1) Culture: Sense of Place
2) Integration: No community is an island
3) Participation: You are what you have to say
4) Trust (Transparency / Authenticity): Give up the control you don’t have
5) Leadership: Lead, Empower, Listen, Follow
Un’ermetica slide tratta dall’intervento di Jay Bryant al SocialMediaCamp di New York (7 agosto).
Il dono della sintesi…
DI JOHN MADERO
Questo testo è tratto dall’intervento “E se una volta ogni tanto imparassimo dai giovani?” del convegno QuiFree organizzato da Flavia Marzano al Festival della Creatività 2007 di Firenze. L’obiettivo è spiegare con semplicità il nuovo web ai giovani.
A Londra, la mattina del 7 luglio 2005 alle 8.50, su una metropolitana vicino alla stazione di Liverpool Street scoppia la prima di una serie di tre bombe. Come era successo per New York e Madrid, è il delirio. I media si rincorrono per raccontare gli attentati terroristici con le poche notizie di cui sono in possesso. La rete telefonica raggiunge la saturazione.
Dopo neanche mezzora viene creata un’apposita pagina su Wikipedia e decine e decine di volontari iniziano autonomamente a raccogliere dati su quello che stava succedendo. Alle 15, quando l’America si sveglia, sono già state effettuate 1500 modifiche alla voce di Wikipedia, per un totale di più di dieci pagine di documenti.

DI ENRICO GIUBERTONI
The Filter è un client-based recommendation engine, ovvero una risorsa che filtra i principali siti di entertainment selezionando i contenuti che si avvicinano ai gusti degli utenti registrati.
Il servizio – oltre alle funzioni proprie dei client-based recommendation engine - è in grado di sincronizzare automaticamente le proprie playlist su iPod o MP3 player: queste playlists si aggiornano in automatico quando viene connesso un device, semplificandone in questo modo la gestione.
The Filter nasce come UK based company ideata da una joint venture tra Eden Ventures e il cantautore Peter Gabriel [vedi Wikipedia].
Il principio è semplice quanto efficace: un utente si registra (gratuitamente) e inizia a definire un profilo dei suoi gusti musicali e più in generale di entertainment:
- scegliendo i generi cinematografici e musicali a lui vicini
- rispondendo a delle veloci domande di approfondimento per meglio definire il proprio profilo
- scaricando (se lo ritiene) un programma disponibile nelle versioni Windows e MacOs che osserva cosa un utente ascolta in iTunes, Windows Media Player o WinAMP al fine di perfezionare il profilo dell’utente

Una volta definito il profilo, The Filter – oltre ad affinarlo continuamente – propone all’utente musica e film attinenti ai propri gusti.
Il sito consente inoltre di acquistare musica dallo iTunes Store, da Amazon. e eMusic oltre a sincronizzare in modo automatico le playlists sul proprio iPod ed MP3.
Breve
Segnaliamo un curioso sito di social networking anti-Facebook. Si tratta di un clone (anche se con soltanto le funzionalità essenziali) del celebre sito di Mark Zuckerberg.
La differenza alla radice è che le connessioni su Hatebook, invece che indicare un rapporto di amicizia, corrispondono ad un rapporto di odio. Dopo la registrazione ci viene subito mostrato l’elenco delle persone iscritte che abitano nelle vicinanze: sta a noi decidere se ignorarle, aggiungerle fra i nemici, mandare loro un messaggio, o etichettarle come homie (“homeboy”).
Tra lo slang e le parole scurrili di cui l’autore (tale “Dr. Evil”) ha riempito il sito, troviamo anche una Mappa del Male, grazie alla quale possiamo sorvolare il globo alla ricerca di nuovi nemici da odiare, oppure semplicemente compiacerci di quelli che già disprezziamo.
E se per caso non sapete con chi prendervela, Hatebook vi offre la pagina Gossip, con un elenco dei nuovi iscritti e di quello che stanno facendo. Insomma, sarà davvero difficile non trovare qualcuno con cui sfogarsi virtualmente.
Una stravagante iniziativa anti-Facebook per chi non ha un punching ball a portata di mano.

DI ESTHER DYSON
Questo articolo è tratto dal numero di agosto di Technology Review, una pubblicazione del Massachusetts Institute of Technology. La traduzione è a cura dello staff di Shannon.
Qualche settimana fa un amico mi ha scritto perchè aveva un problema. Mi ha detto che il nome di sua figlia – chiamiamola ad esempio “Alice Haynes – appariva per errore su Internet come membro di un club di bowling sul social network Meetup.
Dato che io sono nel board di Meetup, mi ha chiesto di togliere quel nome. Sono andata a controllare e, per quel che posso dire, l’Alice Haynes in questione non era sua figlia, ma una qualche altra Alice Haynes in una qualche altra città.
L’episodio è un piccolo esempio di come stiano mutando le questioni inerenti identità e privacy online. Agli albori il problema era tenere i tuoi dati segreti. Adesso invece la sfida è essere sicuri che i propri dati non si confondano con quelli di qualcun altro e controllare come questi dati si diffondano sulla rete. Insomma, gestirli e curarli.
La tua presenza sul Web è sempre più distribuita. E i tuoi dati non sono più solo tuoi: appartengono anche al commerciante che ti ha venduto quel maglione rosso (taglia 12), a Juan che ti ha scattato una foto mentre lo indossavi in spiaggia, e a Susan che l’ha commentata. Dovrei forse io avere il controllo su quello che gli altri scrivono di me?

Breve
Aggiornamento: secondo TechCrunch, qui ripreso da Punto Informatico, l’acquisizione sarebbe andata in fumo.
TechCrunch, il celebre blog americano curato da Michael Arrington, ha rivelato poche ore fa che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbero quasi concluse le trattative di Google per acquistare Digg, il sistema di condivisione e segnalazione di link creato da Kevin Rose nel 2004. Uno dei più popolari siti di social networking.
La cifra indicativa, sempre secondo Arrington, sarebbe di 200 milioni di dollari.
Interessante il fatto che la maggior parte dei ricavi di Digg provengano da un accordo di tre anni stipulato con Microsoft, ormai main competitor della stessa Google.
The companies are now in final negotiations according to our sources, although it could be a couple of weeks before it closes. And while the major deal points have been agreed on, the acquisition could still fall apart. Microsoft, which was previously interested in the company, may be willing to step back in at a much lower price.
Most of Digg’s revenue comes from a three year ad deal with Microsoft, which will be terminated on a sale to Google. Digg has raised $11.3 million
in venture capital.

In Italia ha già accennato a questa notizia Vittorio Pasteris.
DI JOHN MADERO
Ieri sera, in un locale dell’East Village di Manhattan, un venticinquenne americano che ha vissuto in Italia mi chiede se anche noi, dall’interno, percepiamo il forte stato di ristagno in cui il Belpaese si trova. Non vuole offendermi, aggiunge. Dall’estero – mi spiega – ormai sono quattro anni che si sente parlare di un’Italia inesorabilmente in declino.
Gli rispondo che, ovviamente, lo percepiamo anche noi.
Non è niente di nuovo per me, ma sentirselo ribadire con tanta sicurezza da stranieri non è mai un granchè.
“Mi spiace molto dirlo” – aggiunge – “perchè amo l’Italia e ci sono stato per quattro anni”.
“Non sai quanto dispiace a me, che sono italiano!” gli rispondo.
Tornando a casa mi interrogo. Rifletto. Poi la risposta si presenta da sola. Si, la risposta è nel mio aggregatore di feed rss. L’ennesima testimonianza di questa tragedia (uomini in ruoli chiave che forse dovrebbero valutare un ricollocamento) è il discorso di Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante della per la protezione dei dati personali.
Una vetustà ed una ignoranza delle dinamiche sociali, tecniche e burocratiche delle nuove tecnologie che non può davvero riguardare un uomo in quella posizione.
Capisco mia nonna (in cambio del pranzo del giovedì le racconto volentieri quanto Facebook può essere comodo), ma non Francesco Pizzetti.
Che dire? Se non altro, nella foto, l’aspetto è impeccabile.

DI LORENZO PERONE
Clicca sulle immagini per ingrandirle
Un sistema operativo accessibile attraverso un web browser? Si’, icloud!
Nutro un grande interesse nei confronti di virtualizzazione e gestione remota, e ho provato con piacere il servizio che offre icloud.
Quelle che seguono sono una serie di appunti o riflessioni scaturite da un breve e parziale test drive. La forma è volutamente “non discorsiva” dato che reputo difficile fare una valutazione analitica su un sistema ancora in piena fase di sviluppo, vorrei approfittarne quindi per lanciare degli spunti di discussione.
Apro con Firefox l’indirizzo http://os.icloud.com/, un messaggio mi informa che: “XIOS/3 – Sorry, Internet Explorer 6 or 7 on Windows required for XIOS/3. – We are working on supporting Firefox on multiple platforms, please be patient.”; l’applicazione è accessibile sono con Internet Explorer 6 o 7 e quindi, in linea teorica ai soli utenti windows; mi fa piacere che stiano pensando anche ad utenti di altri browser/SO.
DEL NOSTRO LETTORE ANDREA BICHIRI
La mia tesi aveva come obiettivo quello di analizzare il rapporto tra Web Semantico e business aziendale e dimostrare come quest’ultimo possa aprire nuovi ed interessanti scenari a livello imprenditoriale. Per chi volesse approfondire è possibile scaricare l’abstract nella sezione dedicata alle tesi sull’Information Technology e le nuove tecnologie del sito Assinform (L’associazione di Confindustria che raggruppa le principali aziende ICT italiane).
L’argomento è sicuramente molto attuale e stimolante.
Secondo il suo “inventore”, Tim Berners Lee, che coniò per la prima volta questo termine in un articolo apparso sulla rivista “Scientific American” nel 2001, il Semantic Web è :
“Un’estensione della rete Internet attuale, in cui alle informazioni è dato un senso definito, un significato, migliorando in questo modo la cooperazione tra computer e persone”.

Non sappiamo quanto ci vorrà perchè il Web Semantico diventi realtà, quel che è certo è che ci sono già parecchie aziende che stanno investendo su questa tecnologia. Ecco qualche esempio.
Il Web 2.0 viene in soccorso persino dei maniaci degli alberi genealogici. Con Geni.com, lanciato nel gennaio dello scorso anno, è possibile ricostruire l’intera struttura di parentele attraverso un’interfaccia interattiva in stile nuovo web.
Per ogni parente possiamo inserire il grado di parentela, date di nascita (ed eventualmente di morte…) e il suo indirizzo mail. La persona in questione verrà automaticamente contattata e, se vorrà, potrà proseguire arricchendo il suo ramo di albero genealogico.
La gigantesca trama di relazioni che si andrà a definire, chiaramente, rimarrà privata e sarà visibile solo dagli appartenenti all’albero stesso.
La tradizione di ricostruire le proprie origini ( magari per arrivare a documentare qualche discendenza prestigiosa ) c’è sempre stata; la novità sta semplicemente nell’utilizzare la rete.
Abbiamo intervistato lo staff della startup Geni.com che all’inizio del marzo 2007, a soli due mesi dal lancio, è stata valutata 100 milioni di dollari di finanziamenti da Charles River Ventures.
Ma il successo di un’iniziativa del genere non ci sorprende. Cosa non farebbero gli americani per ricostruire le proprie radici?

