Esattamente quattro anni fa, nel febbraio del 2005, Google ha acquistato un gigantesco lotto di terreno nello stato dell’Oregon, ha costruito due magazzini - grandi ognuno come un campo da calcio - e li ha riempiti di server. Si tratta del cosiddetto “Progetto 2″.
Non è un caso isolato. Il Grande Fratello dei motori di ricerca - da solo - controlla decine di questi centri di elaborazione dislocati nei luoghi meno accessibili del pianeta.
A cosa serve questa gigantesca potenza di calcolo?
Queste reti di decine di migliaia di computer connessi ad altissima velocità alla rete Internet sono la prerogativa tecnologica di un’architettura dell’informazione e del servizio chiamata cloud computing, che non è più soltanto il pane quotidiano di Google o altre web companies della Valle del Silicio, ma è alla portata di qualsiasi privato, pubblica amministrazione o piccola azienda.
DI JOHN MADERO
Una buona parte della stampa italiana sembra voler giocare a fare Dio, divertendosi a creare, far crescere e poi distruggere fenomeni mediateci legati ad Internet.
Prima, quando già usavamo Wikipedia da anni, ci hanno coperto di reportage sulla libera enciclopedia più grande del pianeta (e c’era un ma: non garantiva la qualità delle proprie voci perchè modificabili da chiunque), poi, cavalcando il successo di BeppeGrillo.it, hanno per mesi parlato del fenomeno “blog” (e c’era un ma: i blog erano troppi, confusi e anarchici, Beppe Grillo invece era apolitico e puzzava). Poi stop. Basta.
L’estate del 2007 - si sa, d’estate c’è poco da scrivere - ci hanno riempito la testa con approfondimenti su Second Life. Decine di paginone sui maggiori quotidiani nazionali parlando di un mondo virtuale che, sostanzialmente, aveva parecchi milioni di iscritti ma soltanto 40.000 persone connesse contemporaneamente. E ovviamente c’era un ma: la seconda vita avrebbe rischiato di prevalere sulla prima allontanando la vittima dal mondo vero (i sociologi tornano sempre utili, soprattutto d’estate). Poi la bolla Second Life è scoppiata e tutti hanno smesso di parlarne.
DI BLACKSTORM
È da poco tempo disponibile la beta pubblica di un interessante motore di ricerca, Searchme. Beh, considerato che esistono un sacco di motori di ricerca in giro, quale dovrebbe essere la marcia in più di Searchme? Presto detto: il fatto che sia un motore di ricerca visuale. Ovvero, i risultati visualizzati sono direttamente le anteprime delle pagine, non solo il link alla pagina.
Ovviamente come è lecito aspettarsi, nella sezione video, i video possono essere visti direttamente senza accedere al sito in quesitone. Comodo, no?
Ancora, ha una funzionalità che lo rende un’alternativa almeno interessante al più blasonato Google, ed è la memorizzazione degli stack. Uno stack, per Searchme, non è altro che una raccolta dei link che interessano, raccolti sotto un’unica categoria, ed è possibile avere diversi stack per ogni ricerca che vogliamo fare. Il meccanismo è semplice e intuitivo, basato sul classico drag&drop, e inoltre c’è un rapido ed esaustivo tutorial in proposito, molto ben fatto. La cosa fondamentale, però, è che gli stack rimangono nella memoria del proprio pc, a patto di non cancellare la cache del flash player, dal momento che le impostazioni vengono memorizzate lì.

DI NELLO COPPETO (NeCoSi)
Riassunto delle puntate precedenti
Durante la giornata in cui è stato rilasciato il browser Google Chrome, sul sito GeekPlace.org ho pubblicato un articolo molto strano intitolato Google Chrome Download che parlava circa una storia di dubbio gusto e che nulla centrava con il vero Google Chrome. Moltissime persone erano in attesa di poter provare il nuovo browser e per questo ricercavano agitati in tutto il web manco fosse una caccia al tesoro. La pagina in questione ha registrato in brevissimo tempo più di 1000 visite e alcuni commenti di spiccata perspicacia. Nel post successivo ho provato a spiegare cosa stava succedendo, ma ovviamente le persone interessate ad approfondire si sono dimostrate essere solo 1/10 di quelle iniziali.
Seo
Il problema è nato quando ho cercato di trovare un metodo per poter ingannare Google. Ingannare Google per i meno perspicaci significa reindirizzare grandi quantità di utenti sui propri siti, su cui magari è presente tanta pubblicità con cui poter guadagnare molti soldi, per poi spenderli come ci rende più felici.
La mia intenzione era quella di creare pagine ad hoc per i motori di ricerca, disinteressandomi completamente dei contenuti. In una prima fase di sviluppo ho pensato subito ad un tool che creasse documenti di testo usando parole prese a caso da una lista di parole generica. Poi ad ogni tot parole casuali avrei potuto inserire le parole chiavi che mi interessava far indicizzare. E fin qui tutto era molto semplice e banale. Poi ho pensato al risultato che sarebbe stato qualcosa di simile: “cerca contro necosi un corrente sempre andare è sbattere realtà pazzo muso il poter di la il per”
DI MARIO GOVONI
Preceduto da un album a fumetti, da innumerevoli articoli di annuncio, da rulli di tamburi e da tappeti rossi, l’altra sera, verso le nove ora locale, è arrivato Google Chrome, il browser di Mountain View, la nuova frontiera della navigazione sul web.
In quel momento, solennizzato da un filmato di presentazione, milioni di cittadini della Rete si scagliavano, come voraci locuste, sul pulsante che permetteva il download dell’ultimo nato di casa Google e aveva origine un sabba mediatico che, a circa 36 ore di distanza, aveva generato sul Web centinaia di migliaia di pagine di recensioni, commenti e critiche.
Con ritardo dovuto al mio essere aristocratico nell’intimo e al non volermi mescolare alla massa, ho provveduto anch’io all’operazione e ho installato Google Chrome su una macchina virtuale XP e su Windows Vista (l’azienda di Page e Brin, infatti, ha per il momento rilasciato solo la versione per Windows e io uso, di preferenza, Linux) e mi accingo a scrivere le mie prime, personalissime opinioni.
Innanzitutto non mi si racconti che Google Chrome è solo un browser: è, soprattutto un fenomeno mediatico, un oggetto di culto che, se fosse stato distribuito nei negozi, avrebbe dato origine a file di utenti in trepida attesa, esattamente come successo, poco tempo fa, in occasione del lancio dell’ultima versione dell’IPhone.
Su Google Maps tutte le vie italiane con “Vico” sono state sostituite dal più formale “Vicolo”.
A pagarne le spese è Giambattista Vico, il celebre filosofo e storico napoletano morto più di 250 anni fa.
E se ad esempio a Milano dovete cercare quella via (dietro Sant’Ambrogio, in zona via Olona), non la troverete. Al suo posto, il servizio di Google, segnala “Via Giambattista Vicolo”.
L’errore (non proprio “marginale”) sussiste da molti mesi. E nessuno si è ancora preso la briga di risolverlo.

DI JASON PONTIN
Questo articolo è tratto dal numero di agosto di Technology Review, una pubblicazione del Massachusetts Institute of Technology. La traduzione è a cura dello staff di Shannon.
Ne so abbastanza di Web bubbles.
Dal 1996 al 2002 sono stato caporedattore di Red Herring, la rivista che il Wall Street Journal ha soprannominato “la Bibbia del Boom”.
Abbiamo descritto le startup della prima bolla, spiegato le loro innovazioni e raccontato la loro straordinaria capacità di creare ricchezza - la nostra moderata stenografia per le fortune che i loro investitori e i loro dipendenti hanno fatto in un mercato azionario di pura speculazione.
Mentre pubblicavamo severi avvertimenti su questa euforia finanziaria, in realtà ne ricavavamo profitto anche noi. A metà del 2000 avevamo 500.000 lettori entusiasti. Ogni mese andavano in stampa due numeri di almeno 600 pagine, i cui editoriali erano scritti da giornalisti lautamente pagati provenienti da Forbes o dallo stesso Journal e i cui spazi pubblicitari erano acquistati da startup ansiose di annunciare la loro esistenza, commercianti che fremevano per vendere i loro prodotti e servizi e banche ansiose di vantarsi delle pubbliche offerte che avevano sottoscritto.

a cura di John Madero
Shannon, la tecnologia raccontata a più voci
Ci siamo resi conto che digitando “Cuil” (ma anche “Cuil search engine”) nel motore di ricerca “Cuil”, il motore di ricerca non compare! Un sito con crisi di identità che non riesce a trovare nemmeno se stesso…
Si parla in queste ore di Cuil, il nuovo motore di ricerca creato da due ex-dipendenti del colosso di Mountain View. Prima di tutto cerchiamo di capire in che cosa i due motori di ricerca si differenziano (oltre alla schermata iniziale di colore nero, che molti preferiscono per l’inferiore consumo energetico):
1) La ricerca non avviene in base ad un algoritmo che privilegia i risultati con più autorità e link in ingresso (come fa il famoso PageRank di Google), ma usa come criterio solamente la pertinenza con la chiave (o le chiavi) di ricerca fornite dal navigatore.
2) Cuil vanta, lo leggiamo in homepage, un database di 120 miliardi di pagine web. E cioè tre volte quello di Google.
3) I risultati non vengono presentati come un lungo elenco di link blu, ma con una accattivante grafica a tre colonne, con tanto di minipreview o immagini correlate.
4) Cuil presenta una feature molto promettente. Per alcune ricerche, è disponibile sulla parte destra della pagina un browse by category, funzionalità utile se vogliamo risalire al nucleo concettuale a cui la nostra parola chiave appartiene, oppure effettuare ricerche su altre parole appartenenti alla stessa categoria.
5) Essendo Cuil appena nato, la sua stabilità è ancora insoddisfacente. Nel momento in cui scriviamo, ad esempio, il sito è irraggiungibile a causa dell’eccessivo carico di richieste ricevute.
6) Rispetto a Google, in cui Wikipedia appare tra i primi risultati per la maggior parte delle chiave di ricerca, salta subito all’occhio come invece con Cuil l’enciclopedia più famosa della rete venga decisamente penalizzata.

Ed ora vediamo cosa dice la blogosfera a riguardo:
DI ESTHER DYSON
Questo articolo è tratto dal numero di agosto di Technology Review, una pubblicazione del Massachusetts Institute of Technology. La traduzione è a cura dello staff di Shannon.
Qualche settimana fa un amico mi ha scritto perchè aveva un problema. Mi ha detto che il nome di sua figlia - chiamiamola ad esempio “Alice Haynes - appariva per errore su Internet come membro di un club di bowling sul social network Meetup.
Dato che io sono nel board di Meetup, mi ha chiesto di togliere quel nome. Sono andata a controllare e, per quel che posso dire, l’Alice Haynes in questione non era sua figlia, ma una qualche altra Alice Haynes in una qualche altra città.
L’episodio è un piccolo esempio di come stiano mutando le questioni inerenti identità e privacy online. Agli albori il problema era tenere i tuoi dati segreti. Adesso invece la sfida è essere sicuri che i propri dati non si confondano con quelli di qualcun altro e controllare come questi dati si diffondano sulla rete. Insomma, gestirli e curarli.
La tua presenza sul Web è sempre più distribuita. E i tuoi dati non sono più solo tuoi: appartengono anche al commerciante che ti ha venduto quel maglione rosso (taglia 12), a Juan che ti ha scattato una foto mentre lo indossavi in spiaggia, e a Susan che l’ha commentata. Dovrei forse io avere il controllo su quello che gli altri scrivono di me?

DI JOHN MADERO
Ieri sera, in un locale dell’East Village di Manhattan, un venticinquenne americano che ha vissuto in Italia mi chiede se anche noi, dall’interno, percepiamo il forte stato di ristagno in cui il Belpaese si trova. Non vuole offendermi, aggiunge. Dall’estero – mi spiega - ormai sono quattro anni che si sente parlare di un’Italia inesorabilmente in declino.
Gli rispondo che, ovviamente, lo percepiamo anche noi.
Non è niente di nuovo per me, ma sentirselo ribadire con tanta sicurezza da stranieri non è mai un granchè.
“Mi spiace molto dirlo” - aggiunge - “perchè amo l’Italia e ci sono stato per quattro anni”.
“Non sai quanto dispiace a me, che sono italiano!” gli rispondo.
Tornando a casa mi interrogo. Rifletto. Poi la risposta si presenta da sola. Si, la risposta è nel mio aggregatore di feed rss. L’ennesima testimonianza di questa tragedia (uomini in ruoli chiave che forse dovrebbero valutare un ricollocamento) è il discorso di Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante della per la protezione dei dati personali.
Una vetustà ed una ignoranza delle dinamiche sociali, tecniche e burocratiche delle nuove tecnologie che non può davvero riguardare un uomo in quella posizione.
Capisco mia nonna (in cambio del pranzo del giovedì le racconto volentieri quanto Facebook può essere comodo), ma non Francesco Pizzetti.
Che dire? Se non altro, nella foto, l’aspetto è impeccabile.

