DI MARIO GOVONI

Preceduto da un album a fumetti, da innumerevoli articoli di annuncio, da rulli di tamburi e da tappeti rossi, l’altra sera, verso le nove ora locale, è arrivato Google Chrome, il browser di Mountain View, la nuova frontiera della navigazione sul web.

In quel momento, solennizzato da un filmato di presentazione, milioni di cittadini della Rete si scagliavano, come voraci locuste, sul pulsante che permetteva il download dell’ultimo nato di casa Google e aveva origine un sabba mediatico che, a circa 36 ore di distanza, aveva generato sul Web centinaia di migliaia di pagine di recensioni, commenti e critiche.

Con ritardo dovuto al mio essere aristocratico nell’intimo e al non volermi mescolare alla massa, ho provveduto anch’io all’operazione e ho installato Google Chrome su una macchina virtuale XP e su Windows Vista (l’azienda di Page e Brin, infatti, ha per il momento rilasciato solo la versione per Windows e io uso, di preferenza, Linux) e mi accingo a scrivere le mie prime, personalissime opinioni.

Innanzitutto non mi si racconti che Google Chrome è solo un browser: è, soprattutto un fenomeno mediatico, un oggetto di culto che, se fosse stato distribuito nei negozi, avrebbe dato origine a file di utenti in trepida attesa, esattamente come successo, poco tempo fa, in occasione del lancio dell’ultima versione dell’IPhone.

E con il telefonino della Apple Google Chrome ha anche altre cose in comune, a partire dal look minimalista e tanto, ma tanto trendy, per finire con il non essere poi chissà che oggetto tecnologicamente all’avanguardia: penso, ad esempio, ad alcune lacune nella gestione dei feed RSS (allo stato attuale non se ne possono aggiungere altri), alla mancanza di quelle estensioni che hanno fatto la fortuna di Firefox, trasformandolo in strumento aperto a ogni esigenza, a una gestione non proprio parsimoniosa della RAM, alla pratica impossibilità di navigazione anonima. A quest’ultimo proposito lancio un’idea per un esperimento: chi vuole provare a nascondere Google Chrome dietro un anonimizzatore come, ad esempio, Tor, e a discutere qui le risultanze di questa esperienza?

Interessante la gestione delle schede, ma non è una novità: la possibilità di staccare una scheda e di portarla a spasso per il desktop è presente in molti programmi di grafica nati per l’ambiente Mac, come ad esempio Freehand o Photoshop … non è proprio la stessa cosa, perché qui si tratta di tab del browser che assumono identità autonoma e là di schede di pannelli che possono essere trasportate e accorpate in modo diverso da quello predefinito … ma, insomma, diciamo che l’idea non è proprio originalissima. La possibilità di riordinare le schede nella finestra ce l’ha anche Firefox (non parlo di altri browser perché non li conosco), così come quella di chiudere una finestra bloccata, quindi anche qui nihil sub sole novi.

E torniamo alla gestione della RAM: aprire un processo autonomo per ogni tab può essere una buona idea… ne ho verificato la funzionalità. Ho aperto le stesse cinque pagine sia in Google Chrome che in Mozilla Firefox e ho notato un paio di fatti curiosi: il task manager di Vista mi segnala un unico processo per Firefox, con un impegno di RAM di circa 55 MB, e ben sette per Chrome, con una novantina di megabyte di carico sulla RAM. A risolvere il mistero dei processi in più ci pensa il task manager del quale è dotato il browser di Google: un task è per il browser, cinque per i tab aperti e uno per il plug-in di Shockwave Flash. Forse non è il massimo dell’ergonomicità…

Altra grande novità: la casella multifunzione per digitare indirizzi e termini di ricerca. A questo proposito facciamo un semplice esperimento: apriamo Firefox e, nella casella nella quale di solito scriviamo i nostri www.xxx.zz, inseriamo un paio di parole … meraviglia delle meraviglie … si apre una pagina nella quale le due paroline appaiono nella casella del motore di ricerca e sotto, in fila come tanti soldatini, troviamo elencate le ricorrenze che soddisfano alla nostra richiesta. E questa sarebbe una delle innovazioni di Chrome? Totò avrebbe detto “Ma mi faccia il piacere!”.

Finisco la demolizione di Chrome: non è proprio di uso intuitivo. Certe cose sono nascoste, e sto pensando al task manager per aprire il quale bisogna cliccare col tasto destro sulla barra del titolo.

Passiamo oltre: molte polemiche sono nate a proposito della licenza con la quale è stato rilasciato il browser. Nell’EULA (End User License Agreement) in lingua inglese è esplicitamente dichiarato che il software è rilasciato sotto licenza BSD, citazione questa che scompare nella versione italiana della stessa licenza d’uso. Noto, in maniera incidentale, che la licenza BSD è una licenza che garantisce le quattro libertà del software postulate da Richard Stallman:

* Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo (libertà 0).

* Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

* Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo (libertà 2).

* Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

È meno restrittiva della licenza GPL perché non ha fra i propri obiettivi quello di proteggere la libertà del software ma quello di renderlo completamente libero, accessibile e modificabile: un programma protetto da licenza BSD, può essere ridistribuito con qualunque altra licenza, aperta o chiusa, libera o proprietaria, senza l’obbligo di pubblicare le modifiche apportate al codice sorgente.

Sempre nell’EULA era contenuta una sezione relativa alla cessione dei diritti sui contenuti inviati, pubblicati o visualizzati tramite i Servizi: le parole “… l’utente concede a Google una licenza perenne, irrevocabile, internazionale, non soggetta a diritti d’autore e non esclusiva per riprodurre, adattare, modificare, tradurre, pubblicare, eseguire in pubblico, visualizzare pubblicamente e distribuire qualsiasi Contenuto inviato, pubblicato o visualizzato su o tramite i Servizi …” hanno scatenato l’inferno. La clausola, presa con tecniche di copia e incolla, dalle licenze di altri Servizi di Google dove poteva avere un senso (Youtube e Blogger), è stata prontamente modificata:

“11. Content license from you

11.1 You retain copyright and any other rights you already hold in Content which you submit, post or display on or through, the Services”.

Google, fedele al suo motto “Don’t be evil”, ha accontentato i suoi fedelissimi utenti, sancendo in modo inequivocabile che non saranno espropriati dei diritti sul contenuto dei tab di Chrome..

Ma la licenza d’uso contiene altri buchi neri che non soddisfano l’utenza.

Il punto 12.1, ad esempio, consente a Google Installer di operare in maniera autonoma, senza che l’utente possa scegliere se installare o meno una patch o un aggiornamento. Curioso a questo proposito quanto mi capita sulla macchina virtuale Windows XP: Zone Alarm segnala i continui tentativi di Google Installer di entrare in contatto con un IP di classe C. Immemore del proverbio inglese che recita “Curiosity kill the cat”, ho fatto alcuni esperimenti su questo IP. e i risultati ottenuti mi hanno lasciato un po’ perplesso. L’IP è raggiungibile senza problemi con un ping, ma il browser (Firefox e Chrome) restituisce un errore “Invalid URL”; ipotizzando potesse trattarsi di un problema di DNS, ho provato su un PC diverso, appoggiato su un diverso server dei nomi e il risultato è stato lo stesso. Il whois mi ha dato qualche informazione in più: l’indirizzo in questione sarebbe compreso nel range di IP in disponibilità di un’azienda che fornisce una piattaforma per la distribuzione di contenuti via internet … e ci può stare.

Altro punto controverso è l’articolo 17 dell’EULA, dove si dice:

“… 17.1 Alcuni Servizi sono finanziati dalle entrate derivanti dalla pubblicità e possono visualizzare annunci pubblicitari e promozioni. Tali annunci pubblicitari possono essere mirati al contenuto delle informazioni memorizzate nei Servizi, a ricerche effettuate tramite i Servizi o ad altre informazioni.

17.2 Lo stile, le modalità e l’ambito degli annunci di Google sui Servizi sono soggetti a modifica senza specifico preavviso all’utente.

17.3 In considerazione della concessione da parte di Google all’utente dell’accesso e dell’uso dei Servizi, l’utente accetta che Google possa inserire tali annunci pubblicitari sui Servizi”.

Per questo motivo c’è chi vede in Chrome, ogni copia del quale è identificata da un numero univoco che la rende identificabile, uno strumento che viola la nostra privacy, permettendo a Google di tener traccia delle nostre ricerche tanto che è stata ventilata la presenza di funzioni nascoste di keylogging. Con un minimo di buonsenso mi permetto di fare due osservazioni banali: non è Chrome che tiene traccia delle nostre ricerche, ma è Google, e lo fa anche se noi usiamo Firefox, Opera, Safari o Internet Explorer. Google ci campa (e piuttosto bene) sulle nostre ricerche e poi, in fondo, a noi piace la stregonesca abilità che il motore di ricerca ha nel presentarci sempre in prima pagina proprio quello che stavamo cercando. Delle due una: o noi vogliamo un motore di ricerca che ci dia le risposte che più ci interessano, e allora ci rassegniamo all’invadenza di Google, oppure scegliamo di imprecare cercando su 127.234.500 risultati proprio quell’unica pagina che ci interessa. Quanto alla privacy, la miglior garanzia sulla sua tutela ci è data proprio da Google: le centinaia di migliaia di server che ospitano il suo smisurato database, e gli yoltabyte di dati che contengono rendono, di fatto, impossibile, o per lo meno, molto costoso spiare ogni singolo utente ricorrendo a questo mezzo. Cos’è uno yoltabyte? Che diamine … è un numero di byte pari alla ventiquattresima potenza di 10 … eccovelo: 1.000.000.000.000.000.000.000.000.

Perdiamo la nostra concezione egocentrica del mondo: a Google non gliene frega nulla che noi facciamo ricerche su Paolo Rossi (il comico) anziché su Paolo Rossi (il calciatore): in fondo siamo solo elementi di una popolazione sulla quale gli algoritmi statistici del motore di ricerca lavorano incessantemente. A noi interessa cosa fa una singola formica?

Da notare anche che Google spesso ha resistito (e con successo) in tribunale a chi cercava di ottenere elenchi di utenti sospettati di aver compiuto reati … più facile ottenere gli Ip da un qualsivoglia Internet Service Provider che non informazioni personali da Google.

Concludo con una toccata e fuga su quelli che potranno essere gli scenari futuri aperti da questo nuovo browser.

Come serio competitore di prodotti consolidati (penso a Firefox e a Opera, ma anche a Internet Explorer) Chrome ha ancora un sacco di strada da fare. Allo stato dell’arte è acerbo, incompleto, con funzioni limitate. Come concept per altri software è indubbiamente interessante e sto pensando esplicitamente a Firefox. Ci sono alcuni fatti che mi fanno ipotizzare un travaso di codice tra i due browser … in primo luogo il rinnovo (fino al 2011) dell’accordo commerciale tra Mozilla e Google stessa e per cifre notevoli. Google copre per più dell’ottanta per cento il fabbisogno finanziario di Mozilla: è impensabile che questo travaso di bigliettoni verdi sia stato fatto per beneficenza e mi sembra abbastanza evidente che Google non ha nessuna intenzione di affossare Firefox.

In secondo luogo segnalo un’interessante intervista ad Aza Raskin, Head of User Experience per i Mozilla Labs, sul futuro (non molto prossimo) di Firefox. Leggete con attenzione la descrizione dell’interfaccia Fennec, soprattutto dove parla della possibilità di manipolare i tab o di vederli nel loro insieme … vi ricorda qualcosa?

Chi mi ha letto fin qua merita veramente un premio…

COMMENTO SINCERO DI ANDREA CAMBIERI

Ho provato un po’ più approfonditamente Chrome.

Non ho trovato l’opzione per svuotare la cache…e se andate in about:cache vedrete una lista interminabile di oggetti…

Si memorizza una specie di cache dns dei siti visitati…visibili da about:dns
E ora la chicca: about:networks… vi ricordate il salvaschermo di windows con i tubi che correvano sullo schermo? bene e’ quello.

In conclusione con un mio collega abbiamo deciso che ci sono due possibili scenari:

Dietro a google c’è una loggia massonica, e in tal caso con Chrome non sapranno molto di più su di noi perchè tanto sanno gia tutto quello che a loro interessa.
Dietro a google non c’è una loggia massonica, in tal caso chissenefrega_se_carpisce_i_nostri_dati
sensibili_che_tanto_in_un_paese_di_merda_ci_viviamo_gia.

Per chi volesse approfondire, segnaliamo questo post, e quest’altro.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è La cucina incontra la fotografia sul web. La storia de Il cavoletto di Bruxelles.