DI MASSIMO MELICA (Presidente del Centro Studi di Informatica Giuridica)
Ieri la rivolta,
mani giunte in preghiera,
silenzio, presenza.
Oggi echi di pallottole,
la rivolta è immobile nel sangue.
Domani la rivolta riprende più forte,
mani giunte in preghiera,
silenzio, presenza.
PLUG US.
All’alba del 27 settembre 2007 alcuni navigatori della Rete hanno potuto leggere su un canale telematico non ancora censurato il messaggio in epigrafe che descrive, meglio di qualunque reportage giornalistico, il dramma della rivolta in Birmania.
Nonostante gli sforzi per censurare internet, i dissidenti del governo birmano con ogni stratagemma tecnologico (sim estere, e-mail, blog, chat, icq) inviano le informazioni su ciò che realmente accade nel loro paese.
Al di là di ogni etica riflessione sul metodo con cui si esplica la protesta basata su un silenzio assordante e sulla presenza pacifica nelle strade, colpisce il termine “plug us” con il quale viene chiuso il messaggio, un termine che deriva da un gergo tecnico come “plug in”, “plug & play” e che questa volta chiede al mondo soltanto di “restar inserito”, ovvero “collegato”, alle sorti di un popolo in “pacifica rivolta”.
E’ Internet il primo avversario che viene oscurato dai governi autoritari, tuttavia in questo caso ha portato alla luce la rivolta in Birmania; una protesta che, nata tre mesi fa, solo grazie alla Rete è evasa dai confini birmani per raggiungere le coscienze del pianeta.
Non è la prima volta che internet diventa strumento della libertà di espressione e del diritto alla conoscenza, ricordo quando si distinse nei conflitti in Bosnia e Iraq permettendo al “pensiero libero” di attraversare i confini della repressione e della guerra.

Oggi più che mai Internet ha bisogno di essere tutelata e difesa, ma da chi?
Certamente dalle multinazionali tecnologiche che ne detengono la struttura tecnica e dai governi che attentano alla sua evoluzione, governi che trincerandosi dietro la lotta ai crimini informatici, alla pedopornografia e alla diffamazione on line, alla violazione del materiale protetto dal diritto d’autore, promuovono norme che in realtà, anziché combattere i reati, attentano alla libertà di espressione degli utenti.
La tecnologia della comunicazione digitale nasce libera e, grazie alla sua continua evoluzione, capace di rigenerarsi aggirando limiti normativi e attacchi censori.
La libertà di promuovere un “blog” non deve essere e non può essere rinchiusa, assimilata, enucleata alla legge sulla stampa o sull’editoria: i principi sono differenti, gli strumenti sono diversi.
Quale sarebbe stata la sorte del blog birmano, iracheno o bosniaco se fosse rientrato nella legge sulla stampa? Avremmo avuto lo stesso effetto legato alla conoscenza?
L’Internet Governance Forum (IGF) agisce su mandato del World Summit on the Information Society (WSIS), offrendo supporto alla Segreteria generale delle Nazioni Unite, con il compito di avviare un dialogo tra i popoli affiche si possano tutelare le libertà e i diritti di espressione dell’individuo attraverso la tutela di Internet grazie ad una condivisa regolamentazione.
Il compito affidato è arduo, l’auspicio che personalmente rivolgo all’IFG è vincere nel 2008 la medaglia olimpica, lavorando affinchè anche in quel territorio nel quale si terranno i giochi, la libertà di espressione e di conoscenza venga riconosciuta attraverso la Rete.
Internet non è dei Governi, delle multinazionali, delle aziende più ricche, Internet non è bianca, non è nera, rossa o gialla, Internet non è di pochi eletti, perché Internet è libera e appartiene a tutti Noi.
Plug Us.
RISPOSTA DI ENRICO GIUBERTONI
YouTube, Flickr, i grandi aggregatori di blog e molti altri siti sono solo alcuni degli innumerevoli esempi di un’internet evoluta che garantisce grandi forme di libertà grazie al contributo fondamentale degli utenti ma anche a quello di gruppi economici (grandi e piccoli) tutti uniti dal fatto che per esistere su internet e operare sul web è necessario che vi sia democrazia.
Questa internet esprime gradi di libertà proprio perché è in grado di infiltrarsi in modo pervasivo e non violento nei meccanismi arretrati e oscurantisti delle dittature. Credo che se la rivolta in Myanmar ha avuto un eco in occidente sia anche grazie a questa internet evoluta - non solo dei singoli cittadini, ma anche delle aziende - in grado di dare linfa vitale alle forze democratiche e a inserire a distanza nelle dittature il germe della democrazia.
Alcune correnti di pensiero ritengono che la giunta militare stia reprimendo con meno violenza rispetto a precedenti proteste di piazza (di cui una estremamente sanguinosa avvenuta nel 1989) proprio perché internet consente anche clandestinamente di diffondere notizie che li mette in pericolo rispetto ad un inasprimento delle sanzioni economiche. Notizie in questo senso le ho trovate sulla BBC e su questo interessantissimo blog, Orientalia4all che ne è fonte.
Insieme a mia moglie, sono appassionato di culture orientali: nel 2000 sono stato in Myanmar e ho visitato le grandi città Yangon, Mandalay così come i piccoli centri di questa Nazione ricchissima di cultura e culla di grandi civiltà, ma povera di democrazia: purtroppo il Myanmar (cfr Wikipedia) ha vissuto nel XX secolo rarissimi periodi di libertà ed ha malauguratamente conosciuto ogni tipo di dittatura passando da quelle totalitarie di tipo socialista, a dittature autoritarie di tipo militare.
Sono in ansia per le sorti di questa Nazione ricca di bellezza, di storia e di grande civiltà e sono ancora più in ansia per le persone che ho conosciuto: per questo ho deciso di aderire alle petizioni dei bloggers Europei.
Qualcuno dice che sono inutili esibizioni di buoni propositi. Io credo al contrario che siano realmente utili. Legittimano e rassicurano le istituzioni Europee nell’intraprendere misure più severe nei confronti della giunta militare al potere in Myanmar e questo fa male a chi vuole attentare alle libertà (anche di internet).
Per questo ho aderito alle iniziative promosse da www.free-burma.org e il 4 ottobre fermerò il mio blog e le realtà che gestisco che si occupano di culture orientali.
Se volete farlo anche voi, vi consiglio di leggere le istruzioni per aderire sui blog di Dario Salvelli e Federico Bo e su quelli di moltissime altre persone che con le loro forze stanno diffondendo questa petizione.
Ne parla anche Pandemia.
Tags: Birmania, burocrazia, Censura, libertà in rete, Wikipedia, YouTube

4 Responses for "PlugUs in Birmania: lezione per una Governance di Internet"
Ragazzi Melica è un grande! Ho letto i suoi pensieri e ho visto i video su you tube. Che posso dire. Plus Us ! Luca
Date un’occhiata anche qui sulla questione Governance: http://maffulli.net/2007/10/03/internet-e-meglio-senza-governo/
Considero utili i due articoli quello di Massimo Melica e di Enrico Giubertoni, però quello di Melica lo sento più vicino perchè vivo la RETE con molta passione. Sono medico (per questo motivo sono sveglio di guardia a quest’ora) nel sangue ho un grande rispetto verso la vita e resto inorridito dai fatti che si verificano in birmania. Sono iscritto ad una lista dove è stato postato questo link
http://it.youtube.com/watch?v=2nQuuXbpTCo
riferito all’articolo.
Forse l’antipolitica potrebbe finire se avessimo più gente così e meno ladroni in giro. grazie mille e torno in corsia.
Viva la vita!
Antonio
Roma
[...] Questo è già un risultato. Ci sono nazioni chiave per l’economia del Myanmar, senza le quali è difficile che questa nazione possa andare avanti. I governi (dittature comprese) passano, la nazione esiste. Se le iniziative Onu e E.U. continuano, è possibile che queste nazioni, Cina, Giappone e India non se la sentano di proseguire nelle transazioni commerciali con il Myanmar. In questo caso la giunta militare avrebbe i giorni contati. Questa tesi è portata avanti con molta motivazione dalla giornalista Enrica Garzilli sul suo famoso blog, Orientalia4all e se ne è parlato anche sul blog “al contrario” dedicato ad internet e alla tecnologia Shannon.it. [...]
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