DI ESTHER DYSON

Questo articolo è tratto dal numero di agosto di Technology Review, una pubblicazione del Massachusetts Institute of Technology. La traduzione è a cura dello staff di Shannon.

Qualche settimana fa un amico mi ha scritto perchè aveva un problema. Mi ha detto che il nome di sua figlia – chiamiamola ad esempio “Alice Haynes – appariva per errore su Internet come membro di un club di bowling sul social network Meetup.

Dato che io sono nel board di Meetup, mi ha chiesto di togliere quel nome. Sono andata a controllare e, per quel che posso dire, l’Alice Haynes in questione non era sua figlia, ma una qualche altra Alice Haynes in una qualche altra città.

L’episodio è un piccolo esempio di come stiano mutando le questioni inerenti identità e privacy online. Agli albori il problema era tenere i tuoi dati segreti. Adesso invece la sfida è essere sicuri che i propri dati non si confondano con quelli di qualcun altro e controllare come questi dati si diffondano sulla rete. Insomma, gestirli e curarli.

La tua presenza sul Web è sempre più distribuita. E i tuoi dati non sono più solo tuoi: appartengono anche al commerciante che ti ha venduto quel maglione rosso (taglia 12), a Juan che ti ha scattato una foto mentre lo indossavi in spiaggia, e a Susan che l’ha commentata. Dovrei forse io avere il controllo su quello che gli altri scrivono di me?

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Se tu hai dato a qualche commerciante il permesso di indagare i tuoi gusti e di pubblicizzare gli accessori dei Red Sox di Boston sulle pagine che visualizzi, è possibile che io non abbia controllo sul fatto che tu veda le inserzioni degli accessori dei Red Sox sul profilo Facebook della sottoscritta, che invece parteggia per gli Yankees? Se qualcuno con il mio stesso nome fa qualcosa di imbarazzante, come posso tenere separate le due identità? (ad esempio, ti andrebbe bene se ognuno avesse una sorta di ID univoco, o l’idea di terrorizza?).

Tutte queste questioni riflettono una nuova dimensione della privacy: la possibilità degli utenti di controllare la propria presentazione. E la difficoltà nel farlo aumenta quando gli inserzionisti e gli amministratori di siti web cercano di ricavare denaro dagli user generated contents.

Diritti comuni – in questo caso quelli dell’individuo e quelli del proprietario della piattaforma di informazione o di presentazione – inevitabilmente portano a tensioni, trattative e, come nel caso di Alice Haynes, anche a conflitti. Con il tempo gli imprenditori della rete e gli utenti svilupperanno insieme strumenti e pratiche per risolvere queste questioni. Ma le politiche sulla privacy degli attuali siti web non sono sufficienti.

Quelle correnti infatti sono piene di astrazioni, eufemismi e superficialità, come ad esempio “Potremmo, in qualsiasi momento, fornire alcune Specifiche Informazioni ad alcuni Marketing Partner selezionati…”.
Perchè non elencare quali specifiche informazioni stanno per essere vendute ai marketing partner – username, indirizzo, carta di credito, acquisti precedenti, eccetera?
E perchè poi non elencare i dieci top marketing partners, ed offrire per chi fosse interessato l’intera lista consultabile? O infine perchè magari non permettere agli utenti di decidere quali inserzionisti possano sponsorizzare la loro presenza sul sito?

Tutto questo permetterebbe ai navigatori di effettuare scelte consapevoli.

Per approfondire si consiglia la lettura di questo post di Catepol. Per quanto riguarda invece il rapporto fra identità online e link popularity, si consiglia questa pagina.___

La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Facebook per le imprese: pagine, social plugin e altre risorse per promuovere la tua attività.