo per presentarle una breve considerazione sul suo articolo “Se la Silicon Valley tradisce gli inventori” pubblicato dal Corriere venerdì scorso.
Provo sempre molta soddisfazione quando tematiche di nicchia come quella dei brevetti software vengono affrontate dai main stream media ma, a maggior ragione quando si parla di argomenti delicati che la gente non conosce, ritengo che possa essere irresponsabile darne una visione parziale o magari addirittura distorta.
Da quello che scrive (”Queste imprese devono sfornare … nel nuovo prodotto è assai dubbia”) sembra che gli innovatori ricattino le grandi software house, addirittura le taglieggino e quindi ( ne è diretta conseguenza ) siano di ostacolo all’innovazione. Il passo successivo è addirittura l’alleanza, per comuni interessi, con le case farmaceutiche ( che nell’immaginario collettivo non hanno certo una valenza particolarmente positiva ).
Ora, io non sono uno sviluppatore e nemmeno un innovatore ma sono convinto che descrivere un fenomeno raramente in atto omettendo quello che invece è il meccanismo comune quando si parla di grandi software house e menti brillanti alla ribalta, non sia corretto.
Sa benissimo anche lei che il piccolo sviluppatore che registra un brevetto non riesce quasi mai a monetizzare il suo lavoro autonomamente perchè il software da vendere utilizzerebbe inevitabilmente centinaia di brevetti registrati da altre società. E, dato che il singolo innovatore non si può certo permettere di pagare le royalties su quei brevetti, si finisce con la svendita del singolo brevetto alla grande società ( a cui poi spetta la commercializzazione e la ricchezza derivante ).
Per non parlare delle grandi alleanze tra società come IBM, Microsoft, Cisco che, un bel giorno, stringono fra loro un accordo e decidono di chiudere un occhio a vicenda rispetto alle violazioni delle centinaia di brevetti che ognuna ha registrato ( cross-patenting ). Chiaramente a vantaggio loro, non dei consumatori o degli innovatori.
Non crede?
Marco De Rossi
Caro Marco,
Come cerco di fare sempre, segnalo le conseguenze socioeconomiche dell’innovazione tecnologica in America che mi paiono più significative.
Non mi sembrava di aver “parteggiato” per le big dell’informatica: semmai ho segnalato il paradosso degli ex inventori che ora cercano di limitare i diritti dei loro successori.
La questione, comunque, è molto complessa: lo dimostra anche la lunghezza del dibattito parlamentare Usa e il fatto che Camera e Senato sembrano avere idee diverse. Il sistema americano autorizza a brevettare anche idee dietro le quali non c’e’ un sistema precisamente codificato. E, oltre alla prepotenza dei big, a volte ci sono anche eccessi dal lato opposto: ad esempio broker che comprano brevetti all’ingrosso e poi cominciano a cavillare con aziende che utilizzano tecnologie analoghe chiedendo indennizzi e minacciando, in caso contrario, una causa e la richiesta di ritiro di tutti i loro prodotti.
E’ successo tempo fa a RIM (quella dei Blackberry). Nei suoi apparecchi c’era un pezzetto di software sul quale era nata una controversia. La società titolare di un brevetto ha minacciato di chiedere in tribunale la disattivazione immediata dei milioni di Blackberry in funzione negli Usa…
Grazie, comunque, per l’attenzione.
Cordialmente
Massimo Gaggi
2 Responses for "Il Corriere della Sera parla di innovatori e di brevetti software"
Riconosco di fare un intervento parzialmente OT e me ne scuso: mi sto addentrando in un settore nel quale riconosco di essere inesperto.
Entro poiché percepisco un tono sempre più disfattista e catastrofico nel percepire i fenomeni emergenti da parte dei main stream media nazionali. Una visione di un futuro dai toni drammatici.
Io parlo Inglese e Francese: ho un digitale terrestre e vedo alcuni canali europei (BBC e France24). La visione dei fenomeni emergenti del XXI secolo è di interesse e attenzione con un orientamento di critica costruttiva. Inoltre nei media francesi e britannici, vi è già la presenza di una identità Europea: basta confrontare le loro previsioni del tempo che comprendono le nazioni europee a quelle italiane chiuse sui confini nazionali.
I main stream media italiani, hanno purtroppo un approccio apocalittico verso l’emergente quotiidiano del XXI secolo, confermato anche da questo interessante articolo.
[...] Dopo numerosi post inerenti la proprietà intellettuale e i brevetti software ( l’ultimo pubblicato settimana scorsa ) vi proponiamo su queste pagine una breve storia della nascita dei brevetti. [...]
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