DI JOHN MADERO
“In USA un fenomeno può definirsi completamente radicato nella cultura e nelle abitudini americane solo se I Simpsons ne hanno fatto una loro versione satirica. Google questo onore lo ha avuto.”, così apre l’articolo di copertina dell’autorevole The Economist di questa settimana.
Who’s afraid of Google? e Inside the Googleplex non aggiungono niente di nuovo a quello che ormai quotidianamente leggiamo riguardo a BigG, semplicemente riassumono i malumori, le critiche e le contestate iniziative dell’azienda più misteriosa della Silicon Valley. Tutto questo presentando un panorama comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

Vi raccontiamo, ma magari lo farà anche Punto Informatico domani, cosa si dice in questa inchiesta.
TUTTI CONTRO GOOGLE
Google non dovrebbe essere paragonata a Microsoft, ma piuttosto ad una banca (More JP Morgan that Bill Gates), innanzitutto perchè la sua curva di evoluzione è simile a quella dei grandi istituti finanziari, ma anche perchè, proprio come le banche diventano ricche custodendo e investendo denaro altrui, così anche Google ha sfondato utilizzando qualcosa che apparteneva ai suoi clienti: i contenuti (delle pagine web, ma anche email, foto, video, blog, calendari, applicazioni etc..).
La situazione, continua The Economist, si fa critica per Google: i network televisivi e gli editori cartacei sentono che BigG è cresciuto utilizzando i loro contenuti, ma senza pagarli; grandi provider come At&T o Verizon vedono che i servizi di Google si sono diffusi utilizzando gratuitamente la loro bandalarga.
Politicamente parlando i libertari criticano Google per essersi piegata al regime di censura in Cina, i più conservatori invece si lamentano per i video incensurati (vi ricordate quanto è rimasto il video dei preti pedofili su Google Video?).
UNA QUESTIONE PRIVATA…DI PRIVACY
Ma il pericolo più grande viene proprio dall’utenza ed ha un nome preciso: privacy.
Da un lato con i dati in suo possesso Google può visualizzare la cronologia di ricerche (Search) di ognuno di noi, le pubblicità che abbiamo cliccato (AdSense), i luoghi (Maps) ed i video visualizzati (YouTube), la nostra posta (Gmail), ed i nostri appuntamenti (Calendar). Addirittura si preannuncia un nuovo servizio di Google per memorizzare e manipolare dati sanitari!
Dobbiamo però anche considerare che è proprio grazie a questi dati memorizzati che Google riesce a modificare i suoi algoritmi e migliorare la qualità del servizio.
Il compromesso poco soddisfacente? I top manager della società dichiarano che i dati verranno resi completamente anonimi dopo 18 mesi dalla loro creazione.
Google al contrario dei suoi concorrenti non ha mai affrontato una vera e propria crisi economica (si racconta che in Google il pranzo sia gratis, in Yahoo invece no), ma sembra che la crisi possa essere causata proprio dal malcontento comune per la scarsa attenzione che il grande motore di ricerca riserva alla privacy.
IL PERICOLO VIENE DALL’INTERNO
The Economist riprende le parole di Mr. Schimidt, amministratore delegato di Google: “Le società dominanti nel settore dell’IT solitamente affrontano crisi nate al loro interno, piuttosto che dalla concorrenza esterna. Mi preoccupa la forte crescita dell’azienda”. La società, per rigor di cronaca, è passata dai 2292 dipendenti del giugno 2004 ai 13786 di qualche mese fa.
Nessuna azienda come Google ha dipendenti che, una volta usciti dall’azienda, sentono l’esigenza di raccontare al mondo la loro esperienza, spesso negativa, e le cause che hanno portato alle loro dimissioni.
In proposito ricordiamo (e poteva farlo anche The Economist, che su questo punto ha deciso bene di evitare il nocciolo della questione) le parole Brian Reid, ingegnere di alto livello, che, assunto nel 2002 a 52 anni, nel 2004 fu improvvisamente licenziato perchè non si adattava alla cultura di Google maniaca della gioventù:
“Google è una monarchia con due re, Larry e Sergey (i due giovani fondatori N.d.R.). Eric (l’esperto a.d. sopraggiunto in seguito N.d.R.) in realtà è un fantoccio. Larry e Sergey sono tipi arbitrari, capricciosi…guidano l’azienda con il pugno di ferro…nessuno in Google, per quanto ne sapessi io, aveva un’autorità di fare qualcosa di significativo eccetto per Larry e Sergey.”

GLI UNICI A NON LAMENTARSI: I SERVER
Gli unici a non avere espresso malcontento sembrano proprio i server della azienda che, per ora, svolgono più che egregiamente il loro lavoro. Google ha costruito - racconta The Economist - il più grande supercomputer del mondo, che consiste in molti clusters di server distribuiti in tutto il mondo in enormi datacenters.
Dove sta il segreto?
Il sistema automaticamente bilancia il carico di lavoro tra i vari datacenters. Se per esempio c’è un’inaspettata richiesta del servizio Gmail, il sistema alloca autonomamente maggiori risorse a quel servizio, tutto questo sfruttando le risorse distriubuite su tutto il globo”.
ESPANDERE IL CORE BUSINESS
I soldi di Google provengono quasi completamente dal sistema AdWords - AdSense e, in pratica, da quei piccoli link testuali pubblicitari che trovate intorno ai risultati delle vostre ricerche.
Ma avere una sola fonte di reddito non è mai una buona cosa per una azienda quotata in borsa per 160 milardi di dollari.
In relazione a questo The Economist racconta alcune delle ultime manovre di BigG: l’acquisto di DoubleClick (specializzata nell’organizzazione di grosse campagne pubblicitarie online per promuovere uno specifico brand), l’interessamento nel mercato della pubblicità cartacea e su sistemi radio-televisivi.
Aggiungiamo noi quella che probabilmente in futuro sarà una consistente fonte di reddito: i videoannunci pubblicitari inseriti settimana scorsa su YouTube, acquistata da Google lo scorso ottobre per 1,64 mld di dollari.
Vi do appuntamento al prossimo articolo, in cui approfondiremo il problema della censura in Cina per società come Yahoo, Google e Microsoft.
Nel frattempo date un’occhiata a questo video.
RISPOSTA DI LUCA ANNUNZIATA
Quanto ai dipendenti scontenti, sono in numero decisamente inferiore ai dipendenti che lavorano ancora per Google: è lo stesso principio della maga che ti legge le carte, tendi a ricordare solo quello che ti fa comodo.
Quante volte leggiamo articoli in cui si boccia un prodotto perché qualcuno se ne lamenta? Magari per 10 lamentele ci sono 10000 acquirenti soddisfatti che non sentono il bisogno di scrivere nulla.
Che piaccia o no, Google ha fatto fare un bel salto alla cultura e alla realtà della rete. A me Google piace: è meno peggio di altri.
Tags: business, Censura, Google, libertà in rete, Microsoft, privacy, Yahoo

15 Responses for "Anche l’Economist ha paura di Google"
Si chiama economia di libero mercato: qualcuno ha un bisogno e crea la domanda, qualcun altro ha una idea e risponde con l’offerta.
Altro che fare i soldi con i mezzi degli altri.
Quanto ai dipendenti scontenti, sono in numero decisamente inferiore ai dipendenti che lavorano ancora per Google: è lo stesso principio della maga che ti legge le carte, tendi a ricordare solo quello che ti fa comodo.
Quante volte leggiamo articoli in cui si boccia un prodotto perché qualcuno se ne lamenta? Magari per 10 lamentele ci sono 10000 acquirenti soddisfatti che non sentono il bisogno di scrivere nulla.
Che piaccia o no, Google ha fatto fare un bel salto alla cultura e alla realtà della rete. A me Google piace: è meno peggio di altri.
Anche a me Google piace, mi preoccupa però lo strapotere che sta acquistando. Avere, certamente grazie ai propri meriti commerciali, un’influenza così forte può non essere un vantaggio per tutti gli utenti. Sarà che sono così affezionato al modello di sviluppo a “bazar”…
Devo dire che anch’io vedo di buon occhio Google per una serie di motivi: ha sposato l’open source prima di altri, offre dei servizi notevoli e si contrappone sul mercato a Microsoft (non che abbia qualcosa in contrario a microsoft ma fa bene al mercato)… l’unica cosa che a volte mi intimorisce un po’ è il fatto che tutti questi servizi in rete (molto validi) contribuiscano alla crescita di un nuovo grande fratello, dal momento che appartengono ad un unica società (ma forse per al giorno d’oggi per avere un po’ di privacy basta semplicemente non usare la tecnologia)
Per quanto riguarda i dipendenti e la loro soddisfazione dovrebbero leggere questo articolo della CNN:
http://money.cnn.com/magazines/fortune/bestcompanies/2007/index.html
dove Google risulta essere il miglior posto dove lavorare.
Credo che, al di là delle dichiarazioni, Google sia, come dice l’Economist, un’azienda che sta nel mercato (e sui listini di borsa). Quindi deve stare dentro le regole del mercato. E’ un’azienda innovativa, che ha inventato un modello di business (gratuità+pubblicità) che per ora è vincente. Per questo è apprezzabile. Dovrebbero, invece, approntare regole sulla privacy più stringentio e meno vaghe di quelle adottate sinora. D’altro canto la contraddizione sottostante c’è dalla diffusione dell’IT: più so di te, più riesco a darti servizi personalizzati. Come dice Rubin, se vuoi la privacy, basta non usare i servizi proposti
Sono d’accordo con voi. Anche io amo e uso i servizi di Google.
Semplicemente pretendo che Google rispetti la mia privacy (potrebbero ad esempio fare scegliere ad ogni singolo utente se cancellare le history dopo un anno o lasciarle nel sistema per migliorare la qualità del servizio).
Ognuno potrebbe così effettuare la sua scelta (magari quelli che permettono a Google di rielaborare i propri dati potrebbero essere premiati con pubblicità meno invasive).
In fin dei conti io sono il cliente, e per definizione ho sempre ragione
Google e’ semplicemente inutile.
Spettacolare, americano, ipertrofico.
Se non fa il botto diventa la disney del futuro….
Anzi, lo e’ gia’ nella alleanza con apple che possiede disney
e naturalmente,
dall’altra parte del fiume i contendenti MS/yahoo
saranno botte da orbi. Tipo le scimmie di 2001
e con uno scenario cosi pensate alla privacy?
Anche loro…
ma chi glie lo fa fare di rivendere a terzi le nostre turpitudini sessuali
ed i nostri acquisti compilsivi. Se li tengono ben stretti i nostri segreti,
per garantire a chi vuole farsi pubblicita’ una resa strepitosa. E quindi guadagnare. Tanto.
Non rivenderanno ad altri il loro sapere su di noi, saranno intermediari necessari proprio perche’ custodi del segreto e dei dati.
Ma non cancelleranno mai le nostre memorie, i nostri atti, le nostre lettere d’amore spedite con gMail.
Anche se lo hanno promesso in qualche nota del contratto.
Con google saremo virtualmente immortali finche’ qualcuno, accidentalmente, stacchera’ una spina…
> Ma non cancelleranno mai le nostre memorie, i nostri atti, le nostre lettere d’amore spedite con gMail.
Non so se si trattasse di lettere d’amore o atti
http://www.techcrunch.com/2006/12/28/gmail-disaster-reports-of-mass-email-deletions/
Ciao Madero, ho letto con interesse quanto avete riportato! Io sono un affezionato lettore dell’Economist e andando al tema Google in realtà l’Econimist dice: Chi ha paura di google? io credo che siano in tanti a temere il fatto che praticamente Google detiene i Database di centinaia di milioni di utenti! Perchè funziona bene, perchè sono bravi, intelligenti!!
Io nel settore dove lavoro mi occupo anche di vendita di servizi a valore aggiunto tipo posta Microsoft a clienti grossi tipo banche..ma devo dire che Gmail ad esempio è un servizio sorprendente in quanto capacità e sicurezza, basti vedere come viene gestito lo spamming!
Ora, è chiaro che una posizione dominante del genere può far paura sia alle multinazionali concorrenti sia anche a noi utenti.
Poichè pur non condividendo con i temi riportati dal buon emmeesse devo dire che un fondo di verità c’è! fintanto che a Google va bene tutto Ok, ma se disgraziatamente l’economia la tirasse giù allora il valore di Google sarà nella capacità di rivendita del Database più grosso che si sia visto dalla nascita dell’uomo!
Quindi auguro lunga vita a Google! rimane il fatto che comunque va in un qualche modo contrastato non possiamo lasciare tutto nelle mani di una sola Corporation!
Ciao e grazie per aver letto il post sul mio blog
Dionigi
> fintanto che a Google va bene tutto Ok, ma se disgraziatamente l’economia la tirasse giù allora il valore di Google sarà nella capacità di rivendita del Database più grosso che si sia visto dalla nascita dell’uomo!
Quindi auguro lunga vita a Google! rimane il fatto che comunque va in un qualche modo contrastato non possiamo lasciare tutto nelle mani di una sola Corporation!
Bè adesso, se lo diciamo per scherzare ok…ma mi sembra un po’ perverso sperare che una multinazionale immensa prosperi solo perchè in caso contrario potrebbe iniziare a vendere le nostre informazioni private per far andari in pari il bilancio.
Esistono delle leggi, e comunque se qualcuno / qualche autorità vuole e ha il potere di estorcere dati da Google, BigG non aspetterà certo di entrare in rosso per ubbidire a questi giochi di potere.
Tutto IMHO naturalmente
buona serata
Si potrebbe stipulare un accordo internazionale per creare un database di proprietà pubblica che contenga diversi tipi di dati sensibili riguardo ai cittadini delle nazioni sottoscriventi: questi non sarebbero più sotto il controllo delle singole aziende, ma dopo opportuna autorizzazione (dichiarazione delle intenzioni, impegni sul trattamento dei dati, ecc.) ciascuna di esse potrebbe immettere i dati dei propri clienti e leggere quelli degli altri.
In questo modo, i dati personali degli internauti potrebbero ricevere protezione legale e militare (a livello di server) da parte degli stati partecipanti e queste masse di dati non potrebbero essere più utilizzate dalle varie aziende del settore per avvantaggiarsi sul mercato rispetto alle altre, ma l’unico fattore di confronto sarebbe la qualità dei servizi offerti.
Il progetto richiederebbe ingenti sforzi istituzionali (l’accordo internazionale) e tecnici (scegliere e applicare standard per la rappresentazione dei dati nei database), ma forse ne varrebbe la pena.
Sempre se riteniamo i nostri stati più affidabili delle aziende
Grande Marco, il nostro visionario preferito è approdato su Shannon.
> Sempre se riteniamo i nostri stati più affidabili delle aziende
Si in effetti…
E’ molto difficile mettere d’accordo tanti sistemi politici su un argomento così delicato come il trattamento di dati personali, e quindi si finirebbe per fare una cosa solo nazionale.
Comunque gli Stati di ogni Paese, da sempre per tradizione, da una parte con una mano sostengono finanziariamente società che raccolgono dati personali come le compagnie telefoniche (almeno fino a quando erano pubbliche) e con l’altra mano pagano i servizi segreti (che per definizione sono “ciò che lo Stato mette al di sopra dello Stato stesso”) per trafugarli in maniera facilitata.
I miei dati usati impropriamente dal gigante dei motori americano per affinare le sue strategie di marketing oppure custoditi in via Nazionale da Pio Pompa (chiamato zero zero sèttete) per essere rivenduti come dossier?
Meglio Google
Come giustamente ribadisci, è difficile coordinare più stati in un progetto del genere, ma penso che questa sia l’aspetto più importante: la rete si sviluppa spesso indipendentemente dai confini geografici e, in secondo luogo, il fatto che non sia un unico stato a controllare i dati porterebbe a un controllo reciproco, limitando quindi le possibili iniziative “infelici” dei singoli governi.
Forse a livello europeo la cosa è realizzabile.
Onestamente non credo che sia una cosa realizzabile. Almeno non allo stato attuale delle cose. Marco, hai mai dato uno sguardo al casino che c’è sulla legislazione in materia di crimini informatici? Sebbene internet travalichi le frontiere, la legislazione in mertio ai reati informatici è a dir poco complessa, perchè entrano in gioco fattori come la collocazione fisica del criminale, quella del server o del nodo da cui è partito il crimine, e lo stato in cui è stato effettuato. Solo per esemplificare un minimo. Ora, sotto queste premesse capisci che la privacy, argomento altrettanto complesso e intersecato con i crimini informatici, ha altrettanti, se non maggiori, problemi.
Ho sottovalutato consapevolmente queste difficoltà, mi interessava proporre l’idea a prescindere dalla complessità della sua eventuale realizzazione e cogliere puntualizzazioni come la tua
Avendo iniziato da poco a guardarmi intorno e a studiare l’organizzazione della società civile in cui vivo, ignoro molte cose della nostra legislazione, tanto più argomenti “recenti” di questa come i crimini informatici. L’ignoranza naturalmente è ancora più estesa per quanto riguarda le legislazioni degli altri paesi europei.
Tuttavia, posso facilmente immaginare quanti problemi di compatibilità e di integrazione possano sorgere nel confronto delle legislazioni di paesi che si sono sviluppati in modi indipendenti.
La mia idea è che il processo di integrazione europea possa armonizzare le legislazioni esistenti e coordinare lo sviluppo delle parti ancora inesistenti o in fase di definizione. A questo punto mi devo fermare, perchè siamo già ben al di là delle mie competenze
Grazie per il commento Blackstorm
Il fatto, Marco, è che è molto difficile fare quello che proponi, non solo per quello che ho detto prima, ma anche perchè la legge cambia di paese in paese, anche all’interno della UE. Sebbene la UE chieda di adeguarsi a certe normative a tutti i paesi facenti parte, ci sono cose che sono lasciate alla libertà dei paesi, come la pena da infliggere per un determinato reato, e che sono comprensibilmente differenti per ogni paese. Ma non è nemmeno questo il problema. Ti cito alcuni problemi della tua proposta che richiedono una valutazione attenta (non ti voglio dare contro, ma vorrei far notare le difficoltà che attualmente ci sono): il primo è sicuramente uno dei più pesanti: fisicamente, questo database, dove sarebbe? Il paese che avesse fisicamente il DB avrebbe una posizione dominante, senza considerare che se ho accesso fisico ad una macchina, server o pc desktop o quel che vuoi, posso fare esattamente quello che voglio senza che nessuno possa accorgersene, o cmq senza che lo faccia in tempi brevi. Una soluzione potrebbe essere una copia per ogni paese aderente, ma a quel punto in caso di incongruenze nei vari DB, chi la spunta? Un’altra soluzione potrebbe essere, nel caso della sola UE, di mettere il DB nella sede della UE, e di dare una copia ad ogni paese, ma ritorna il problema dell’accesso fisico. Sarebbe la UE a fare fede per le alterazioni. E con questa soluzione però si potrebbe istituire una commissione apposita composta da membri di tutti i paesi facenti parte. Sorvolando sulla differenza di competenze però, il problema è che in un DB del genere, e anche in generale, meno persone ci mettono le mani e meglio è. E’ un problema non da poco. Anche risolvendolo, continuano i problemi: come ci comportiamo nel caso che un americano usi il DB, perchè si è iscritto su un server europeo? Oppure un americano residente in europa. In questo caso sarebbe invalidato. O ancora, un europeo che si iscrive su Google: la UE non può obbligare BigG a fornire i dati di questa persona, a meno che non ci siano crimini imputabili ad essa. E la cosa buffa è che la legge darebbe ragione a Google. E non solo quella americana. Come vedi ci sono alcuni problemucci, che, al di là della reale fattibilità della cosa (a me basterebbe anche solo che ci pensassero alla UE ad una cosa del genere), rimangono problemi organizzativi oltre che legali… Ripeto, non voglio distruggerti, ma con queste premesse, e conoscendo l’attaccamento alla poltrona che c’è non solo in italia, ritengo che sia una cosa che naufragherebbe prima ancora di partire…
Lascia un commento