DI FEDERICO MORO
Oggi la digitalizzazione delle informazioni sta collegando tutte le precedenti forme di cultura in un sistema a spazio e tempo zero (o quasi zero) sempre accessibile dove il mare di informazioni è perennemente in aumento e al tempo stesso riorganizzato di continuo sia automaticamente da macchine che manualmente da individui.
Tutto fila liscio fino al nodo centrale: la cultura ha dei costi che vanno coperti, il menestrello, che riporta le storie di eroi e gli insegnamenti degli avi, deve mangiare per poter proseguire il suo viaggio e alla fine della storia gli spettatori gli lasciano di buon grado un contributo. Quello che pagano non è la storia in sè ma piuttosto lo spettacolo, la musica, l’interpretazione. Oggi il sistema di produzione e diffusione della cultura è infinitamente più complesso ma gli scopi sono i medesimi.

Collaborazione e competizione sono le chiavi per innescare i principi di innovazione che stanno trainando la storia del presente. Nel mondo del software la risposta a questo bisogno di accelerazione si è sviluppata come un vero e proprio movimento culturale. I principi secondo cui si sviluppa l’Opensource rispettano infatti in pieno proprio i caratteri fondanti dello sviluppo della cultura stessa e questa è la principale ragione per cui nonostante le acerrime battaglie oggi l’Opensource sta riuscendo ad emergere in un mercato monopolizzato e chiuso come quello informatico (in riferimento al post di Mario Govoni) Chi ci guadagna? Tutti… soprattutto perchè sviluppare software Opensource è più veloce (non bisogna per tutelarsi da intrusioni e copie), attinge a risorse inaspettate e imprevedibili (i contributi degli utenti che possono essere molto più di semplici feedback ) e si diffonde sempre in modo aperto mantenendo in chiaro tutta la sua storia di sviluppo. [...]
Il modello di sviluppo Opensource non è applicabile solo in ambito software, ma vale anche per la produzione di testi (un esempio per tutti: Wikipedia) e nei sistemi condivisione e modifica di qualunque altro materiale digitale.
Con queste premesse vorrei soffermarmi un attimo su cosa sta succedendo in Italia. Faccio riferimento qui a deduzioni personali e ai discorsi fatti con amici e colleghi ma sarebbe interessante raccogliere un po’ di testimonianze e capire davvero cosa pensano i connazionali del fenomeno.
Da una piccola indagine personale (quindi non rappresentativa) avverto una certa resistenza a capire i vantaggi di un sistema basato sul libero scambio delle informazioni. Il ritornello più tipico è: le idee hanno un valore, non vedo perchè dovrei rilasciarle gratuitamente… Falso, per quanto l’idea abbia una sua indiscussa importanza il vero valore è la capacità di realizzarla (monetizzarla, per usare un termine economico). Se si seguono le regole classiche del mercato l’attenzione non sta nel vendere il prodotto, ma nel ricavare dal prodotto il massimo profitto possibile con il minimo dei costi (nel rispetto delle leggi politiche e sociali). Il mercato dell’Opensource risponde alla domanda: “Dove sta scritto che la vendita sia per forza l’unica soluzione possibile per ottenere un ricavo?”
E risponde in modo efficace a quanto stiamo vedendo. Da un punto di vista di marketing le possibilità di vendita di servizi correlati aumentano esponenzialmente quando si lavora su un prodotto Opensource prevalentemente per due motivi: in primo luogo il prodotto si evolve molto più rapidamente, in secondo luogo le società e i singoli professionisti possono diminuire il volume di tempo dedicato allo sviluppo del software (c’è una comunità che li aiuta) e possono concentrare maggiori energie negli aspetti strategici (quelli che definisco il cosa e il come delle azioni da intraprendere), nella ricerca dei clienti e nella promozione delle proprie attività.
Gli effettivi orizzonti di incremento della competitività del modello Opensource rispetto a quello del software proprietario non sono ancora ben delineati, ma sicuramente il fatto che di Opensource si parli in modo diffuso ormai da tempo e con sempre maggiore interesse lascia prevedere buone possibilità. A tutti quanti comunque: buon lavoro
RISPOSTA DI MARIO GOVONI
I menestrelli … già … come antenati degli hacker e delle community free software. Non avevo mai valutato la questione in questo modo, ma, in fondo, il paragone è calzante, anche se non fino in fondo. Più che di menestrelli, infatti, parlerei di clerici vagantes … personaggi che vagavano per l’Europa del Medioevo per inseguire idee e maestri, contribuendo così a diffondere e a sprovincializzare una cultura che, perse le vie consolari romane e le rotte commerciali, correva il rischio di impaludarsi. Cos’è, oggi, una community free software se non un insieme di persone che annullano, grazie a Internet, differenze di tempo e di luogo per diffondere idee, per migliorare strumenti e, quindi, fanno cultura? A mio parere questa è la sfida degli anni a venire: diffondere cultura, per combattere quello che Roberto Vacca, in un suo saggio di forse trent’anni fa, chiamava “Il medioevo prossimo venturo”.
Crediti immagine: http://www.minestrello.net/page/sott_page/chi_sono.htm___
La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Primo Levi: vita e mestiere di scrittore.
Tags: marketing, OpenSource, Storie, Strategie di sviluppo

7 Responses for "Dai menestrelli a internet: i principi del mercato Opensource"
clerici vagantes stanno all’open source come i file sharers stanno agli amanuensi.
Se vogliamo il paragone tra il passaggio da l’evo antico a quello medio ed i tempi nostri non si esauriscono li. La nascita dei liberi comuni, la lotta contro i imperatori e papi, la stessa quasi dolciniana neoreligione che nasce in internet sono solo aspetti di una trasformazione -nel bene o nel male epocale- paragonabile in forme e strutture a quella che avvenne allora.
Solo che i tempi sono molto piu rapidi
claudio brovelli aka emmeesse
Ti ringrazio per avermi mostrato il paragone tra file sharers e amanuensi, a mi non era venuto alla mente, ed è estremamente calzante (se non ti offendi penso che, all’occasione, la citerò).
Sì, siamo di fronte a una rivoluzione epocale che ci porterà non sappiamo dove, e che si potrà fermare solo quando sarà possibile vuotare il mare con un colino, alla faccia di tutti coloro che ci stanno provando.
Domanda, ma come si fa a parlare di ricavare il massimo profitto col minimo dei costi in tema di opensource ignorando il fatto che lo sviluppo di molti dei software open source, specie se devono essere competitivi hanno costi reali non indifferenti? Prendiamo ad esempio Canonical: i programmatori vengono pagati, e pure parecchio, per sviluppare ubuntu, e queste sono spese che influiscono pesantemente sul bilancio. Offrire servizi correlati è l’unica strada che si può intraprendere per non andare in perdita. Altro esempio eccellente è open office, che ha il pieno supporto della sun, la quale mette in campo un discreto quantitativo di soldi, e che nel contempo vende non solo servizi. Imho, opens e closed devono proseguire a braccetto. Non sono in competizione. Anche perchè, chi di voi svilupperebbe gratis, con un codice aperto, un programma per la contabilità da distribuire in giro? Chi di voi lo trova divertente da fare?
@blackstorm: Ma chi dice che “open” sia sinonimo di “gratis” ?
@Mago: in un mio post precedente su shannon ho tenteto di sviluppare il parallelo tra filesharer e amanuensi.
Caro blackstorm:
1) http://www.compiere.com: software open source per l’ERP (Enterprise Resource Planning) e il CRM (Customer Resource Management);
2) http://www.knomos.org: software per la gestione degli studi legali;
3) http://sourceforge.net/projects/gazie: software per la gestione aziendale e la contabilità.
E mi scoccio di citarne altri … come vedi, in giro ci sono un sacco di buontemponi che si divertono a scrivere programmi professionali e a rilasciarli con licenze Free od Open.
A proposito di OpenOffice, che in Italia sta viaggiando a una media di circa 6000 download al giorno dal sito ufficiale, ti sei perso il mio intervento al QuiFree di Firenze: al progetto OOO, infatti, lavorano (stime ufficiose, ma piuttosto attendibili) circa 100 sviluppatori a libro paga di Sun, 50 di IBM, 50 di RedFlag, 10 ognuno di Canonical, RedHat, Google e Novell … tutti noti benefattori. Mi punge vaghezza che, se lo fanno, ci vedano un rientro economico, magari non diretto.
Open e closed a braccetto? vallo a spiegare a Bill Gates (e, peraltro, la Microsoft ha dei laboratori dove lavora su software aperto, e non sto parlando del progetto Shared Source) e a quell’altro paladino delle libertà che risponde al nome di Steve Jobs. Non era stato l’ufficio legale di Microsoft a dire che Linux violava millanta brevetti, senza peraltro specificare quali? Figura barbina, quasi come quelle che stanno collezionando con Windows Vista.
Concludo con un invito … se proprio ti prudono le dita, scrivi di cose che conosci e non di concetti che sai per sentito dire … Ah! quando fai certe affermazioni (il software di contabilità, ad esempio) documentati … non ci ho messo molto a trovarne due o tre e a scegliere il solo Gazie.
Per Blackstorm: l’espressione minimo dei costi probabilmente è un po’ eccessiva, facevo riferimento alla riduzione dei costi che ha un software open source rispetto a uno proprietario dato il contributo attivo della comunità. open non è gratis… anzi, in qualche modo ti vincola piu’ di un software proprietario a una forma di pagamento (che puo’ essere anche solo in termini di tempo dedicato allo studio e all’uso del software) poichè diventando parte di una comunità si innescano meccanismi pricologici di tutela e supporto del gruppo piu’ coinvolgenti di quelli che avvengono tramite campagne di branding su prodotti tradizionali.
infatti penso che offrire servizi correlati non si l’unica strada per non andare in perdita, ma si LA STRADA da intraprendere per fare i veri profitti. il vantaggio è dato dalle regole di libero mercato che si innescano di conseguenza e quindi da una naturale scrematura del paniere di prodotti basata su rapporti di qualità reale.
il principio della libera distribuzione del codice sta nel fatto che il programma di contabilità lo sviluppi perchè ne hai bisogno tu (sei tu che te lo fai fare), poi rilasci il codice perchè il tuo profitto ce l’hai nell’uso del programma e nella sua implementazione attraverso terzi. certo perdi in qualche modo l’esclusiva, ma ci guadagni:
- una maggiore notorietà
- un numero di soggetti che apportano migliorie al tuo prodotto
- una rete di contatti solida
- il consolidamento e uso massiccio del tuo codice
- la garanzia di essere tra i piu’ competitivi sul mercato (chi conosce il tuo codice meglio di te?)
- e, cosa di non poco conto, la possibilità di vedere il tuo codice crescere e poter imparare da esso
ti ho risposto????
Mago: grazie per i link… non li conoscevo
[...] su Shannon.it il 5 dicembre [...]
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