In questo articolo di MARIO GOVONI si parla di libertà di espressione in Rete e dell’approccio con cui il legislatore vuole regolamentare Internet. La posizione espressa è condivisa dalla redazione di Shannon.

Caro nipote,
devi sapere che tanti anni fa, forse era l’inizio del secolo, esisteva una cosa che si chiamava Internet: era un grande mezzo di comunicazione che permetteva agli uomini di scambiarsi notizie e informazioni ovunque si trovassero, anche a migliaia di chilometri di distanza, utilizzando i computer. Cavi poderosi attraversavano gli oceani e andavano a innervare le reti telefoniche di ogni continente … cos’è una rete di telefonia fissa? È una rete di cavi attraverso i quali si trasmetteva la voce: due persone volevano parlare tra di loro? Un tizio prendeva un oggetto, il telefono, componeva un numero, che identificava un altro utente, e, quando il suo interlocutore rispondeva, si iniziava a parlare. Attraverso queste reti, però, si potevano far passare anche altre cose, come le informazioni e i dati per i computer. Allora i computer non erano come quello che hai al polso, erano più grandi e, a volte, piuttosto ingombranti.

Comunque, c’era questa Internet che permetteva a tutti di poter comunicare con tutti, di cercare e scambiarsi informazioni e notizie, di leggere i giornali e così via. Come dici? Eravamo liberi di fare quello che volevamo? Non proprio, perché alcuni Stati, sai cos’è uno Stato, vero? Dicevo, alcuni Stati autoritari mettevano in atto delle forme di controllo sull’uso che i propri cittadini facevano di Internet: così c’erano programmi che controllavano e censuravano le comunicazioni, altri che impedivano di cercare le informazioni, altri ancora che pretendevano di impedire alle persone di scrivere e di comunicare quello che pensavano. Molti Stati, sotto pressione di alcuni soggetti che si chiamavano case discografiche o major cinematografiche o cose del genere, cercavano di impedire la diffusione della cultura, bloccando chi cercava di favorirla. Allora il diritto d’autore durava ben settant’anni, non dall’uscita del disco, del film o del libro, ma a partire dalla morte dell’autore! Esaurito il ciclo di sfruttamento economico dell’opera d’arte, questa era tolta dalla circolazione e restava sepolta per decine di anni, finché, un secolo dopo, la si riscopriva e la si diffondeva liberamente. Un mondo stupido, dici? Abbastanza, ma più che stupido direi illogico, con alcuni soggetti che, per difendere delle rendite di posizione, cercavano di svuotare il mare con un cucchiaino e altri, che non capivano nulla, o forse avevano capito troppo, che cercavano di inventarsi pali e paletti per limitare questo mezzo. Molti politici e amministratori degli Stati, infatti, avevano paura della libertà e della democrazia che Internet avrebbe contribuito a diffondere tra gli elettori, ma, soprattutto, avevano paura di essere controllati e giudicati per il loro operato, quindi pretendevano di imporre regole, senza capire che Internet, la Rete, come la chiamavamo, aveva in sé gli anticorpi contro qualunque infezione e qualsiasi attacco.

Ricordo, ad esempio, che in Italia ci fu chi propose una legge, una tra le tante, che stabiliva che chiunque si fosse sentito offeso da qualcosa che qualcuno aveva scritto in Rete, chiedesse, anzi pretendesse, immediata rettifica, pena sanzioni pecuniarie gravosissime. Devo dirti, caro nipote, che non so se la legge fosse stupida perché chi l’aveva scritta non capiva nulla di Internet, oppure fosse stata redatta da un sabotatore che l’aveva resa, di proposito, inapplicabile. Chi era che poteva chiedere la rettifica? Come si poteva esser certi che era stata richiesta da chi ne aveva diritto e non da uno scherzoso buontempone? A chi andava richiesta? A che indirizzo la si doveva inoltrare? Come si poteva avere la certezza che la notifica era stata recapitata? Come si poteva, infine, esser certi che il soggetto al quale era stata inoltrata la richiesta di rettifica fosse realmente in grado di apportarla? Senza contare, poi, che una notizia, una volta apparsa su Internet, poteva esser ripresa da altre fonti e diffusa come un incendio in una macchia di sterpaglie, quindi la richiesta di rettifica avrebbe dovuto raggiungere decine, forse centinaia di soggetti. Poi c’era un’altra cosa da considerare: la rettifica, lungi dal tutelare la dignità di chi si era sentito offeso, avrebbe potuto provocare l’effetto esattamente contrario. Se io scrivevo che tu eri un ladro c’era la possibilità che a leggere la notizia fossero solo dieci persone; tu chiedevi la rettifica e questa era letta da cento persone. La tua richiesta aveva fatto sì che altre novanta persone avessero saputo che c’era chi ti riteneva un ladro. Non c’è che dire: un vero e proprio atto di tafazzismo. Ah! Sì, scusa … Tafazzi era un personaggio, creato da un trio comico, che passava le sue giornate a prendersi a bottigliate i testicoli, un vero e proprio autolesionista.

Senza contare le implicazioni internazionali che questa sciagurata legge metteva sul piatto e le disparità che creava tra i cittadini: se io volevo scrivere che tu eri un ladro e volevo mettermi al sicuro dalle tue rimostranze, bastava che lo facessi su un server posto fuori dai confini italiani, ad esempio negli Stati Uniti, dove il Primo emendamento alla Costituzione garantiva la mia libertà di espressione: Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances” (Il Congresso non può fare leggi rispetto ad un principio religioso, e non può proibire la libera professione dello stesso: o limitare la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti). Potevano o volevano tutti spostare i loro contenuti su server fuori dal territorio nazionale al fine di metterli al riparo da richieste di rettifica più o meno giustificate? Come vedi un bel casino, con un sacco di domande che non prevedevano risposte certe ed erano fatte apposta per creare un contenzioso infinito.

Forse lo scopo della legge era proprio questo: creare un massiccio contenzioso al fine di bloccare ancor di più l’attività giudiziaria per favorire lo scattare dei termini della prescrizione dei reati, o per avere il destro per “riformare” l’amministrazione della giustizia nel senso auspicato dagli estensori della legge e dalla maggioranza che l’aveva approvato.
Quello che non era chiaro ai legislatori di tutto il mondo era che si trovavano di fronte a un fenomeno nuovo, che travalicava i confini degli Stati per creare una sorta di super nazione: l’espressione “cittadino del mondo” assumeva un nuovo, più preciso significato. Chi aveva accesso a Internet diventava, a tutti gli effetti, un cittadino del mondo, di un mondo libero e democratico, dove la parola di tutti aveva lo stesso valore. Di questo dovevano tener conto i legislatori, ma non se ne erano resi conto. Internet garantiva a tutti libertà di parola, libertà di espressione, libertà di conoscenza, libertà di informazione, ma era una nazione severa: pretendeva che i suoi abitanti acquisissero una cosa fondamentale, la consapevolezza. Consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, dei rischi connessi, della possibilità di fare cattivi incontri e di essere truffati da criminali, perché, caro nipote, su Internet c’erano anche quelli, ma anche coscienza di dover difendere i propri diritti e doveri, di dover difendere Internet. Ed era proprio questa, spesso, a mancare. Ecco che gli Stati più evoluti iniziarono a organizzare campagne massicce di alfabetizzazione informatica, proprio per diffonderla. Fu come una valanga: dapprima poche iniziative, spesso locali e scoordinate, poi, via via, sempre più diffuse, estese a macchia d’olio. Cittadini di tutte le nazioni e di tutte le età acquisirono la capacità di usare Internet, che nel frattempo si era diffusa veramente in tutto il mondo, raggiungendo anche le più sperdute valli montane e gli angoli più remoti dei deserti, e capirono che erano tutti uguali, al di là delle differenze di cultura, razza e religione. Internet, così, diventò il primo luogo nel quale trovarono pratica applicazione i tre principi fondamentali della Rivoluzione Francese.

Augurio per una Rete veramente libera e democratica. Non c’è davvero nessun motivo per non essere uniti in questa battaglia: “Quando la verità è evidente, è impossibile che sorgano partiti e fazioni. Mai s’è disputato se a mezzogiorno sia giorno o notte” (Voltaire).

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