
Oggi Oilproject annuncia delle lezioni divulgative in diretta online organizzate con l’Istituto Italiano di Tecnologia (Fondazione istituita congiuntamente da Ministero dell’Istruzione e Ministero dell’Economia) su nanotecnologie, farmacologia, neuroscienze e intelligenza artificiale. Presentate inoltre videochat di attualità su politica (Maurizio Lupi, Paola Concia), economia (Pietro Ichino, Francesco Sacco), business (Gianluca Dettori, Andrea Santagata).
Qui maggiori dettagli sugli eventi. Qui il comunicato stampa.
Ne hanno parlato Sole24Ore, LaStampa, IlPost, Studenti.it, Marina Terragni su Leiweb e il blog del commissario AGCOM Nicola D’Angelo e decine di altri siti web.
Senza tralasciare il pezzo di Riccardo Luna a pagina 31 di Repubblica di oggi!
E grazie a Radio Capital e Radio Rai 1 per le loro interviste.
Grazie a tutti per la calorosa accoglienza. Ci vediamo in classe!
Da oggi è online il nuovo Oilproject.
DI COSA SI TRATTA
Il nuovo Oilproject è sostanzialmente tre cose:
- Una scuola in diretta online di attualità in cui è il pubblico, attraverso un sondaggio, a decidere di cosa parlare.
I talkshow-lezioni sono interattivi e non moderati: il relatore, semplicemente, risponde alle domande più votate, e cioè a quelle che riscuotono più interesse. La Scuola d’Attualità è realizzata con il fondamentale supporto dei principali gruppi studenteschi italiani.
- Il primo “YouTube” dedicato alla formazione. Chiunque può registrare lezioni, letture di tesine, ricerche, interventi e inviarli in formato audio/video a Oilproject. La qualità delle lezioni è giudicata dal pubblico attraverso votazioni e meccanismi di valutazione fra pari.
- Un sito web dove le comunità di tutta Italia (sia di attivismo civile, sia studentesco) possono promuovere le iniziative che organizzano nel mondo reale. È disponibile anche un censimento di tutti i gruppi di attivismo che abbiamo trovato. Tutte le comunità possono gestire le proprie pagine.
COSA C’È DI NUOVO?
Perché è un esperimento senza precedenti?
- È una scuola in cui è lo studente a decidere di cosa parlare.
- È per l’Italia (solo per l’Italia) il primo esperimento di web-talkshow interattivo in cui discutere di attualità in modo diverso. La qualità è garantita dai responsabili di sezione: gli economisti di NoiseFromAmerika (Economia), LoSpazioDellaPolitica e IlPost (Politica), Wired (Innovazione e futuro) e Stefano Quintarelli (Internet e Informatica).
- Unisce il mondo studentesco (Federazione degli Studenti, Generazione Futuro, LINK, Rete degli Studenti, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari) con quello della sperimentazione tecnologica.
- Prova a spostare il dibattito politico dalla televisione a Internet (a partire dalle videochat con Bocchino e Civati).
- Unisce destra e sinistra (vedi la lista dei gruppi che partecipano), perché una buona informazione non ha colore politico.
- È sostenuto da realtà importanti e molto diverse, a partire da Studenti.it e Telecom Italia.
IL NOSTRO OBIETTIVO
L’obiettivo è raccontare che ogni lezione tenuta nel mondo fisico che non viene registrata e condivisa online è un’occasione persa per migliaia di persone che ne potrebbero usufruire gratuitamente in ogni luogo, e magari decine di mesi dopo.
Il sogno è che entro dieci anni tutte le lezioni tenute nelle scuole e nelle università pubbliche vengano condivise online a beneficio, ad esempio, di chi vive in zone con una scarsa offerta didattica, contribuendo così a combattere il digital divide culturale italiano.___
La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Nome di dominio: registrazione, posizionamento sui motori e tutela.
“L’occidente avrebbe dovuto finanziare Assange, perché creasse reti simili in Russia, Cina, Iran, veri e propri nuclei di resistenza e di sovvertimento civile delle dittature sulla base delle armi di informazione di massa. Altro che imitare gli stati canaglia dove i giornalisti sono uccisi e i blogger incarcerati” – un estratto militante del commento all’arresto di Assange pubblicato su Scene Digitali.
Sempre a tema Wikileaks, riprendendo i suggerimenti di Pangloss, suggeriamo i post di Christian Rocca e Alberto Cottica.___
La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è La fotografia sociale secondo Mario Dondero.
Qualche settimana fa abbiamo manifestato l’esigenza di parlare di più del problema della libertà sulle piattaforme online (dei mondi indipendenti, quasi delle monadi, in cui la socialità si sviluppa in modo fortissimo). Con questo post iniziale, insomma, abbiamo raccontato perché questo problema, forse, dovrebbe essere decodificato dagli addetti ai lavori e portato al grande pubblico.
Il rischio – altrimenti – è proprio che la gente sbuffi davanti a qualcosa con le sembianze di “tecnologico” per poi, tra qualche decennio, trovarsi a praticare attivismo (inteso in senso lato) in un ambiente dove il gestore può cancellare quel che vuole senza dare spiegazioni.
Studenti, utenti e tutor di Oilproject hanno risposto al dibattito in modi molto diversi, evidenziando diverse sensibilità e priorità. Vediamo come.
Attilio Romita non condivide la prerogativa di valore sistemico di ogni monade sociale, e sottolinea piuttosto quanto le piattaforme siano frutto del lavoro di imprese private:
Esistono in Italia, come in qualsiasi parte del mondo, vari tipi di strade più o meno facili da percorrere e vari tipi di mezzi di trasporto messi a disposizione, a vario titolo, per percorrerle. Se una “entità privata” mette a disposizione una nuova strada o una nuovo mezzo di trasporto che facilitano lo spostamento, penso che la maggior parte di noi è d’accordo ad accettare regole e costi per usarlo; se poi questa “autostrada” o questo “easybus” si ripaga con la sola pubblicità, allora siamo tutti felici. Sicuramente qualcuno tenterà di “estorcere al padrone” un biglietto gratis o invocherà l’utilità pubblica…..pensate che questo qualcuno ha ragione?
Per la Rete, bene vero ed impalpabile, tutti fanno il ragionamento di quel qualcuno e non tengono conto di idee vincenti ed invstimenti fatti.
Daniele Orlando sposta l’attenzione dalle limitazioni delle monadi alla censura sulle Reti:
Specialmente in Italia, ma ancora prima in Cina ed altri paesi senza libertà di parola, prima di giungere ad una censura dei vari contenuti delle varie monadi imposta attraverso gli uffici legali (che si sa richiede tempo e burocrazia) si attua una censura “grezza” delle monadi in se stesse attraverso un filtraggio preventivo del traffico generato dall’utente.
Giammy evidenzia come il problema sia la locazione fisica dei dati, perché è dai dati stessi che emerge il valore delle piattaforme:
Il privato ha il potere datogli dai dati che (altri privati o enti) gli affidano: ognuno dovrebbe avere il controllo dei propri dati, o fisicamente, come
dice Eben Moglen nel suo talk “Freedom in the Cloud” o controllandoli logicamente come nel progetto http://cloudusb.net – i dati vengono protetti in locale, e solo dopo che sono stati protetti, inviati on line!Siamo noi, insomma, che alimentiamo le monadi con i nostri dati.
Marco Castronovo condivide, per quanto concerne le monadi, la preminenza del paradigma di Network (inteso in senso ampio) di cui parla Castells in Internet Galaxy. Sulla questione della libertà sulle monadi, invece, non si sofferma. Prende semplicemente atto dello stato d’essere così:
Se la tecnologia è una delle principali leve che muove la storia, è naturale pensare che chi controlla la tecnologia controlla anche la storia.
NeCoSi di Oilproject contestualizza il problema descrivendo le forze di democrazia e libertà che, interagendo fra di loro, permettono di raggiungere un equilibrio. La valutazione del problema della censura sulle monadi, quindi, non può essere soltanto sul versante della “libertà”. Ecco uno dei passaggi più interessanti:
Introduciamo ora una nozione basilare di fisica per capire meglio come funziona libertà e democrazia: “Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.
Questo concetto è semplice, praticamente vuol dire che se democraticamente decidiamo di togliere la pubblicità da Facebook, Facebook domani smette di esistere e fine dell’esperienza Facebook. Significa che i sociologi perdono uno strumento di analisi, gli economisti perdono una piattaforma su cui sperimentare nuove forme di guadagni, gli informatici perdono spunti per sviluppare nuove soluzioni, ecc ecc ecc. Insomma chi ci guadagna? La democrazia?
Io non so rispondere a questa domanda. So però che se democraticamente si decidesse di eliminare la censura, allora ci guadagnerebbe quella nicchia che rappresenta un po’ tutti noi, ma praticamente nessuno di noi in particolare. La nicchia censurata può essere collocata a destra, a sinistra, in alto o in basso, censura ai pedofili troppo pedofili, censura agli omosessuali troppo omosessuali, censura ai religiosi troppo bigotti, censura ai blasfemi troppo irrispettosi, censura ai fondamentalisti o a quei 4 bambini sciocchi e bulli, …
Se siamo disposti a dire no alla censura, secondo me dovremmo essere talmente indottrinati ed istruiti da essere anche in grado di avere davanti agli occhi tutto, trovare la forza di girare pagina se non ci interessa.
Augusto Giovanelli, tutor di Oilproject, cerca di elaborare un approccio risolutivo del problema. La libertà sulle monadi, appunto, è garantita soltanto se la piattaforma è un’infrastruttura di tipo Peer2Peer. Il problema è trovare un incentivo per spostare le persone su social network “distribuiti”:
Ci sono almeno due cose che caratterizzano una rete in genere:
1) E’ un sistema distribuito anche se può avere organi di gestione centralizzati.
2) Sfrutta un mezzo fisico per costruirsi, propagarsi e crescere ma codifica in protocolli e meccanismi indipendenti dal mezzo fisico le informazioni scambiate.Esistono già noti esempi di come è possibile sfruttare queste due caratteristiche, nella fattispecie nelle reti informatiche, per creare comunità di fatto esistenti ma non visibili perchè distribuite e utilizzanti protocolli di comunicazione non facilmente rintracciabili: questi si chiamano sistemi P2P. [..] Esistono progetti come questo http://osiris.kodeware.net/index.php che sono interessanti esperimenti di applicazione dei concetti di open source e P2P per il social networking. Certo…qualcuno ancora penserà a ragione: ma chi ci va in questi sistemi?
Per ora ci vanno in pochi e magari solo per scaricare film copiati, ma provate a pensare se si riuscisse ad apllicare quelle quattro piccole grandi regole che ho ipotizzato sopra utilizzando un sistema del genere come piattaforma aperta di comunicazione; di fatto il problema sollevato da Marco non potrebbe fisicamente presentarsi.
Sul blog di Repubblica “Scene Digitali”, invece, Vittorio Zambardino si concentra sul sistema (esemplificato dall’azione collettiva dell’Abuse su Facebook) che giustifica la censura e la chiusura di spazi di discussione: la saggezza della folla o, come dice lui, la reputazione.
E cosa c’entra la “reputazione”? C’entrano tutti quei valori male intepretati del web 2.0, per cui basta che due persone segnalino un contenuto perché questo venga o reso invisibile (per mano di chi? della polizia? di Facebook?) o sprofondato dentro le viscere del sistema e di fatto reso inaccessibile (parlo qui di altre situazioni, dei motori di ricerca, ma anche di tutti quei luoghi in cui regla la “popolarità” come criterio gerarchizzante).
Ve li ricordate gli appelli per una giustizia che deve seguire i sentimenti del popolo? Li faceva un ministro col Bignami, ora sostituito forse per pudore. Ma siamo, credo, tutti d’accordo che se la giustizia la fa l’opinione e il “sentimento” del popolo, ci avviciniamo a una idea della giustizia che non ha niente a che vedere con lo stato di diritto e la democrazia. Ecco il problema che si pone per la rete: la libertà è indisponibile, non è regolata dal “sentimento delle masse”.
Altre idee?
Suggerimenti della settimana.___
La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Sviluppo sostenibile: dall’Europa strategie creative per l’Italia.
Internet e libertà sulle piattaforme. Un articolo divulgativo per i non addetti ai lavori. I vostri commenti a questo articolo saranno pubblicati in un prossimo post.
Si era finalmente smesso di considerare Internet come un mondo virtuale appartenente a una dimensione parallela di cyberspazio e si era compreso che il mondo in realtà è uno solo, e la Rete è soltanto uno dei tanti strumenti con cui le persone comunicano.
Appena passata però la moda ottusa della “seconda vita”, l’antitesi Mondo reale – Internet si ripresenta fortissima, e questa volta non come problema culturale di nomenclatura, ma come pericolo concreto sul lungo periodo. Le grandi battaglie del futuro si giocheranno su questo.
Andiamo per ordine. Quando vi dicono “Internet è il far west perché non ci sono regole” vi dicono una bugia. Senza entrare in dettagli e semplificando sulla questione delle diverse giurisdizioni nazionali, basti ricordare che se diffamate qualcuno, se vendete materiale protetto da copyright, se distribuite materiale pedopornografico o se usate la mail per minacciare una persona, siete perseguibili esattamente come lo sareste stati se aveste svolto le stesse azioni con mezzi tradizionali. Ricordatelo ai bigotti tecnofobi.
Allora dov’è il problema? La questione riguarda tutte quelle attività svolta dai gestori delle piattaforme (Facebook e moltissime altre) che sono perfettamente legali, ma che minano la libertà di comunicazione (prima ancora di quella di espressione).
L’esempio più banale: Facebook è libera di cancellare qualsiasi gruppo o discussione senza dare spiegazioni. Lo stesso vale per la maggior parte dei servizi (dalle foto di Flickr ad alcuni servizi Google o di blogging). Potrà sembrarvi un dettaglio, ma non lo è. Pensate soltanto a quanto attivismo (culturale, civico, politico) si stia spostando online.
L’elemento critico è che, come si diceva sopra, queste “limitazioni” (è scorretto parlare di “censura” vera e propria) sono legalmente permesse dalle condizioni di utilizzo del servizio che – come è giusto che sia – vengono stabilite dai proprietari del servizio stesso. Il risultato appunto è la crescita di mondi indipendenti (monadi), con regole diverse tra loro e non necessariamente in armonia con il fumoso concetto di “libertà” di cui ci serviamo al bar tra una birra e un succo d’arancia.
Questo problema, che nei prossimi anni sarà al centro di tutte le agende politiche ed economiche, è brevemente sintetizzato dal titolo di un articolo di Vittorio Zambardino: “Peggio della censura di Stato c’è una sola cosa: la censura privata”.
Qualcuno potrebbe dire: gli utenti sceglieranno di abbandonare le monadi non democratiche per abbracciare quelle libere. Non succederà. La legge della domanda e dell’offerta non ci aiuterà. Per due motivi. 1) Non è detto che ci sia una domanda elevata di monadi democratiche 2) Le reti sociali funzionano meglio se c’è un’elevata concentrazione di persone. L’inventore del termine “Web 2.0″ ha detto che il valore delle piattaforme dipende non solo dal prodotto stesso, ma anche da quante persone lo usano (si chiama effetto Rete). In altri termini: continuerete a usare Facebook perché tutti i vostri amici sono lì, e ve ne fregherete di atti di censura operati nottetempo da un programmatore della Silicon Valley a cui non frega nulla di un gruppo di protesta contro la gestione governativa del terremoto abruzzese.
Usando le parole del filosofo Peter Ludlow, intervistato sull’Espresso da Alessandro Longo: “C’è il rischio che i mondi virtuali ci rendano avvezzi a vivere in ambienti poco democratici, dove sono aboliti quei diritti frutto di secoli di lotte, progresso e conquiste civili. In altre parole, le dittature online ci rendono più passivi nei confronti di un dittatore nel mondo reale”.

Non è fantascienza pensare che lo strapotere delle piattaforme alimenterà in futuro scontri sulla gestione delle stesse. In fondo non è altro che una delle tante configurazioni del 'Gli imperi del futuro sono gli imperi della mente' di Churchill
La soluzione a questo problema – sempre che anche a voi sembri un problema – al momento non c’è. Ci sono diverse idee in proposito. Per concludere con le persone citate sopra, Ludlow dice che ci vorrebbe “una sorta di illuminismo dei mondi virtuali”. Della serie: “Sembra ganzo, dove lo posso comprare?”.
Zambardino e molti altri parlano di fondare tutto sulla responsabilità personale (nessuna censura, poi però l’autore risponde eventualmente in sede penale). Ottimo, però bisognerebbe avere una legge che obbliga a non “censurare” e limita la libertà dei proprietari delle monadi. Non è necessariamente un male, ma non risolve il problema delle diverse giurisdizioni nazionali (la legge italiana che obbliga Facebook a non censurare dovrebbe essere simile a quella francese che fa lo stesso, e questo è più che difficile).
Un’altra via sarebbe avere una direttiva unica dall’alto, ma adesso nessuna organizzazione ha il potere di farlo (ONU e ICANN non c’entrano niente).
Senza tener conto che, come potete immaginare, un intervento unico dall’alto è sempre rischioso. E Internet è cresciuta proprio grazie ad una certa flessibilità normativa.
Una via di uscita potrebbe essere quella di realizzare prodotti che tutelino l’effetto Rete, ma non siano concentrati (detto in soldoni: una cosa come Facebook, ma che non dipenda da nessuno e sia distribuita sui computer di milioni di persone). Juan Carlos De Martin del centro studi Nexa infatti spiega: “Presentare la centralizzazione come inevitabile causa dell’effetto Rete è inesatto perché mischia due piani diversi: la comodità offerta dalla centralizzazione e l’effetto rete, che invece riguarda indistintamente tecnologie centralizzate e tecnologie decentralizzate”.
L’importante, per ora, è parlarne. Discuterne. Evitare che la questione delle monadi sociali non democratiche rimanga un problema per addetti ai lavori. Il tempo c’è. Pensate solo a quanti inutili dibattiti vengono affrontati intorno a Internet. Roba tipo l’articolo di Furio Colombo sul secondo numero di Alfabeta2, che si conclude con “Faresti meglio a diffidare del tuo computer. Lui sa tutto e, se necessario, lo dice”. Come una sorella dispettosa.
La consapevolezza è metà dell’opera: se questo dibattito fosse portato al grande pubblico, sarebbe in parte già risolto e a noi giovani barbari dell’Era digitale verrebbero risparmiate battaglie future. Parlatene.
Marco De Rossi
Si ringraziano Andrea Bortolotti, Juan Carlos De Martin, Lucrezia Giacomini, Federica Piron e Stefano Quintarelli.
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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Giovanni Anceschi. Introduzione al Basic Design: la responsabilità di dare forma agli oggetti.
Il bug del ragionamento di Baricco che alimenta la discussione di questi giorni su giornali e blog è secondo me nelle premesse, non nell’argomentazione che segue. Non ne ha parlato nella sua risposta su Repubblica Eugenio Scalfari, concentrato nell’evidenziare le liaison barbariche con il suo Per l’alto mare aperto – un esilarante saggio (da leggere!) che, dietro la maschera del viaggio nella modernità da Montaigne a Nietzsche, nasconde criticità comiche come “Non so se ve ne siete accorti, ma il capitolo che avete appena letto l’ho scritto in stile Proust”, risvolti freudiani (Scalfari che sale fisicamente sulle spalle di Diderot) e scene hot con protagonisti Circe, Odisseo-Eugenio e – controllate voi stessi – i liquidi seminali dell’intero terzetto.
La premessa di Baricco – l’ontologia di partenza – è la seguente: ogni concetto è un micro-mondo con una sua dimensione spaziale. L’umanità ha la “capacità di tracciare un senso” in ogni concetto: è così che avviene la comprensione. Prima lo si cercava in profondità, ora in superficie. “La superficie è tutto, e in essa è scritto il senso”.
Da questa premessa nasce un discorso – magari condivisibile, ma di cui non mi interessa parlare – sulla società dell’immagine, i media, “la geografia di ideali che la politica ci propone”, la “perdità della capacità di concentrazione”, la “velocità a scapito dell’apprendimento”…

Il bug della premessa è il giocare sul doppio significato del termine “profondità”. Il significato spaziale ci è ben chiaro, ma quando parliamo di “senso profondo”, non intendiamo il senso “collocato in una cella segreta … conservato nel freezer di una oscurità remota”. Non intendiamo insomma il valore figurato-spaziale. Intendiamo piuttosto il senso (1) più veritiero (2) prodotto da una maggiore riflessione (3) frutto di approfondimento.
Questo senso profondo (nel senso appunto di “approfondito”) può essere anche sotto i nostri occhi (altro che celle segrete!). Magari non è alla portata di tutti nello stesso modo: ma questo dipende dal bagaglio conoscitivo e di esperienze di chi guarda, e non dal fatto che non sia “sulla superficie”.
Come mi ricorda Stefano parlando proprio di questo dibattito: “Todo tiempo pasado fue mejo” ( Jorge Manrique ). In questo senso parliamo di “profondità”!
Questa impostazione spaziale della ricerca del senso è fuorviante. Risolvendo questa ambivalenza di termini, è chiaro che il senso è ( e rimarrà ) profondamente in superficie!
Risulta molto più interessante esplorare la dimensione temporale: anche il senso è figlio del tempo e non dell’autorità? Di chi altro? Quanto incide la dinamica del passare del tempo?
Oppure – se è vero che “La conversazione è regina. Il contenuto è solo qualcosa di cui parlare” – risulterebbe altrettanto rilevante discutere del senso che emerge dalla relazione dei concetti: “Nel pianeta della rete non c’è un granché di alto e basso. C’è collegamento. complessità, regolarità emergenti, narrazioni che connettono i punti” è un bel contributo alla discussione.
Discussione che andrebbe reimpostata. Perché così non si va da nessuna parte.
Una nota importante. Tutto questo vale soltanto per la ricerca del senso. Per altre cose può valere il contrario. Sull’uso della lingua, ad esempio, mi piace ricordare l’Hofmannsthal citato da Calvino in Esattezza: “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”. Bello, son d’accordo! Ma ripeto: è tutt’altra altra cosa: adesso stiamo parlando di senso.
Un’altra nota importante. O forse questo “bug” in quell’articolo di Baricco non esiste e io, semplicemente, non ho capito il suo discorso!
Marco De Rossi
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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Lisa Vozza (AIRC). Innovazione e vaccini nell’era globale: i risultati della ricerca e i miti da sfatare.
Cercando statistiche per una ricerca che sto facendo, ho trovato alcuni dati a dir poco sorprendenti.
Dove: USA. Contesto: sistema scolastico. Oggetto: penetrazione della tecnologia e grado di maturazione del suo utilizzo.
Scartabellando in questo Educational Technology in U.S. Public Schools: Fall 2008, curato dal National Center for Education Statistics – roba ufficiale, insomma – viene fuori che:
(pag 14) Il 100% delle scuole pubbliche elementari e secondarie ha computer connessi a Internet (questo non stupisce)
(pag 14) Il 97% delle scuole pubbliche elementari e secondarie ha computer in aula. La media dei computer per aula è 3!
(pag 19) Il 30% delle scuole pubbliche elementari e secondarie utilizzano il video-conferencing (two-way conferencing) per la didattica. Il 42% offre accesso a servizi di formazione a distanza.
A leggerli così, c’è davvero da non crederci. Forse sbaglio nell’interpretarli. Stiamo parlando del 2008. Stiamo parlando di scuole elementari e secondarie (quindi non di università). Stiamo parlando di scuole pubbliche USA (in cui finisce chi non si può permettere di meglio). 3 computer in aula di media! Una su tre usa videoconferencing e quasi una su due offre soluzioni di elearning. Sì lo so: mi sto ripetendo. Il fatto è che devo farmene una ragione.
Marco De Rossi___
La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Apple, ovvero la fiction: il ritorno al funzionalismo nel design dell’azienda di Steve Jobs.
Osservo dagli States quello che è succede in Italia e non riesco, neanche dopo 5 minuti di riflessione, a capire se sia più sconvolgente questo video:
Vi prego: aiutatemi!
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La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Arte romana: le statue dedicate ad Ottaviano Augusto.
di Mario Govoni
A volte scartabello nei miei cassetti alla ricerca di qualcosa e, per un caso di serendipity, mi succede di trovare quello che non cerco. È il caso di questa lettera, che il mio amico di penna Pourquoipas mi ha mandato nello scorso ottobre. L’ho letta: contiene riferimenti a fatti oramai datati, ma i concetti generali che esprime sono ancora validi e gli stessi esempi che porta, pur essendo inquadrati storicamente, non hanno, ahimè, perso la loro attualità; in fondo, come dice l’Ecclesiaste, “nulla di nuovo sotto il sole”.
“Caro Mario,
vorrei condividere con te questa riflessione. Si fa tanto parlare di cultura di destra e cultura di sinistra, di intellettuali di destra e di intellettuali di sinistra (com’è brutto che la parola “intellettuale” sia, a volte, usata come un insulto) e si sbaglia tutto, ci si comporta come lo stolto che guarda il dito e non la luna che indica.
Come si può classificare una cultura di destra o di sinistra? In base ai libri? Ho letto testi di Nietzsche ma anche di Bakunin e di Trotsky, non mi sono fatto mancare “La montagna dalle sette balze” di Thomas Merton, che – come sai – era un monaco trappista, ma anche le “Provinciali” di Pascal. Ho letto, con gusto, Hemingway e Carver, Sciascia e la Morante, e cento altri saggisti e romanzieri. Allora? La mia cultura è di “destra”, di “centro” o di “sinistra”? Sono un laico o un mistico cristiano? Io sono io e basta, la mia cultura mi appartiene e non è né dritta né mancina, è cultura e basta, senza etichette (ndr questo tema è portante nel primo numero della rivista culturale Alfabeta2, uscita in questi giorni e curata da Nanni Balestrini e Umberto Eco).
La contrapposizione vera non è tra destra e sinistra, ma tra cultura e incultura, che è cosa diversa dall’ignoranza. Ignorante è colui che ignora, che non sa: siamo tutti ignoranti, in misura diversa, perché nessuno può conoscere tutto.
L’incultura è diversa: è strumentale disprezzo di chi non la pensa come te, è pigrizia, è (voluta o involontaria non importa) falsificazione di fatti incontrovertibili per dimostrare le proprie tesi, è scempio dell’intelligenza. L’incolto non pensa, non ragiona: accetta come fatti certi gli slogan che gli sono ammanniti da persone che lui ritiene superiori, e tutti coloro che non la pensano come lui sono dei sabotatori, dei pericoli per la società, dei paria da zittire o, perché no, da sopprimere anche fisicamente.
L’incultura sprezza il ridicolo. Un esempio: un noto esponente della Lega Nord si vantava del fatto che i padani discenderebbero dai Celti e dai Longobardi e nulla avevano a che fare con levantini e mediterranei. Il signore in questione, che ha fornito la sua versione della storia d’Italia non al bar, ma a un comizio, di fronte ad ascoltatori osannanti, ha ignorato che questo meticciamento è quantomeno improbabile: i Galli (i Celti), che abitavano originariamente la Pianura Padana, furono assorbiti dai Romani a partire dal Secondo secolo avanti Cristo, mentre i Longobardi, popolo affine ai Vandali che proveniva dalle steppe dell’Europa Centro-Orientale, si insediarono in Italia nel Sesto secolo dopo Cristo, con il permesso, anzi con la benedizione, dei Bizantini. Tra i due popoli, quindi, passano circa ottocento anni, sufficienti a diluire sangue e vino.
Sempre per continuare l’esempio, Piacenza, Cremona, Brescia e Varese sono città di origine romana, Bergamo risale agli Etruschi o ai Liguri, Milano è celtica, Venezia fu fondata da esuli della città romana di Aquileia, in fuga davanti ad Attila, Bologna è di origini etrusche, a Spina c’era una colonia greca e i Fenici, probabilmente, avevano commerci con i Liguri.
Si può obiettare che, in fondo, in Perù e in Bolivia abitano ancora i discendenti diretti dei popoli precolombiani; è vero, ma quelli vivono isolati dal mondo, in valli poste a tremila metri di quota, mentre i presunti padani sarebbero vissuti in una pianura a livello del mare, attraversata da un grande fiume e posta su una delle vie di transito tra Est e Ovest europei, condizioni oggettivamente un po’ difficili per mantenere la purezza di una razza.
Ecco, la purezza della razza: anche questo è un concetto tipico dell’incultura; è un sogno da eugenetisti deviati, un delirio da “Mein Kampf”. Tutte le razze umane sono interfeconde, quindi tutti gli esseri umani appartengono alla stessa specie. Einstein, a chi gli chiedeva a quale razza appartenesse, rispose orgogliosamente: “Umana!”.
Scusa questo excursus e fammi tornare al mio pensiero principale. Dicevo che non esiste una cultura di destra e una di sinistra; purtroppo, però, negli ultimi quarant’anni questo concetto, a mio avviso elementare e di evidenza lampante, è stato cancellato e stravolto dai presunti titolari di un’ideologia ben precisa.
Dopo il Sessantotto, la più grande rivoluzione tradita della storia dell’umanità, infatti, gli “intellettuali” di sinistra presero a negare l’esistenza di una cultura di destra e a scomunicare, zittire, ghettizzare e delegittimare tutti coloro che la professavano. Ho assistito a spettacoli francamente indegni, come quando, nel 2008, Israele fu invitato al Salone del Libro di Torino e una fetta non piccola di sedicenti intellettuali ululò ai diritti violati dei palestinesi e boicottò la manifestazione, oppure come quando, nello stesso anno, il Papa (che non mi piace) non poté andare a far visita alla Sapienza per l’ostracismo rivoltogli da alcuni docenti e da numerosi studenti, e cito solo i più recenti.
A questo punto, dopo che gli asini raglianti della sinistra hanno fatto valere, per quarant’anni, le loro presunte ragioni, ecco che si lamentano perché la destra, chiamata a governare dalla maggioranza degli Italiani, si comporta nello stesso modo, con la stessa violenza ideologica.
Incolti di destra contro incolti di sinistra, in una guerra combattuta con armi diverse, ma che, francamente, ha stufato me e, spero, la maggior parte dei miei connazionali.
La maggioranza, nella quale non mancano uomini colti, sfrutta l’incultura e si adopera a diffonderla, perché così riesce a sollevare la maggior parte dei suoi elettori dal peso di farsi un’opinione personale, che è sempre pericolosa: non si sa mai che possano cambiare voto.
La minoranza, nella quale non mancano gli uomini colti, si perde in una solipsistica contemplazione del proprio ombelico e rivendica la titolarità e l’esclusività di tutti gli ideali più nobili.
E mentre il paese affonda, circondato dal ridicolo delle altre nazioni, il maggior partito dell’opposizione si perde in una perenne campagna elettorale interna. Che altro dire?
Ciao Mario, scusa le chiacchiere e alla prossima.
Tuo Pourquoipas”___
La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Pasolini e Gadda. Vecchio e nuovo fascismo.
di Marco De Rossi
Ieri sono stato a Roma per l’evento del Partito Democratico intitolato “Non stop banda larga”. Il padrone di casa (Paolo Gentiloni) e gli altri organizzatori hanno fatto, a livello di programma, un gran lavoro.
Valeva la pena andarci anche solo per sentire Renato Soru e Francesco Caio, fidatevi.
Bersani invece, come ha fatto notare uno spettatore non troppo anonimo, è riuscito a parlare per un’ora di banda larga senza parlare di Internet (e il mio buon Floris, che è uomo di mondo, educato non lo incalzava). Ho condiviso quasi ogni parola, ma era palesemente un discorso di altri tempi.
Il mio punto di vista è semplice. Ottima l’iniziativa di ieri ma, visto che siete all’opposizione e sulla banda larga non potete fare una cippa fritta, perché non concentrarvi nel potenziare l’utilizzo di Internet a livello di propaganda e di Partito? (sì sì, va bene, diciamo pure “come ha fatto Obama” per capirci al volo).
Vi racconto una storia. Nel 2008 il Partito Democratico ha lanciato, all’interno del frame della campagna elettorale, i “Forum PD”. E cioè… dei forum per discutere tra elettori e con il Partito. Bella idea! Non un granché la piattaforma, ma non importa. Nessuna strategia di placing del prodotto sul Web. Sarebbe bastato un social media pippa consultant qualsiasi di noi, e invece niente.
In ogni caso le elezioni, mi dicono dalla regia, sono andate male. E i Forum sono stati lasciati morire. Un anno dopo, preparando la campagna per le Europee, il PD ha deciso, guarda caso, di rilanciare i forum.
Io ero tra le persone coinvolte nel moderare e gestire questi Forum (non erano tutti pivelli come me, erano state coinvolte anche persone del calibro di Salvatore Veca). Ho quindi sentito il discorso di non ricordo chi: “Questa volta non si tratta di una manovra elettorale, vogliamo davvero comunicare con la Rete. Non sarà un buco nell’acqua”. Io ci sono cascato e, nonostante i miei amici che mi davano dello sfigato (avere a che fare con il PD, per la mia generazione, è come andare in giro con le bretelle), ho iniziato a “lavorare” su questi Forum. Metto le virgolette perché in realtà noi stessi non avevamo praticamente interlocutori del PD a cui rivolgerci. Figuratevi gli elettori che usavano i Forum che noi gestivamo! Come si è soliti dire: c’è chi scambia televisione 2.0 e web 2.0.
Fatto sta che dopo le Europee (andate male, qualsiasi cosa vi abbiano raccontato), i Forum sono stati lasciati morire un’altra volta! Insomma, avevano ragione i miei amici. Io, per un attimo, ho persino pensato di comprarmi delle bretelle.
Ora, un Partito che ieri e l’altro ieri si è comportato così, con che faccia mi viene a parlare di banda larga? Parlare di banda larga senza aver capito a cosa serve Internet, vuol dire credere che essa faccia bene solo perché dà lavoro a chi scava per mettere la fibra sotto le strade, e non perché cambia il modo di lavorare di milioni di persone!
Volevo parlarne con Paolo Gentiloni, che mi pare persona consapevole e informata dei fatti. Mi sono presentato e, dopo un paio di battute su Oilproject (la mia iniziativa di cui è stato ospite il mese scorso), ho iniziato a chiedergli dei Forum. E lui, dopo il mio “Ho partecipato ai Forum…”, mi ha zittito con un deprimente “bravo, bravo”, come se io stessi elencando dei meriti e non costruendo un impianto critico. Una risposta in linea con la fine che hanno fatto i Forum PD, direi! … se non altro sono coerenti!
Anche la parte più in gamba del PD (mettiamoci dentro Gentiloni), deve imparare che se un ventenne ti parla, non è ruffianamente per catturare la tua attenzione di ex ministro (chissenefrega! puoi essere anche Dio, e in tal caso spero tu abbia una buona scusa). Forse ti parla perché sta provando a dirti qualcosa. Se non capisci questo, su Internet, non ci starai mai. Bisogna ascoltare, ascoltare, ascoltare. Ascoltare tutti quanti. La pulsione della Rete. La verità collettiva. È troppo materiale? Non hai tempo? Devi aggregarlo, scegliere il migliore, usare sistemi avanzati semantici. Arrangiati. Ma devi farlo. Fare i politici, nel terzo millennio, vuol dire anche questo.
Perché la mia generazione – nella politica – è già un miracolo che ci creda. Altro che impegnarsi in prima persona!
Ecco due consigli al PD (ha ragione Zambardino quando parla di La rete triste del Pd):
- Fare sempre più eventi come quelli di ieri e coinvolgere sempre di più esperti esterni nelle scelte politiche, ma anche nelle scelte strategiche di propaganda (perché non c’è un Antonio Palmieri del PD? È un peccato! Ve la immaginate che figata e successo una campagna elettorale PD sul web progettata da Marco&Marco?).
- Creare immediatamente una Gran Gabinetto Nazionale Contro Lo Sfigame Adolescenziale, per distruggere questa orrenda equazione giovanile “avere a che fare con il PD = essere uno sfigato”. Sì, usando i mezzi del nemico. Sì, investendoci tanti soldi. Non come fa di solito il centrosinistra (grandi riunioni a Roma senza un rimborso spese, e poi nessuno che si fa sentire per mesi e nessun progetto avviato).
Potrei mettermi a raccontare come vorrei il PD. Potrei raccontarvi di quando Renato Soru è venuto a parlare nella mia università, e nel suo discorso c’era così tanta passione, onestà e intelligenza che, alla fine, c’era chi quasi piangeva.
Potrei raccontarvi di perché secondo me chi si occupa di politica nel terzo millennio deve necessariamente capirne di economia e di diritto internazionale. Del perché mi piacciono “giovani” (Civati e Scalfarotto) che applicano la SAF (Strategia Anti Fuffa) e ti stendono con dati, numeri, cognizione di causa. Potrei raccontarvi di quanto sia bello, parlando di Internet e banda larga, quando la SAF e la passione vanno di pari passo, e penso a Stefano Quintarelli che (sempre a colpi di grafici e statistiche) di cose me ne ha insegnate parecchie.
Potrei, ma mi aspetta una piadina al piano di sotto. Crudo e mozzarella: meglio di niente. Speriamo almeno nei pomodorini. :/
Avanti tutta!___
La lezione di Oilproject che ti suggeriamo oggi è Licenze Creative Commons: fondamenti teorici e consigli di Simone Aliprandi.
