Dopo numerosi post inerenti la proprietà intellettuale e i brevetti software ( l’ultimo pubblicato settimana scorsa ) vi proponiamo su queste pagine una breve storia della nascita dei brevetti.

Non si parla nè di informatica nè di tecnologia, ma le vicende della Venezia del XV° secolo possono comunque aiutarci a riflettere sui contrasti che in questi anni i brevetti hanno innescato.

Abbiamo fra noi uomini di grande ingegno, atti ad inventare e scoprire dispositivi ingegnosi: ed è in vista della grandezza e della virtù della nostra città che cercheremo di far arrivare qui sempre più uomini di tale specie ogni giorno“.
Così, dopo anni di legislazione confusa, apre il primo documento ritrovato inerente i brevetti e la loro applicazione.
Si tratta dello Statuto dei Brevetti approvato con 116 voti favorevoli, 10 contrari e 3 astenuti il 19 marzo 1474 nella Repubblica di Venezia.

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Già nel preambolo è chiaro l’intento di difendere gli inventori e gli artigiani innovativi perchè fonte di guadagno per l’intero sistema-città.

La prima regolamentazione ufficiale fu appunto questa di Venezia, ma in realtà i casi di tutela di opere innovative possono essere rintracciati ben prima: il lungimirante lavoro dei veneziani fu quello di difendere con il loro Statuto un preciso procedimento di registrazione che anche il comune cittadino avrebbe potuto intraprendere.

Ecco, tra i documenti che ci sono giunti, la più antica concessione di brevetto in Europa: sembra che nel 1421 Filippo Brunelleschi avesse ricevuto l’esclusiva per una nave di sua invenzione per trasportare il marmo per la costruzione del Duomo di Firenze.
Si dice che la barca affondò e che quindi la pressione dell’architetto per ottenere il brevetto si rivelò un inutile spreco di energie.
Questo evento spiacevole è stato considerato da alcuni, quasi avesse generato uno scoraggiamento collettivo, come la ragione del ritardo di Firenze in quello che appunto è il processo di normalizzazione dei brevetti. La realtà è un’altra: quello che noi chiamiamo brevetto, nella Firenze di quel periodo era più che altro un’esclusiva esisteva e veniva regolarmente stipulato come accordo privato.

Questa attività di tutela / esclusiva, a Firenze come in altre città, ruotava attorno ad uno dei cardini stessi della struttura comunale: la corporazione. Succedeva infatti che i responsabili di una determinata corporazione (quella tessile in primis) tutelassero un loro membro dalla riproduzione non autorizzata, da parte di altri attori del mercato cittadino, delle loro opere di ingegno atte a creare un prodotto innovativo o facilitare un processo produttivo (questa antitesi prodotto – processo rimane alla base dell’attuale definizione di brevetto).

E’ interessante analizzare come l’esigenza di avere dei brevetti sorga in diverso modo a seconda dei luoghi e dei poteri politici in gioco: se nei comuni italiani il brevetto è, anche e soprattutto grazie alle corporazioni, uno strumento di difesa per il lavoratore, in Inghilterra l’esigenza di questa legislazione nasce da tutt’altro.
In inglese la parola brevetti è tradotta con “patents”, che deriva dal latino litterae patentes, e cioè “lettere aperte”.
Chiaramente con “aperte” non si intende che queste lettere potevano essere scritte / modificate da chiunque, ma piuttosto che dovessero essere conosciute e il loro contenuto rispettato da, in questo caso, l’intera popolazione inglese.

Il concetto di “patents” era infatti strettamente collegato a quello di monopolio: le lettere aperte erano dei documenti emanati dal Re d’Inghilterra che davano l’esclusiva di distribuzione/importazione/esportazione di un determinato prodotto al privato intestatario della littera.

Il business deriva dal fatto che le litterae non riguardavano solo le nuove invezioni, ma addirittura i beni primari (sale incluso); insomma, il Re vendeva questa lettera e otteneva consistenti liquidità, mentre invece chi aveva comprato la lettera valorizzava il suo investimento nel giro di pochi anni.
Si arrivò ad un punto di saturazione sotto Giacomo I, che fu costretto a revocare tutte le litterae esistenti e a delegare la gestione di questo aspetto ad un organo di derivazione parlamentare.

Tornando però ai “patents” così come li intendiamo noi, il primo rilasciato in Inghilterra risulta essere quello assegnato da Enrico VI nel 1449 (prima dello Statuto veneziano e dopo l’episodio fiorentino di Brunelleschi) ad un tale chiamato John of Utynam, che aveva inventato un nuovo modo per lavorare il vetro.

L’Inghilterra viene anche ricordata per l’importante passo compiuto dalla regina Anna nel primo decennio del 1700, che obbligò finalmente chiunque presentasse un brevetto ad allegare una dettagliata descrizione scritta dello stesso prodotto per cui pretendeva di avere l’esclusiva.
Dopo l’Inghilterra il brevetto fu ufficializzato negli Stati Uniti d’America con il Patent Act del 1790 e poi, nel 1809, in Brasile.

Rimane però pietra miliare lo Statuto dei Brevetti emanato nel 1474 a Venezia; in proposito è significativa la frase del filosofo americano Whitehead, che dice “in effetti tutti i sistemi di brevetto occidentali non sono altro che una copia delle note a piè pagina del vecchio statuto veneziano”.

Pensate: il numero dei brevetti registrati per persona nell’America iperproduttiva del 1950 è pari a quello veneziano della metà del XVI° secolo!___

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